Serie A
Da Wikipedia, l'enciclopedia libera.
Serie A | |
---|---|
![]() |
|
Disciplina: | ![]() |
Fondazione: | 1929 (1898 a gironi) |
Titolo: | Campione d'Italia |
Apertura: | Fine agosto |
Partecipanti: | 20 squadre |
Tipo: | Club |
Formula: | Girone all'italiana A/R |
Confederazione: | ![]() |
Nazione: | ![]() |
Detentore: | ![]() |
Sito ufficiale: | lega-calcio.it |
![]() Trofeo o riconoscimento |
La Serie A è il massimo livello professionistico del campionato italiano di calcio.
Organizzata dalla Lega Nazionale Professionisti, è uno dei più importanti e seguiti campionati calcistici del mondo, e il terzo più competitivo d'Europa secondo l'attuale ranking stilato dall'UEFA.[1]
[modifica] Formula
Vi partecipano attualmente 20 squadre che si affrontano a turno nel girone di andata (orientativamente disputato tra settembre e gennaio) e nel girone di ritorno (tra gennaio e maggio). Per ogni partita vengono assegnati tre punti alla squadra vincente (a partire dalla stagione 1994-95) e zero a quella perdente. In caso di pareggio i punti diventano uno a testa.
Alla fine della stagione la prima squadra classificata vince lo scudetto, un simbolo che fu introdotto per la prima volta nel 1924 e che indica la squadra campione d'Italia, viene premiata con la Coppa campioni d'Italia, il trofeo ufficiale del campionato dalla stagione 1960-61, ed accede direttamente alla Champions League assieme alla seconda classificata; la terza e la quarta classificate accedono al terzo turno preliminare di Champions League, mentre la quinta, la sesta e (se la vincitrice della Coppa Italia sia eleggibile per la Champions e l'altra finalista si qualifichi in qualsiasi delle due coppe europee, o in ogni caso se la vincitrice della coppa si piazzi in zona Uefa) la settima, disputano la Coppa UEFA. Infine l'ottava, o comunque la prima esclusa, ha la possibilità di partecipare alla Coppa Intertoto.
Retrocedono invece in Serie B le ultime tre squadre classificate.
[modifica] La Stella d'Oro
![]() |
Per approfondire, vedi la voce Scudetto. |
Nel 1958, da un’idea di Umberto Agnelli, fu introdotta la Stella d’Oro al Merito Sportivo. Tale simbolo è composto da una stella dorata a 5 punte la quale è indossata sulle maglie e divise dei club che hanno conquistato il campionato di Serie A per dieci volte. La Juventus, dopo la conquista del suo decimo scudetto nella stagione 1957-58, fu la prima squadra italiana ed europea[2] a fregiarsi sulla maglia di uno stemma commemorativo di un titolo vinto sul campo. La Vecchia Signora indossò poi una seconda stella dorata dopo il suo trionfo nel campionato 1981-82.
Le attuali società assegnatarie delle stelle in Serie A sono:
[modifica] Storia
![]() |
Per approfondire, vedi la voce Il calcio in Italia. |
Sebbene gli storici parlino di giochi assai simili al calcio risalenti al Medioevo, la storia del pallone moderno in Italia incominciò a fine Ottocento, a seguito degli intensi traffici commerciali con l'Inghilterra. Furono infatti le città portuali che videro nascere i primi Football Clubs, società prevalentemente calcistiche e formate in gran parte da soci britannici.
[modifica] Il Genoa e le prime Grandi
La più antica formazione italiana di cui si abbia notizia certa è il Genoa, fondato il 7 settembre 1893, anche se taluni sostengono che in tale data a Torino fosse già attivo un altro club, l'Internazionale Torino, di cui non si dispone però di un analogo atto fondativo. L'ultimo decennio dell'Ottocento vide poi nascere molte altre squadre: la Torinese nel 1894, l'Udinese nel 1896, la Juventus nel 1897, l'Ascoli e la Vis Pesaro nel 1898, e il Milan nel 1899.
Nonostante i pionieri del nuovo sport fossero diffusi in tutto il Paese, era solo nel Nordovest che si aveva una concentrazione di società tali da poter formare uno stabile torneo. La Federazione Italiana di Football fu fondata a Torino il 16 marzo 1898, e subito organizzò il primo campionato italiano che fu vinto proprio dai genoani.
Sia il primo torneo, chiusosi addirittura in una sola giornata, sia i successivi, erano strutturati su un sistema ad eliminazione diretta sul modello della Coppa d'Inghilterra. A partire dal 1900 a primi turni erano a carattere regionale seguivano, in caso di qualificazione, le semifinali e le finali nazionali, quest'ultime conigurate come l'atto conclusivo della manifestazione a cui accedevano due sole squadre. In questo periodo, visto l'esito delle amichevoli, solo tre regioni potevano schierare squadre in grado di combattersi piuttosto equilibratamente: il Piemonte, la Liguria e la Lombardia, mentre le formazioni delle altre regioni anche nelle amichevoli rimediavano sistematicamente pesanti sconfitte da squadre del Nordovest anche non di primo piano.
Il Genoa fu indiscutibilmente la prima Grande del calcio italiano, aggiudicandosi i primi tre tornei. Fu il Milan, capitanato da Herbert Kilpin, la prima avversaria a riuscire a fermare la corsa degli assi genovesi, aggiudicandosi il titolo del 1901. I genoani, che nel frattempo adottarono quella che diverrà la loro classica casacca rossoblù, si rifecero vendicandosi dei rossoneri l'anno successivo, per infilare poi una seconda tripletta tricolore.
Lo svilupparsi del movimento calcistico convinse la FIF, da poco iscrittasi alla FIFA, ad una riforma del campionato a partire dal 1905, sostituendo alle gare secche una serie di gruppi preliminari, i cosidetti Gironi Eliminatorii Regionali, propedeutici al Girone Finale Nazionale, ed introducendo le partite di andata e ritorno. La nuova formula fece la fortuna della Juventus, triste perdente nelle due precedenti finali, che riuscì a cogliere il suo primo trionfo senza neanche scendere in campo grazie ad un'inaspettato scivolone casalingo del Grifone contro la modesta Milanese all'ultima giornata.
.
Mentre le pionieristiche società avversarie pian piano chiudevano i battenti, rossoblù, rossoneri e bianconeri erano gli autentici pilastri di questo primordiale football italiano. Col passare degli anni, tuttavia, la primigenia matrice inglese cominciò ad attenuarsi, mentre larghissimo piede acquistò la nuova componente formata da giocatori svizzeri tedeschi: fu grazie ad essi che il Milan tornò alla vittoria nel 1906 e nel 1907.
[modifica] La crisi del 1908 e l'italianizzazione del torneo
Chiusosi il primo decennio, il calcio italiano andò incontro ad importanti cambiamenti, dovuti alla decisione della FIF di italianizzare a forza il campionato, escludendovi i giocatori stranieri che pure, abbiamo visto, avevano fondato il gioco in Italia. La scelta della Federazione colpì duramente i Football Clubs, e diede largo spazio alle Unioni Sportive e Ginniche che, più deboli in quanto non dirette dai maestri albionici, erano però usualmente formate completamente da atleti italiani, e fino ad allora si erano interessate maggiomente al parallelo campionato organizzato dalla Federazione Ginnica. La reazione dei Clubs classici fu durissima, sfociando addirittura nel ritiro dal torneo. Fu così la debuttante Pro Vercelli ad approfittare della situazione: i nuovi arrivati neutralizzarono i liguri dell'Andrea Doria e i lombardi dell'US Milanese conquistando il loro primo titolo, bissato l'anno successivo. Il nuovo calcio italiano usciva così dalle metropoli: cominciava il periodo d'oro delle provinciali.
I cambiamenti non finirono però qui, poiché in questo periodo nacquero due nuovi clubs frutto di scissioni dalle società originarie. Già nel 1906 soci dissidenti della Juventus si erano riuniti a sportivi orfani delle altre defunte squadre del capoluogo piemontese, fondando il Torino. Anche a Milano nel 1908 il Milan subì un'analoga secessione che diede origine all'Inter.
Nel frattempo la Federazione, ora ridenominata FIGC, fece una parziale marcia indietro riaprendo a quote di stranieri, ma soprattutto decise una drastica riforma del campionato. Sul modello della English League, nella stagione 1909-10 il meccanismo del torneo venne semplificato iscrivendo tutte le nove partecipanti ad un Girone Unico che avrebbe determinato una classifica di cui la squadra che ne avesse guadagnato la testa a fine stagione avrebbe vinto il titolo. Il successo arrise ai giovani nerazzurri dopo un polemicissimo spareggio contro i campioni uscenti vercellesi, che si rifaranno però infilando una tripletta di trionfi nelle tre annate successive.
La Federazione era a questo punto intenzionata ad allargare gli angusti confini del torneo, onde dargli davvero una valenza nazionale, ma il problema era, come si è detto, la nettissima differenza di valore fra le squadre provenienti dalle diverse parti del Paese. Nel 1910, comunque, la FIGC decise di innalzare il campionato veneto, che già si disputava da alcune stagioni, facendolo diventare parte del torneo nazionale col nome di Girone Veneto, ed includendovi anche il Bologna che non aveva alcuna avversaria in Emilia. Nel 1911 il Vicenza e nel 1912 il Venezia sfidarono i campioni occidentali, in entrambi i casi la Pro Vercelli, nella gara conclusiva, rimediando sonore lezioni con cinque gol al passivo per i biancorossi e addirittura tredici per i neroverdi lagunari.
Per garantire la definitiva patente di nazionalità al titolo, la FIGC aveva però bisogno che il campionato coinvolgesse anche tutto il Centro e il Sud, e non solo la Pianura Padana. A quei tempi le formazioni meridionali disputavano vari tornei regionali inquadrati nella Terza Categoria, livello consono in rapporto alle forza delle squadre del Nord. Per raggiungere l'obiettivo prefissatosi, la Federazione attuò una sfasatura tra l'organizzazione calcistica delle due parti del Paese, elevando d'ufficio i tornei del Sud alla Prima Categoria, pur non essendo tali raggruppamenti minimamente paragonabili a quelli del Nord, ed apparendo dunque tale ricatalogazione puramente fittizia. Dato che contemporaneamente al Nord erano stati ristabiliti i Gironi Eliminatori regionali propedeutici al Girone Finale, gli incontri conclusivi fra i campioni dl Nord e quelli del Sud presero il nome di Girone Finalissimo o, semplicemente, di finalissima.
Il complicato meccanismo testé descritto rese però sempre più lungo ed affollato il campionato anche perché se da un lato si era istituita una Seconda Categoria che metteva in palio una serie di promozioni al massimo torneo, il contrario sistema delle retrocessioni, sperimentato nel 1910, fu subito di fatto abbandonato a suon di ripescaggi.
Nel 1914 venne la volta del piccolo Casale, sorprendente formazione del Monferrato mentre il successivo torneo fu bloccato ad un passo dalla conclusione a causa dell'intervento italiano nella Prima guerra mondiale. Per quest'ultima stagione il titolo del Genoa fu riconosciuto solo dopo la fine del conflitto.
[modifica] La crisi del 1921 e la Prima Divisione
Con la ripresa postbellica del 1919 cominciarono intensi dibattiti in vista di una riduzione e razionalizzazione del campionato, discussioni che sfociarono però in un nulla di fatto a causa dell'ostruzionismo delle provinciali che temevano per il proprio futuro all'interno di un eventuale torneo più elitario. L'Inter nel 1920 e la Pro Vercelli nel 1921 si laurearono così campioni dopo una lunghissima serie di gironi e partite, molte delle quali inutili e scontate. L'insofferenza delle società metropolitane giunse al culmine quando un progetto di riforma presentato da Vittorio Pozzo fu respinto dal Consiglio Federale: fu così che 24 squadre, le più forti e rappresentative, abbandonarono la federazione fondando una Confederazione Calcistica Italiana col compito di organizzare un campionato sul sistema del Progetto Pozzo. Nel 1922 si ebbero così due campioni, la sorprendente Novese e una Pro Vercelli giunta al canto del cigno; ma l'insostenibilità della situazione portò le due fazioni a riconciliarsi sulla base del Compromesso Colombo, che consacrava la nuova massima categoria, la Prima Divisione, composta da una Lega Nord a regime di 24 società, più una Lega Sud che invece continuava coi vecchi gironi regionali.
Nel 1923 e nel 1924 il Genoa completò la sua epopea vincendo i suoi due ultimi titoli e facendo in tempo a divenire la prima società a fregiarsi dello scudetto. La riforma del 1922 aveva definitivamente cambiato il calcio italiano, che si avviava verso il professionismo, chiudendo le porte alle provinciali e a molte Grandi di inizio secolo. Nuove forze facevano irruzione nel campionato.
[modifica] Gli Agnelli e il fascismo nel calcio
Il 24 luglio 1923 fu una data storica per il calcio italiano, poiché l'elezione di Edoardo Agnelli alla presidenza della Juventus segnò l'ingresso della potentissima famiglia torinese proprietaria della FIAT nelle vicende del campionato. Gli abbondanti capitali di Casa Agnelli fecero rifiorire il sodalizio bianconero, in gravissima crisi dai tempi della scissione che aveva fatto nascere il Torino, e lo portarono nel giro di tre decenni a diventare la più titolata squadra italiana.
Nel frattempo però nacque anche l'astro del Bologna che, protetto dal potente ministro fascista Leandro Arpinati, e sospinto dalle reti del bomber Angelo Schiavio, raggiunse lo scudetto nel 1925 dopo un'interminabile e polemicissima serie di finali contro i genoani, segnate da gravi disordini di ordine pubblico che sfociarono addirittura in scontri con colpi di armi da fuoco.
Con la prima storica Grande del campionato definitivamente avviata sul viale del tramonto, le due nuove Potenze del torneo si ritrovarono a contendersi direttamente fra loro la vittoria l'anno successivo, e stavolta a prevalere furono i bianconeri che si aggiudicarono il loro secondo scudetto a ventun anni di distanza dal primo.
Nell'estate del 1926 con la Carta di Viareggio il governo fascista riorganizzò il campionato abolendo la divisione fra Nord e Sud, inaccettabile dal punto di vista degli ideali nazionalistici del regime. Le vecchie Leghe Nord e Sud vennero di conseguenza smantellate: diciassette formazioni provenienti dall'ex Lega Nord e tre formazioni provenienti dall'ex Lega Sud, l'Alba Roma, la Fortitudo Roma e il Napoli, furono iscritte alla nuova Divisione Nazionale che apriva ufficialmente le porte al professionismo.
[modifica] Dal Caso Allemandi al Girone unico
La nuova formula della manifestazione prevedeva ora, in loco della serie di finali, un raggruppamento conclusivo con le migliori squadre della fase eliminatoria. Il Torino, allestito dal presidente conte Enrico Marone di Cinzano, vinse il proprio girone e, trascinato dal cosidetto Trio delle Meraviglie composto da Julio Libonatti, Adolfo Baloncieri e Gino Rossetti, spiccò il volo tagliando in testa il traguardo. La gioia dei granata fu però di breve durata, poiché nell'autunno successivo il sodalizio piemontese incappò nello scandalo del Caso Allemandi, in cui venne accusato di aver avvicinato e corrotto il terzino juventino Luigi Allemandi, e che gli costò la revoca dello scudetto. La reazione psicologica alla condanna avvenuta su base indiziaria e non probatoria, fu comunque la molla per il rilancio in classifica deigranati, partiti inizialmente un pò appagati nella nuova stagione. La sorte volle che la nuova annata divenisse quasi la copia della precedente, e il 22 luglio a San Siro il Torino si riaggiudicò nuovamente un titolo che questa volta non gli tolse nessuno.
Il deciso attivismo del presidente federale Leandro Arpinati partorì nell'estate del 1928 una novità che divenne tappa storica per il calcio italiano. Il mondo del pallone tricolore era infatti oramai pronto per dare una svolta che lo portasse ad assumere un'organizzazione simile a quella del campionato inglese, e fu così decisa quella svolta che portò all'introduzione anche in Italia della formula del Girone Unico, tra le proteste dei clubs più piccoli, spaventati all'idea di venire inghiottiti, come puntualmente avvenne, dalle categorie inferiori. Il nuovo campionato sarebbe stato quindi l'ultimo disputato con la formula dei due gironi introdotta nel 1921, mentre dalla stagione successiva le grandi squadre sarebbero state riunite in un nuovo torneo, la Serie A, mentre le escluse avrebbero costituito l'altrettanto inedita Serie B. A tal fine Arpinati decise unilateralmente l'allargamento una tantum dell'ultimo torneo di Divisione Nazionale, includendovi varie squadre cadette nel tentativo di dare maggiore rappresentatività geografica alla manifestazione, e la cui finale vide i granata soccombere al Bologna nello spareggio disputato al Flaminio di Roma.
Nel 1929 la FIGC e Arpinati realizzarono dunque, come negli altri paesi, un campionato nazionale a girone unico. Il progetto iniziale prevedeva una prima categoria composta da sedici squadre, ovvero quelle che si erano classificate tra le prime otto nei due gironi in cui era diviso il campionato precedente. Il protrarsi dello spareggio per l'ottavo posto fra Napoli e Lazio portò ad ammetterle entrambe, e con il ripescaggio della Triestina per motivi patriottici il numero delle squadre fu alzato a 18. Il 6 ottobre 1929 si disputarono dunque le prime 9 partite del campionato 1929-30 che alla fine vide il successo della nuova Ambrosiana di Giuseppe Meazza, una squadra creata dal regime fondendo d'autorità l'Inter con l'US Milanese.
[modifica] Bianco e nero
Nel 1930 iniziò l'epopea della Juventus di Edoardo Agnelli, che in estate aveva ingaggiato dall'Alessandria l'allenatore Carlo Carcano e Giovanni Ferrari. I piemontesi partirono lanciatissimi e, nonostante una leggera flessione che li aveva fatti avvicinare dalla Roma di bomber istriano Rodolfo Volk, si aggiudicarono il loro terzo titolo. I bianconeri si ripeterono subito l'anno successivo, superando in rimonta il Bologna dell'ormai maturo Angelo Schiavio.
Nel 1932 il sodalizio torinese ammise in prima squadra il promettente diciottenne nizzardo Felice Borel, che si rivelò un ragazzo prodigio segnando ben 29 reti in ventotto presenze: fu una scommessa vinta che fruttò il terzo scudetto consecutivo. Nel 1933 fu inaugurato lo stadio Mussolini, poi ridenominato Comunale, che ospiterà i bianconeri per 57 anni. Questa volta le Zebre dovettero rincorrere per lungo tempo la lanciatissima Ambrosiana, ma alla fine fu ancora un successo. Da segnalare, nel 1934, la prima retrocessione del glorioso Genoa, che segnava definitivamente la fine del calcio dei pionieri. A questa andrà ad aggiungersi la retrocessione della Pro Vercelli nel 1935, l'altra grande protagonista della fase precedente la nascita del girone unico.
Dopo il successo della Nazionale ai Mondiali, la Juventus operò un discreto rinnovamento della sua formazione. La nuova stagione fu assai emozionante, con una Fiorentina per lunghi tratti capolista, ed inseguita da bianconeri e nerazzurri. Alla lunga i toscani mollarono però la presa, e la lotta si concluse quando i milanesi crollarono a Roma lasciando ai piemontesi il loro settimo scudetto, il quinto consecutivo. Un record che non verrà mai più battuto. Il 15 luglio Edoardo Agnelli moriva improvvisamente a Genova, ucciso dall'elica di un idrovolante.
[modifica] La squadra che tremare il mondo fa
Nel 1935 le squadre partecipanti alla Serie A erano state ridotte a 16 già da un anno, così come previsto nel progetto originale del 1929. Emerse subito il Bologna che, da quando gli emiliani si erano aggiudicati due edizioni della Coppa Europa, i giornalisti dicevano fosse la squadra che tremare il mondo fa. I petroniani, sospinti dalla reti di Angelo Schiavio, dovettero guardarsi le spalle dai campioni uscenti e dai loro cugini del Torino, coi granata che ad un certo punto balzarono addirittura in testa alla classifica, e si inserì poi nella contesa anche la Roma; il testa a testa fu molto combattuto e furono infine i rossoblù a conquistare il loro terzo scudetto. E gli emiliani si ripeterono subito l'anno successivo, recuperando in corsa la sorprendente Lazio del bomber Silvio Piola.
Sembrava l'inizio di un nuovo dominio, ma il ritiro di Schiavio penalizzò gli emiliani che nel 1938 cedettero il titolo ad un'Ambrosiana-Inter che seppe tener a bada l'imperioso ritorno primaverile dei bianconeri. Renato Dall'Ara, dopo la deludente stagione, si buttò sul mercato alla ricerca di un nuovo attaccante che sapesse cogliere la pesante eredità di Schiavio; la ricerca fu felice poiché fu ingaggiato l'uruguaiano Hector Puricelli il quale, capitalizzando al meglio i cross dell'ala destra Amedeo Biavati, vinse la classifica dei cannonieri e riportò gli emiliani allo scudetto.
La sfida fra rossoblù e nerazzurri divenne una costante in un'Italia sull'orlo della guerra, e una piccola distrazione da ben più grandi problemi. Se nel 1940 l'Ambrosiana-Inter, dopo un lungo inseguimento, riuscì a riprendere e superare i felsinei, battendoli nel decisivo match dell'Arena Civica, nel 1941 nulla poté di fronte all'inarrestabile fuga dei bolognesi, che colsero il loro sesto titolo.
[modifica] Il Grande Torino
L'acuirsi del conflitto bellico cominciò ad influire pesantemente sul torneo. La nuova stagione si caratterizzò per l'inedita lotta tra il Torino, il Venezia dei giovani Ezio Loik e Valentino Mazzola, e la Roma. I capitolini, braccati dai veneti, furono superati in primavera dai granata, ma ripresero la testa della classifica nel finale e riuscirono a diventare la prima squadra della vecchia Lega Sud a vincere uno scudetto. Voci maligne tramandarono insinuazioni che tale titolo fose molto voluto dal duce, ma altre testimonianze parlano di un bel gioco dei giallorossi, che si giovarono delle reti di Amedeo Amadei.
Deluso dall'occasione persa, il presidente granata Ferruccio Novo acquistò Loik e Mazzola dai veneziani. Il salto di qualità fu notevole, e nel nuovo torneo i piemontesi furono protagonisti di un'emozionantissima fuga a due con l'autentica rivelazione del Livorno, contesa che si risolse proprio sul filo di lana coi toscani a piangere l'irripetibile e sfortunata cavalcata. Per il Torino giunse il secondo titolo, che non poté essere difeso l'anno seguente poiché le invasioni americana e tedesca spaccarono l'Italia in due determinando lo stop del campionato per due anni.
In un'Italia dilaniata dalla guerra, il campionato tornò nella stagione 1945-46 con una formula speciale secondo la quale le squadre furono separate in due gironi geografici con un raggruppamento finale di otto squadre, anche se furono solo le quattro rappresentanti padane a contendersi il titolo che andò d'un soffio ancora al Torino.
Fu nell'annata 1946-47 che si ricrearono le condizioni per un girone unico: le squadre ammesse furono ben 20, quante rimarranno fino al 1951-52. La Juventus sembrò dapprima poter interrompere l'egemonia dei cugini, ma il superiore tasso tecnico dei granata prevalse ancora permettendo loro di cogliere il quarto scudetto. Il 1947 segnò il risveglio del Milan dopo un letargo durato un'intera generazione. I rossoneri condussero a lungo la classifica, prima di cedere sotto i colpi dell'inesperienza e di lasciare primo posto e titolo ancora al Torino; per i lombardi si trattò comunque del miglior risultato dal 1912. I rossoneri torneranno al successo nel 1950-51. Il campionato 1947-48 ebbe una piccola particolarità: fu disputato a 21 club per il ripescaggio, per ragioni politiche, della Triestina.
I granata non avevano più rivali: colonne portanti della Nazionale alla quale fornivano la quasi totalità dell'organico, anche nel 1949 presero ben presto il comando della graduatoria e, nonostante qualche segno d'affanno, mantennero un discreto vantaggio finché il 30 aprile, pareggiando a San Siro contro gli inseguitori dell'Inter, ipotecarono l'ennesimo scudetto. Ma a questo punto, l'epopea del Grande Torino si interruppe improvvisamemente. Il 3 maggio la squadra si recò a Lisbona per un'amichevole e, al termine del viaggio di ritorno, a causa del maltempo l'aeroplano che li stava riportando a casa perse la rotta e, anziché puntare sull'aeroporto di Caselle, si schiantò contro il terrapieno della basilica di Superga. Nessuna delle persone a bordo sopravvisse alla tragedia. L'Italia perdeva una delle più forti squadre che abbiano mai partecipato alla Serie A. Agli sportivi torinisti, e agli italiani in generale, non rimase che piangere i giovani campioni prematuramente scomparsi.
[modifica] Le tre regine
La tragedia di Superga fu un passaggio epocale per il calcio italiano, che segnò il tramonto delle vecchie gerarchie e diede inizio a quell'era moderna del campionato tricolore che dura ancora oggi. Al di là delle singole stagioni, il palcoscenico della Serie A fu da quel giorno occupato da tre attori, la Juventus di Casa Agnelli, il ritrovato Milan e i cugini lombardi dell'Inter, che lasceranno a tutte le altre società solo un ruolo da coprimarie o da meteore destinate a brevi e mai stabili passaggi ai vertici delle classifiche.
Il primo campionato del nuovo corso, nel 1950, rimase a Torino, ora però nelle mani dei bianconeri che seppero tener a bada i rossoneri nonostante la pesantissima sconfitta casalinga che i milanesi inflissero loro. Straripante in attacco, dove poteva contare sul trio svedese del Gre-No-Li, il Milan peccava ancora in difesa: alcuni acquisti di valore tra cui quello di Arturo Silvestri assestarono anche il reparto arretrato cosicché nel 1951, in rimonta sui cugini e dopo 44 anni, i rossoneri tornarono finalmente allo scudetto. Dopo una stagione appannaggio dei piemontesi, e la riduzione del lotto delle partecipanti a 18, venne il turno dei nerazzurri che si affermarono per due anni consecutivamente.
Nel 1954 l'ambizioso editore Andrea Rizzoli comprò il Milan con l'ambizione di portarlo ai massimi livelli sia all'interno sia nelle nascenti competizioni europee. Acquistato il talentuoso centrocampista uruguaiano Juan Alberto Schiaffino, stella del Mondiale svizzero, i rossoneri dominarono un torneo al termine del quale il campionato fu toccato dalla prima grossa serie di scandali dopo quello del 1927, che portarono alla retrocessione a tavolino di Udinese e Catania. Il dominio delle tre Grandi ebbe un momento di pausa nel 1956, quando la rampante Fiorentina ottenne il primo scudetto per la Toscana dopo una lunga ed autorevole fuga, ma riprese subito con un nuovo titolo a testa per il Milan e per la Juve: per i torinesi significò divenire la prima squadra a fregiarsi della stella d'oro permanente sulle maglie, nonché la più titolata d'Italia superando definitivamente il Genoa.
Mentre i viola, assai sfortunati, ottennero fra il 1956 e il 1960 il poco desiderabile record di quattro secondi posti consecutivi, milanisti e juventini si spartirono gli scudetti del quadriennio fra i Mondiali di Svezia e i Mondiali del Cile, anche grazie a due grandi attaccanti sudamericani, José Altafini ed Omar Sivori. Nel 1960 intanto, in pieno regime commissariale, la FIGC introdusse la novità dell'innalzamento a tre del numero delle retrocessioni, determinando a lungo andare un maggior turn over delle partecipanti al massimo campionato.
[modifica] La Grande Inter
Angelo Moratti, presidente dell'Inter dal 1955, nel 1960 aveva affidato la panchina della squadra all'argentino Helenio Herrera, allenatore che rigenerò la rosa dando filo da torcere agli juventini nel 1961 e ai rossoneri nel 1962, i quali dovettero faticare ottenendo i rispettivi scudetti solo in rimonta sugli incostanti interisti. Fu, come spesso accaduto, il Mondiale a scompaginare le carte in tavola e a dar spazio alle formazioni più giovani, come quella di Moratti, che raggiunse il tricolore nel 1963; in più, sull'altra sponda dei Navigli, le dimissioni del presidente Rizzoli, che con la conquista della Coppa dei Campioni e la costruzione del modernissimo centro sportivo di Milanello considerò concluso il suo apporto alla società di via Turati, chiusero il ciclo rossonero e, con il periodo di transizione in cui versava la Juventus, lasciarono totalmente campo libero alle ambizioni nerazzurre.
L'anno successivo però la corazzata interista, che conquistò l'Europa, trovò in patria un inaspettato ostacolo nel Bologna di Fulvio Bernardini. Nonostante una brutta storia di infondate accuse di doping fra i rossoblù, con il sospetto di una macchinazione orchestrata da ambienti nerazzurri, i felsinei chiusero a pari punti coi milanesi rendendo necessaria, caso unico nella storia del girone unico, la disputa di uno spareggio: a Roma gli emiliani si imposero due a zero, conseguendo il loro settimo ed ultimo scudetto.
Il sodalizio morattiano ebbe modo di rifarsi l'anno successivo, in quella che fu la più memorabile stagione di sempre dell'Inter: mentre conseguivano il titolo europeo e quello mondiale, i nerazzurri riuscirono in una clamorosa rimonta ai danni dei cugini rossoneri, ad un certo punto in vantaggio di addirittura sette punti: allo squadrone di Herrera sfuggì solo, e di un soffio, la Coppa Italia, che andò in finale alla Juventus. Dopo un nuovo titolo intercontinentale, nel 1966 in Italia fu ancora Inter, questa volta mantenendo la vetta della classifica per tutta la stagione: fu il decimo scudetto che valse anche per i lombardi la stella d'oro, otto anni dopo quella bianconera.
Anche le fatiche del Mondiale d'Inghilterra sembrarono non intaccare il predominio morattiano in un torneo dominato per tutta la stagione. A metà di maggio del 1967 per gli interisti, capolisti della Serie A e finalisti in Coppa dei Campioni, sembrò profilarsi una nuova campagna trionfale. Ma avvenne l'imponderabile. Giovedì 25, a Lisbona, la rimonta dei non irresistibili scozzesi del Celtic fece volar via la coppa. Tornati in patria per l'ultima giornata di campionato, domenica 28, i nerazzurri persero clamorosamente a Mantova per una papera del portiere Giuliano Sarti, cedendo il titolo alla sorprendente Juventus. A completare l'opera arrivò, il 7 giugno, l'eliminazione in semifinale di Coppa Italia per mano della formazione cadetta del Padova. Per la Grande Inter, che aveva affascinato milioni di tifosi, fu il catastrofico capolinea.
[modifica] Una piccola favola
Il 1967 segnò anche il ritorno del torneo a sedici partecipanti. Dopo un quadriennio, il primato sul calcio milanese, e su quello nazionale, passò nelle mani del Milan. Col ritorno in panchina di Nereo Rocco, i rossoneri del giovane presidente Franco Carraro aprirono un ciclo che aveva già fruttato, lo scorso giugno, la prima Coppa Italia; trascinato da Gianni Rivera, il Diavolo fece agilmente suo sia lo scudetto che la Coppa delle Coppe, e continuò un cammino che arriverà fino al titolo europeo del Bernabéu e a quello mondiale della Bombonera.
Distratto dagli obiettivi internazionali, il Milan non seppe ripetersi l'anno successivo. Fu invece l'incredibile Cagliari a mantenere per molte settimane il comando della graduatoria, ma l'inesperienza dei sardi giocò loro contro, tant'è che alla lunga uscì la forza della Fiorentina: per i viola fu il secondo e finora ultimo titolo. Ma i cagliaritani non persero morale. Sempre sostenuti dai gol del varesino Gigi Riva, ripartirono alla testa della classifica, ma quando in inverno furono avvicinati da due potenze come Inter e Juve, tutti pensarono che non ci sarebbero state speranze per la piccola squadra isolana. Incredibilmente però i sardi riuscirono a tenere a debita distanza le inseguitrici e il 12 aprile 1970 conquistarono lo scudetto tra lo stupore generale. Cagliari, coi suoi centosettantamila abitanti, divenne la più piccola città a vincere la A a girone unico, e scrisse una piccola favola che verrà raccontata nei decenni a seguire.
Il Cagliari sembrò partir bene anche nella nuova stagione agonistica e, dopo la vittoria in casa dell'Inter il 25 ottobre, sognò il secondo trionfo: ma sei giorni dopo a Vienna, durante la partita tra Italia e Austria, un grave infortunio mise fuori gioco Riva, compromettendo in parte la carriera della grande ala, e mandando in frantumi i sogni del club rossoblù. Il campionato tornò dunque ad essere un discorso milanese, coi nerazzurri che recuperarono i cugini rossoneri e colsero il loro undicesimo titolo.
[modifica] La Juventus di Boniperti
Nell'estate del 1971 un riassetto societario portò ai vertici della Juventus l'ex capitano Giampiero Boniperti, uomo di fiducia del patron Gianni Agnelli. Imbottendo la rosa di giovani promettenti, e nel quadro di un generale scadimento tecnico del torneo, la nuova dirigenza seppe dar vita ad un ciclo di tre lustri in cui i bianconeri rafforzarono definitivamente il loro primato nell'albo d'oro del campionato, ma lasciando sul sodalizio piemontese una pessima nomèa a causa di presunti ricorrenti favori arbitrali, determinanti nelle lotte per gli scudetti. Nelle prime stagioni la lotta fu col Milan di Nereo Rocco: già nel 1972 il capitano rossonero Gianni Rivera fu squalificato per le sue pesanti accuse al Palazzo, ma nel 1973 le polemiche divennero ancor più aspre. Il torneo consistette in una serrata lotta fra i lombardi, i piemontesi e la sorprendente Lazio di Tommaso Maestrelli, coi rossoneri favoriti fino allo scontro diretto dell'Olimpico che li vide uscire sconfitti per la pessima conduzione di gara di Concetto Lo Bello, che annullò un gol regolare di Luciano Chiarugi; le tensioni che ne seguirono compromisero la corsa del Diavolo che vide assottigliarsi il suo vantaggio fino all'ultima giornata che lo vedeva impegnato a Verona: stanco per la vittoriosa trasferta greca che in settimana gli aveva fruttato la Coppa delle Coppe, il Milan crollò clamorosamente al Bentegodi, subendo il sorpasso in extremis della Juventus. La Fatal Verona lasciò il segno nella società rossonera, aprendo un'instabilità dirigenziale ultradecennale che si rifletté in scarsi risultati agonistici. Fu invece pronta la risposta della Lazio che, smentendo chi la considerava una meteora, si propose in vetta lungo tutta la stagione successiva e cogliendo il suo primo storico scudetto, anche grazie ai gol del capocannoniere Giorgio Chinaglia.
L'arrivo di Carlo Parola sulla panchina bianconera coincise col pronto riscatto dei piemontesi. Coi biancocelesti distratti dal male che stava divorando il suo sfortunato allenatore, i torinesi non ebbero particolare difficoltà a rimettere le mani sul titolo nel 1975. Assai più emozionante fu il torneo successivo, capofila di un triennio di assoluta centralità della città di Torino nel calcio nostrano. Per i bianconeri, spesso protagonisti di insperati recuperi, fu stavolta il proprio turno di vedersi sfilare di mano uno scudetto già assaporato: la sconfitta fu ancor più bruciante perché avvenuta per mano dei cugini del Torino i quali, trascinati dai Gemelli del gol Pulici e Graziani, tornarono al successo ad un quarto di secolo dalla sciagura di Superga. Ancor più squilibrato fu il successivo campionato che vide le torinesi come dominatrici assolute, distando di ben quindici punti le inseguitrici: la Juventus del neotecnico Giovanni Trapattoni riuscì a vendicarsi dei granata, bruciando al fotofinish i cugini per una sola lunghezza. E anche nel 1978 il tricolore fu appannaggio dei bianconeri, che distanziarono stavolta più nettamente il Toro e una temibile neopromossa, il Vicenza del giovane Paolo Rossi.
I Mondiali d'Argentina segnarono un momentaneo rimescolamento delle carte e, in una stagione non certo esaltante, portarono ad un'estemporanea resurrezione del Milan il quale, guidato in panchina dalla vecchia gloria Nils Liedholm, grazie ad un accorto schieramento difensivo, riuscì ad assicurarsi quella tanto sospirata Stella d'oro che così beffardamente se ne era volata via sei anni prima; la medaglia d'onore, e quella d'argento, andarono però al Perugia di Ilario Castagner, prima squadra a riuscire a chiudere la stagione imbattuta dai tempi del Genoa del 1923.
I sogni di gloria dei tifosi rossoneri invece svanirono presto, trasformandosi al contrario del peggiore degli incubi. Il 1980 fu l'anno del dodicesimo scudetto dell'Inter, ma soprattutto fu la stagione dello scandalo del Totonero: il 23 marzo la Guardia di Finanza fece irruzione negli stadi arrestando quattordici tesserati coinvolti in un giro di scommesse clandestine e compravendite di partite, gettando nell'occhio del ciclone la Lazio e proprio il Milan, che furono retrocesse a tavolino in Serie B, mentre numerose altre società subirono pesanti penalizzazioni. Per i rossoneri fu la prima discesa nella cadetterìa.
La Serie A uscì dallo scandalo assai indebolita, tanto che per correre ai ripari di fronte allo scadimento tecnico del torneo - certificato dal dimezzamento dei posti disponibili per l'Italia in Coppa UEFA - la FIGC decise di abbandonare la linea autarchica degli Anni Settanta autorizzando l'ingaggio di uno straniero per squadra. Il campionato italiano non seppe però uscire dalle polemiche: la lotta per il titolo fra la Juventus, il Napoli, e la Roma di Dino Viola si infiammò alla terzultima giornata in occasione dello scontro diretto fra bianconeri e capitolini al Comunale, quando un gol del giallorosso Ramòn Turone, che le moviole dimostrarono regolare, fu annullato dalla terna arbitrale guidata da Paolo Bergamo. Il gol di Turone, che avrebbe significato il sorpasso dei romani al vertice della classifica, divenne uno dei più celebri argomenti di coloro che, negli anni a seguire, sostennero l'esistenza di una sudditanza psicologica dei fischietti italiani nei confronti della società di Casa Agnelli. Argomenti che trovarono subito nuova linfa nel 1982, quando il testa a testa fra i bianconeri e la Fiorentina di Giancarlo Antognoni si risolse solo all'ultimo turno, in occasione del quale un gol viola in casa di un Cagliari impegnato in una lotta per la salvezza con Genoa e Milan, fu annullato fra mille recriminazioni, mentre un rigore premiava la Juve a Catanzaro consegnandole la sua seconda Stella d'oro.
I trionfali Mondiali di Spagna lasciarono il segno nella stanca Juve e fu così che la Roma del presidente Dino Viola, di Nils Liedholm, e degli idoli di casa Agostino Di Bartolomei e Bruno Conti, tornò al titolo a 41 anni da quello del 1942. La lotta fra bianconeri e giallorossi divenne un classico degli Anni Ottanta, vedendo imporsi abbastanza nettamente i primi nel 1984, e sfociando in un esito clamoroso nel 1986. Nel mezzo, coi piemontesi impegnati in una controversa cavalcata in Coppa dei Campioni, il 1985 vide concretizzarsi il miracolo di una provinciale: sei decenni dopo i successi della Pro Vercelli, fu il Verona di Osvaldo Bagnoli e della coppia d'attaccanti formata da Elkjær e Galderisi a firmare l'impresa di vincere lo scudetto. Come anticipato, il 1986 ripropose la lotta fra capitolini e torinesi, e l'esito fu incredibile: quando tutti si aspettavano il trionfo dei giallorossi, la Roma crollò in casa contro il Lecce, già retrocesso ed ultimo in classifica. Fu il nono titolo in quindici anni per la gestione Boniperti, che chiuse così il suo formidabile ciclo. Già dal 20 febbraio forze nuove, destinate a rivoluzionare gli equilibri del campionato, avevano fatto il loro ingresso nel torneo.
[modifica] L'era Berlusconi
L'inverno del 1985 fu molto tormentato per il Milan. La clamorosa eliminazione dalla Coppa UEFA per mano degli sconosciuti belgi del Waregem scatenò la contestazione dei tifosi contro il presidente Giussy Farina, che fuggì all'estero. Quando la Federazione dispose una ricognizione dei libri contabili, emerse una situazione di gravissimo dissesto finanziario tale da prefigurare un immediato rischio di fallimento, ma fu l'imprenditore televisivo Silvio Berlusconi ad acquistare la società il 24 marzo 1986 e ad impegnarsi nel ripianamento di ogni debito. L'ambizioso magnate milanese entrò prepotentemente nel mercato, mirando ad innalzare la squadra rossonera ai massimi livelli nazionali e mondiali.
La nuova stagione fu però appannaggio del Napoli di Diego Armando Maradona. Gli azzurri, trascinati dalla straordinaria classe dell'asso argentino, presero rapidamente il comando della graduatoria e colsero il primo scudetto della loro storia. In estate Berlusconi non lesinò risorse in un faraonico mercato che portò a Milanello le due stelle olandesi Ruud Gullit e Marco Van Basten, il centrocampista Carlo Ancelotti, e l'allenatore che a Parma aveva stupito per il suo gioco rivoluzionario: Arrigo Sacchi, profeta del gioco a zona e del calcio totale, tecniche assolutamente innovative nel difensivistico calcio italiano. I rossoneri partirono bene, ma alcune discusse decisioni del Giudice Sportivo lanciarono in fuga ancora gli azzurri partenopei. Lo squillante successo rossonero nello scontro diretto di San Siro parve un episodio isolato fino a Pasqua, dopo la quale i napoletani accusarono un crollo verticale. Sconfitta anche al San Paolo, la formazione di Maradona si sgretolò, e un pareggio a Como all'ultima giornata consegnò ai lombardi lo scudetto, il primo di una lunghissima serie di trionfi di marca berlusconiana.
Nel 1988 il campionato tornò a comporsi di 18 partecipanti. Mentre i rossoneri erano impegnati in una fortunata cavalcata che li portò alla conquista della Coppa dei Campioni a Barcellona, i loro cugini dell'Inter di Giovanni Trapattoni non trovarono ostacoli in Italia e si resero protagonisti di un torneo che riuscirono a dominare in ogni aspetto, cogliendo lo scudetto dei record. Ben più tormentata fu l'annata successiva: la meteora nerazzurra si spense presto, e tornarono protagonisti partenopei e milanisti. Se l'andata fu appannaggio degli azzurri, il ritorno vide una poderosa cavalcata rossonera che fruttò ai lombardi la testa della classifica. La compagine sacchiana sembrò in grado di mantenere a distanza gli inseguitori, ma l'8 aprile il Giudice Sportivo assegnò ai partenopei una vittoria a tavolino, che significò l'aggancio in vetta, per una moneta da 100 lire che colpì in testa Alemao nella trasfeta di Bergamo. L'entità del danno, apparsa subito dubbia e anni dopo confermata nella sua inesistenza dal presidente Corrado Ferlaino, fu oggetto di feroci polemiche, che trovarono nuova linfa la penultima giornata, allorquando i rossoneri caddero a Verona per la discutibilissima direzione di gara di Rosario Lo Bello - figlio di quel Concetto che era costato al Milan lo scudetto del 1973 - il quale espulse tre milanisti più l'allenatore, consegnando il tricolore al Napoli.
Per i partenopei fu però il canto del cigno: in estate Diego Armando Maradona, travolto dalla sua disordinata vita privata, abbandonò la squadra fuggendo in Argentina, e per gli azzurri fu l'inizio di un declino che li porterà, nel giro di poco più di un decennio, in Serie C. La stessa estate fu anche quella degli sfortunati Mondiali di Italia'90, il grande torneo che sfiancò i giocatori dando origine ad una stagione di sorprese. Il nuovo campionato vide dapprima una notevole bagarre in vetta, con numerose squadre in lotta tra cui il Milan, l'Inter, la Juventus, la sorprendente Sampdoria e un'incredibile matricola: il Parma. Dopo la pausa natalizia, il gruppone si sgranò ad emersero le due milanesi e i genovesi. Furono gli scontri diretti a sancire il predominio doriano: battendo i rossoneri a Marassi e i nerazzurri a San Siro, i blucerchiati dei bomber Gianluca Vialli e Roberto Mancini, e del presidente Paolo Mantovani, colsero il loro primo e finora unico scudetto. I principali delusi furono i rossoneri, che avevano sì incamerato la loro seconda Coppa Intercontinentale consecutiva, ma erano malamente usciti dalla Coppa dei Campioni in una tribolata notte marsigliese che per giunta era costata ai rossoneri un anno di squalifica dalle coppe europee, ed erano descritti dagli organi di stampa come una formazione giunta alla fine di un ciclo.
Berlusconi seppe invece azzeccare la mossa vincente: lasciato partire Sacchi per la Nazionale, affidò la panchina a Fabio Capello. Il coriaceo tecnico di Pieris rigenerò lo spogliatoio costruendo un'epica stagione in cui i rossoneri non ebbero rivali: vinsero lo scudetto distanziando nettamente la Juventus di Giovanni Trapattoni, chiusero imbattuti come non capitava ad una squadra da 13 anni e ai campioni da 69, segnarono 74 gol rifilando goleade a numerosi avversari, e costruirono il mito degli Invincibili. Anche la stagione successiva fu un monologo del Diavolo, che conobbe la sua prima sconfitta, dopo una striscia record di 58 gare, solo il 21 marzo per il successo del Parma a San Siro con una rete di Faustino Asprilla; fu unicamente l'Inter di Osvaldo Bagnoli a tentare un vano inseguimento, fugato dal pareggio firmato Ruud Gullit nel derby della vigilia di Pasqua. La partenza in estate proprio di Gullit verso la Sampdoria, quella di Frank Rijkaard all'Ajax, ed il prematuro ritiro di Marco Van Basten, sembrarono gettare una pesante ombra sul futuro del Milan, cui Capello seppe cambiare totalmente strategia, e anziché sulle goleade degli anni passati, costruì nuovi successi sull'impenetrabile difesa guidata da Franco Baresi, che permise al portiere Sebastiano Rossi di battere il record di imbattibilità della propria porta con 929 minuti. Come due anni prima, la principale inseguitrice fu la Juventus, a cui si aggiunse la Sampdoria, ma ancora la truppa di Capello seppe tener testa agli avversari, cogliendo il terzo scudetto consecutivo, una striscia di successi che non si verificava dai tempi del Grande Torino. A completare il trionfo, giunse anche la vittoria in Coppa dei Campioni, che permise ai lombardi di cogliere quell'accoppiata che solo i loro cugini interisti erano riusciti a realizzare nel 1965.
Per i campioni d'Italia e d'Europa, e per il calcio italiano in generale, quella tarda primavera del 1994 fu un punto di svolta. La sera stessa della finale di Coppa ad Atene, in Senato il cavalier Berlusconi, da pochi mesi entrato nell'agone politico, riceveva la nomina a Presidente del Consiglio, e gli impegni istituzionali lo portarono sempre più lontano dal mondo del pallone, affidando la società di via Turati nelle mani del vicepresidente Adriano Galliani. Con una ben minore spinta propulsiva - e finanziaria - del loro presidente, i rossoneri si spensero pian piano; col materiale umano a loro disposizione, rinforzato dall'attaccante liberiano George Weah, riusciranno a condurre ininterrottamente il campionato 1995-96 e a conquistare il loro quindicesimo scudetto, ma subito dopo ebbero un crollo verticale. Già dall'estate di quel 1994, peraltro, il posto lasciato dal Milan era stato preso da una vecchia potenza del calcio tricolore.
[modifica] La Triade
Mai nel Dopoguerra erano trascorse ben otto stagioni consecutive senza che la Juventus cogliesse un titolo. Decisi a non allungare ulteriormente la striscia negativa, Gianni e Umberto Agnelli rivoluzionarono l'assetto organizzativo della società, affidandone la gestione al manager Antonio Giraudo, al re del mercato Luciano Moggi, e alla vecchia gloria Roberto Bettega: i tre dirigenti formarono un discusso, ma indubbiamente abilissimo gruppo di amministratori, la Triade, che nel bene e nel male condizionò il calcio italiano per dodici anni.
Sulla panchina bianconera fu chiamato Marcello Lippi, che seppe sfruttare ottimamente la novità regolamentare introdotta dopo i Mondiali USA; seguendo la linea della FIFA tesa a disincentivare i pareggi favorendo lo spettacolo, anche la FIGC introdusse la norma che assegnava tre punti ad ogni vittoria, e non più due. Il torneo vide balzare in testa l'ormai consolidato Parma di Nevio Scala, ma Lippi dimostrò di aver compreso appieno le conseguenze del nuovo sistema di punteggi: schierando la squadra con un inedito ed iperoffensivo schema 4-3-3, che sostituì il classico 4-4-2 che aveva fatto le fortune del Milan, ottenne un alto numero di vittorie, non curandosi di contro delle sette sconfitte stagionali, di cui tre consecutive in casa. Il tridente formato da Gianluca Vialli, Roberto Baggio e Fabrizio Ravanelli, assicurò gol a grappoli in un'annata in cui i bianconeri si trovarono a competere coi gialloblù su tutti i fronti. Se i ducali prevalsero nella finale di Coppa UEFA, la truppa di Lippi si aggiudicò quella di Coppa Italia e, soprattutto, lo scudetto dopo nove anni di attesa. E l'ascesa della Juventus continuò la stagione successiva quando, lasciando spazio in campionato - come già accennato - al Milan, i torinesi riuscirono a conquistare a Roma contro l'Ajax il titolo europeo.
Tra il 1996 e il 1998 si susseguirono due stagioni speculari sotto molti aspetti. In entrambe, un Milan alle prese con un difficilissimo ricambio generazionale, conseguì piazzamenti deludentissimi, rimanendo fuori dalle coppe europee e dovendosi anzi guardare le spalle; in entrambe, la Juventus subì le delusioni di perdere la Coppa dei Campioni all'ultimo atto; in entrambe, i bianconeri seppero ben consolarsi cogliendo un duplice scudetto; in entrambe, infine, tali successi maturarono in un clima di sospetti e polemiche. Rafforzatisi con l'acquisto del talentuoso trequartista franco-algerino Zinedine Zidane, i torinesi presero a stento il comando di un campionato mediocre, a novembre guidato dal sorprendente Vicenza di Francesco Guidolin, in cui le inseguitrici stentavano; in inverno venne fuori però il Parma, realtà consolidata e storica, essendo l'unica società nel Dopoguerra che fosse riuscita ad insidiare in maniera non episodica le gerarchie tradizionali del calcio italiano. I gialloblù sembrarono aver grosse chances per cogliere il loro primo scudetto quando sbancarono l'Olimpico di Roma, ma alcuni passi falsi li frenarono finché, nello scontro diretto dello Stadio Delle Alpi, la concessione di un rigore inesistente a favore dei bianconeri vanificò gli sforzi degli emiliani: l'episodio di Torino fu solo l'ultimo di una serie di arbitraggi più che discutibili, che avevano tratto d'impaccio i piemontesi in varie gare stagionali. E l'anno successivo le polemiche furono ancor maggiori. Stavolta fu l'Inter di Massimo Moratti e di Gigi Simoni ad impensierire la truppa di Lippi: capolista per gran parte del girone d'andata e vincitrice del primo scontro diretto, la squadra nerazzurra vanificò tutto con alcune clamorose sconfitte tra cui quella interna contro il Bari. I lombardi seppero comunque riprendersi, e si presentarono al Delle Alpi, la quart'ultima giornata, con un solo punto di ritardo dai bianconeri; il clima, già tesissimo per le continue sviste arbitrali che avevano salvato la Juventus in entrambe le gare contro l'Udinese, nell'incontro con la Roma, ed in vari altri incontri, si incendiò quando, in una convulsa fase di gioco, non venne assegnato un rigore ai nerazzurri per uno scontro fra Ronaldo e Mark Iuliano mentre, sul rovesciamento dell'azione, il penalty fu accordato ai bianconeri per un intervento su Alessandro Del Piero. Le polemiche divamparono violente su tutti i mass-media e persino in parlamento, ma ciò non impedì alla Juventus di cogliere il suo venticinquesimo titolo.
Furono i Mondiali di Francia'98 a rimescolare temporaneamente le carte in tavola. I bianconeri, molti dei quali protagonisti della manifestazione estiva, risentirono in pieno delle stanchezze da essa procurate, come accadde peraltro anche ai loro avversari nerazzurri. Ne originò un campionato anomalo, in cui ad un certo punto salirono le quotazioni della Fiorentina di Giovanni Trapattoni e del bomber Gabriel Batistuta: i viola veleggiarono in testa fino a febbraio, quando l'infortunio della punta argentina compromise i loro sforzi a vantaggio della Lazio di Sven Goran Eriksson, che sembrò a sua volta avviata al titolo quando, inaspettatamente, subì due sconfitte interne consecutive nel derby e contro la Juve. A questo punto si fece sotto il Milan di Alberto Zaccheroni, allenatore che aveva colto ottimi risultati negli anni precedenti con l'Udinese: i rossoneri, viaggiando a fari spenti e supportati da un buon pizzico di fortuna, riuscirono a sorpassare i biancocelesti nel penultimo turno e, la domenica seguente a Perugia, in una gara tesissima in cui gli umbri si giocavano la salvezza, conseguirono quella vittoria che permise loro di cingere lo scudetto del loro Centenario, forse il più inaspettato di sempre. Nel frattempo la Juve, che aveva sostituito Marcello Lippi con Carlo Ancelotti, perse lo spareggio per la zona Uefa con l'Udinese, chiudendo così al settimo posto della graduatoria e venendo costretta agli straordinari estivi dell'Intertoto: una fatica supplementare che costerà assai cara ai piemontesi.
I biancocelesti cercarono un pronto riscatto nel nuovo campionato, ma dovettero assistere al ritorno in forze della Juventus, che dopo un serrato testa a testa, chiuse in testa il girone d'andata, per poi prendere progressivamente il largo: spentisi alla distanza i rossoneri, i bianconeri sembravano veleggiare tranquilli verso il titolo grazie ai loro nove punti di vantaggio sui romani. Ma, improvvisamente, le fatiche dell'Intertoto e della mancata preparazione estiva esplosero fragorosamente: il 26 marzo la Juve cadde a San Siro e subito dopo nello scontro diretto casalingo; i bianconeri dettero la netta sensazione di essere scoppiati, ed infatti arrivò un nuovo tonfo a Verona, riducendo a soli due i punti distanzianti le contendenti. Quando all'ultimo minuto della penultima giornata il difensore del Parma Fabio Cannavaro segnò ai bianconeri una rete del possibile pareggio che avrebbe significato l'aggancio, l'arbitro Massimo De Santis l'annullò senza alcun apparente motivo: in settimana scoppiarono ancora caldissime polemiche, cui fecero corollario scontri e disordini a Roma tra la polizia e gli ultras biancocelesti che cercarono di dare l'assalto al palazzo della FIGC. Fu in questo clima che, all'ultima giornata, una Lazio ormai rassegnata vinse in casa contro la Reggina, mentre a Perugia la gara della Juve era stata interrotta per un violentissimo temporale. L'opzione del rinvio era però difficilmente praticabile per l'incombente inizio dell'Europeo, e quindi l'arbitro Pierluigi Collina diede l'ordine di giocare, anche perché il match pareva una formalità: ma, contrariamente alle attese, i perugini giocarono col massimo impegno, anche perché il vulcanico presidente biancorosso Luciano Gaucci, acerrimo nemico della dirigenza torinese, aveva minacciato la propria squadra di mandarla in ritiro, anziché in vacanza, se non avesse battuto i bianconeri. E fu così che, incredibilmente, un gol del perugino Alessandro Calori costò sconfitta e titolo agli juventini, mentre in un Olimpico in surreale attesa, scoppiava l'irrefrenabile festa tricolore, proprio nell'anno del Giubileo che aveva messo la città di Roma sotto gli occhi del mondo intero. L'Anno Santo portò gioia anche all'altra metà della Capitale, visto che nella nuova stagione fu la Roma di Fabio Capello a prendere il largo: i giallorossi mantennero vantaggi rassicuranti sulla Juventus inseguitrice, ma in primavera sembrarono in netto calo; un gol di Hidetoshi Nakata nello scontro diretto diede però tranquillità ai romani, che colsero il loro terzo scudetto il 17 giugno. Stavolta furono i bianconeri a recriminare, perché la posizione del giocatore giapponese era stata regolarizzata dalla Federazione solo pochi giorni prima del big match dello Stadio Delle Alpi, allargando le norme sul tesseramento dei calciatori extra-comunitari.
Nell'estate del 2001 il patron juventino Umberto Agnelli decise di prendere in mano la situazione, e richiamò in panchina Marcello Lippi. La squadra fu fortemente rimaneggiata, con le partenze di Filippo Inzaghi verso il Milan e di Zinedine Zidane al Real, e gli arrivi di Gianluigi Buffon, Pavel Nedved e Lilian Thuram. Nella stagione che vide il nuovo quinto derby della Serie A, quello fra Verona e Chievo, il gruppetto formato dai campioni in carica, dai bianconeri, e dall'Inter di Hector Cuper, si staccò via via dalle inseguitrici. La vittoria dei nerazzurri nello scontro diretto con i giallorossi, sembrò lanciarli verso il titolo, che parve ad un passo ad un minuto dalla fine della terzultima giornata, quando i milanesi godevano di cinque lunghezze di vantaggio: un gol subito dall'Inter a Verona, ed uno fatto dalla Juve a Piacenza, portò però i torinesi ad un solo punto di distanza, situazione con cui si arrivò all'ultima giornata, il 5 maggio. Decine di migliaia di tifosi nerazzurri invasero lo Stadio Olimpico di Roma, contando nella solida amicizia con i sostenitori della Lazio, mentre i bianconeri si recarono dalla tranquilla Udinese, e i romanisti erano di scena allo Stadio Delle Alpi contro il Torino. Mentre gli juventini risolsero agilmente la loro pratica, come previsto gli interisti si portarono in vantaggio, annullando un primo recupero biancoceleste: ma accadde l'incredibile. Dapprima la Lazio pareggiò, portandosi poi sul doppio vantaggio, quindi anche la Roma trafisse i granata: per la Juventus fu scudetto dopo tre anni di digiuno, alla Roma andò il secondo posto, mentre la raggelata Inter si ritrovò terza e costretta ai preliminari estivi di Champions League. Lo shock per un obiettivo inseguito da tredici anni e sfumato sulla linea del traguardo lasciò il segno nell'ambiente nerazzurro, da cui fuggì il brasiliano Ronaldo, ex pupillo del presidente Moratti. L'insperato successo diede nuove convinzioni invece alla Juventus, che nel 2003 fu protagonista di una storica lotta col Milan di Carlo Ancelotti, rafforzatosi con l'acquisto del capitano biancoceleste Alessandro Nesta. In campionato i rossoneri, dopo alcune annate grige, partirono determinati, passando in testa il giro di boa, ma alla lunga lasciarono decisamente il passo all'imperioso ritorno dei bianconeri; i piemontesi si aggiudicarono nuovamente, e più facilmente, il titolo, ma non poterono godere del successo: il 28 maggio a Manchester, proprio il Milan li batté nella prima finale tutta italiana di Coppa dei Campioni. Data l'enorme posta in palio, stavolta fu l'ambiente bianconero ad uscirne destabilizzato - Lippi negli spogliatoi dell'Old Trafford presentò addirittura le dimissioni, respinte, alla società - andando incontro ad un anno di transizione.
Fu così il Milan, sull'onda dell'entusiasmo infuso dal trionfo inglese, a vincere il suo diciassettesimo scudetto nel 2004. In un primo momento i bianconeri sembrarono poter tenere il ritmo di vertice, ma pian piano scivolarono indietro; inizialmente furono invece i giallorossi di Fabio Capello ad accreditarsi come favoriti al titolo, ma le quotazioni dei romani uscirono fortemente ridimensionate dalla triplice sconfitta - comprese due gare di Coppa Italia - inflitta loro dal Milan tra gennaio e febbraio. I milanesi, trascinati dalla coppia d'assi formata dall'ucraino Andriy Shevchenko e dal neoacquisto brasiliano Kakà, fecero propri entrambi i derby, espugnarono il Delle Alpi e, battendo in casa propria la Roma il 2 maggio, ottennero il titolo con un largo primato. Dal 2004-05, in seguito a un compromesso con le squadre della Serie B turbate dal Caso Catania, la Serie A tornò a 20 squadre.
I rossoneri, definitivamente riassestati dopo le annate in altalena successive all'ingresso in politica di Berlusconi, erano gli strafavoriti anche per la nuova stagione, stante la carenza di avversari, ma una clamorosa operazione di calciomercato cambiò le carte in tavola: a fine agosto, la Juventus del neoallenatore Fabio Capello cedette all'Inter il semisconosciuto e panchinaro portiere Fabian Carini, cambiandolo alla pari col difensore e capitano della Nazionale Fabio Cannavaro. La mossa della dirigenza interista, apparsa oltremodo azzardata se non apertamente irrazionale, risolse i problemi difensivi palesati dai bianconeri nel 2004, lanciandoli in testa alla classifica. Il Milan fu costretto ad inseguire, e lo scontro diretto di Torino, in cui i rossoneri dimostrarono uno sterile predominio, fece riaffiorare un clima di polemiche per l'opinabile arbitraggio di Paolo Bertini, dopo che già la settimana prima si era avuto molto da discutere sulla direzione di Tiziano Pieri nella trasferta bianconera di Bologna. Il vantaggio dei torinesi, cresciuto ad otto lunghezze a gennaio, si ridusse clamorosamente a febbraio, fino all'aggancio dei milanesi. A questo punto i due colossi del sistema calcistico italiano, che mai erano stati coinvolti in una sfida diretta per il titolo nazionale, iniziarono un sensazionale testa a testa, funestato però da nuove diatribe sugli arbitraggi dei bianconeri: dopo il prodromo di Cagliari, le discussioni si incentrarono sulle conduzioni di Salvatore Racalbuto a Roma, e soprattutto quella di Gianluca Paparesta a Verona, dove l'arbitro non vide entrare in porta un netto gol del Chievo. Alla fine, furono gli impegni di Champions League a fare la differenza: coi bianconeri già eliminati, i rossoneri faticarono alquanto a mantenersi in lotta sui due fronti, perdendo prima lo scontro diretto casalingo, e conseguentemente il titolo, l'8 maggio, e poi pure la coppa nella terribile finale di Istanbul. Per i torinesi si trattò del ventottesimo scudetto. Decisamente più netto fu il primato della Juventus nella nuova stagione. Gli uomini di Capello staccarono tutte le inseguitrici e guadagnarono distacchi abissali. Un calo di rendimento primaverile, con conseguente scialba uscita dall'Europa, favorì il ritorno prepotente del Milan, ma i bianconeri seppero difendere i loro tre residui punti di vantaggio. Il predominio bianconero sembrava non avere fine, ma il campionato, e l'intera organizzazione del calcio italiano, furono sconvolti dal più grande scandalo nella storia del pallone tricolore: Calciopoli.
[modifica] Calciopoli e l'Inter
A tre settimane dall'assegnazione del titolo del 2006, la Procura della Repubblica di Napoli iscrisse nel registro degli indagati, con l'ipotesi di frode sportiva, numerosi dirigenti calcistici. Secondo gli inquirenti, basatisi su intercettazioni telefoniche, la società bianconera si sarebbe adoperata per accomodare numerose gare del campionato 2004-05, tramite minacce e la costruzione di un sistema di potere in grado di condizionare la classe arbitrale: i già menzionati episodi controversi di quel torneo, sarebbero stati parte di una macchinazione ideata da una cupola in grado di influenzare ogni aspetto dell'attività della FIGC. Insieme alla Juventus, furono inquisite altre società, accusate di essersi rivolte a Luciano Moggi per ottenere indebiti favori: la Fiorentina, che si sarebbe adoperata per salvarsi in loco delle due pericolanti emiliane Parma e Bologna, la Lazio, anch'essa impelagata in una traballante posizione di classifica, come pure la Reggina. Rientrarono nell'inchiesta anche le azioni di Leonardo Meani, dirigente rossonero, il quale si sarebbe mosso per iniziare a costruire un contro-potere con cui opporsi a quello juventino, avvicinando alcuni guardalinee: se la condotta di Adriano Galliani, vicepresidente rossonero, non fu giudicata irregolare dai carabinieri, il procuratore della FIGC, Stefano Palazzi, ritenne di accusare il dirigente milanista per responsabilità oggettiva. Lo scandalo, battezzato Calciopoli dalla maggior parte della stampa, portò alle sentenze di primo grado del 14 luglio, mitigate, ma comunque pesanti, nell'appello del 25 luglio: la Juventus, privata sia del titolo del 2005 sia, per incompatibilità, di quello del 2006, fu ricollocata all'ultimo posto in classifica e retrocessa in Serie B per la prima volta nella sua storia; la Fiorentina e la Lazio, graziate da analogo provvedimento, furono escluse dalle coppe europee; il Milan fu escluso dalla riassegnazione del titolo e costretto ad un turno preliminare estivo per rientrare in Champions League; alla Reggina, come a tutte le squadre coinvolte, furono comminate penalizzazioni per la stagione entrante. Tutti i dirigenti coinvolti furono inibiti, mentre Luciano Moggi e Antonio Giraudo furono radiati.
La principale beneficiaria dello scandalo fu l'Inter, cui la FIGC il 26 luglio assegnò a tavolino lo scudetto 2006, il primo dopo diciassette anni di digiuno per i nerazzurri. La posizione della società di Massimo Moratti nella vicenda, non fu però esente da critiche, a causa di alcune scomode coincidenze: il commissario federale che assegnò il titolo, Guido Rossi, era un ex membro del consiglio di amministrazione dell'Inter; il socio in affari di Moratti, Marco Tronchetti Provera, era proprietario della TIM - tra l'altro sponsor del torneo dal 1998 -, società telefonica appartenente alla stessa holding di Telecom Italia, il principale provider di telefonìa nazionale, nello stesso periodo al centro di un'inchiesta penale per presunte intercettazioni telefoniche ed uso delle stesse a fini privati; le penalizazioni inflitte a molte delle più temibili avversarie, infine, garantivano ai nerazzurri un cammino probabilmente agevole verso il titolo del 2007. Fu così che Calciopoli, anziché ridare serenità al mondo del calcio italiano, sortì l'effetto contrario di seminare nuovi veleni.
Come previsto, l'Inter vinse facilmente il campionato, che comunque la squadra di Roberto Mancini seppe interpretare al meglio conquistando diversi record, tra cui spiccarono il maggior numero mai fatto di punti, e la più lunga striscia di vittorie consecutive. Decisamente più competitivo si presenta invece il torneo in corso, che vede il pronto ritorno in scena della rinnovata Juventus di Claudio Ranieri, oltre al Genoa e al Napoli, entrambe reduci dalla Serie C. Il campionato italiano non sembra finora saper uscire dalla spirale delle polemiche sui favoritismi arbitrali, oggi rivolte in più occasioni all'Inter capolista.
[modifica] Le squadre
Sono 60 le squadre ad aver preso parte ai 76 Campionati di Serie A che sono stati disputati dal 1929-30 al 2007-08. L'Inter è l'unica squadra ad aver partecipato a tutte le edizioni del torneo, non essendo mai retrocessa di categoria.
L'elenco delle sessanta squadre per numero di partecipazioni dal 1929-30 al 2007-08, attuale stagione di campionato, è il seguente:
- 76 volte:
Inter[3]
- 75 volte:
Juventus,
Roma
- 74 volte:
Milan
- 70 volte:
Fiorentina
- 67 volte:
Torino
- 65 volte:
Lazio
- 62 volte:
Bologna,
Napoli
- 60 volte:
Sampdoria[4]
- 48 volte:
Atalanta
- 41 volte:
Genoa
- 35 volte:
Udinese
- 30 volte:
Vicenza
- 29 volte:
Cagliari
- 28 volte:
Bari
- 26 volte:
Triestina
- 24 volte:
Verona
- 21 volte:
Brescia,
Palermo
- 18 volte:
Parma
- 16 volte:
Ascoli,
Livorno,
Padova,
SPAL
- 13 volte:
Alessandria,
Como,
Modena,
Perugia
- 12 volte:
Lecce,
Novara,
Pro Patria,
Venezia
- 11 volte:
Catania,
Foggia
- 10 volte:
Avellino,
Cesena
- 9 volte:
Empoli
- 8 volte:
Lucchese,
Piacenza,
Reggina
- 7 volte:
Catanzaro,
Cremonese,
Mantova,
Pisa,
Varese
- 6 volte:
Chievo,
Pro Vercelli
- 5 volte:
Messina,
Pescara,
Siena
- 4 volte:
Casale
- 3 volte:
Lecco,
Legnano,
Reggiana
- 2 volte:
Ancona,
Salernitana,
Ternana
- 1 volta:
Pistoiese,
Treviso
[modifica] Organico odierno
[modifica] Piazzamenti delle squadre
![]() |
Per approfondire, vedi la voce Albo d'oro del Campionato di Serie A. |
Ecco i migliori piazzamenti delle squadre che hanno preso parte ai 76 campionati a Girone Unico dal torneo 1929-30 al 2007-08.
Squadra | 1°posto | 2°posto | 3°posto | Partecip. | Podi |
![]() |
25 | 15 | 9 | 75 | 66% |
![]() |
14 | 12 | 15 | 74 | 54% |
![]() |
13 | 13 | 14 | 76 | 53% |
![]() |
5 | 4 | 6 | 67 | 20% |
![]() |
5 | 3 | 3 | 62 | 14% |
![]() |
3 | 9 | 5 | 75 | 25% |
![]() |
2 | 5 | 5 | 70 | 16% |
![]() |
2 | 4 | 6 | 62 | 16% |
![]() |
2 | 3 | 5 | 65 | 13% |
![]() |
1 | 1 | 0 | 29 | 3% |
![]() |
1 | 0 | 1 | 60 | 3% |
![]() |
1 | 0 | 0 | 24 | 1% |
![]() |
0 | 1 | 2 | 18 | 4% |
![]() |
0 | 1 | 1 | 35 | 3% |
![]() |
0 | 1 | 0 | 41 | 1% |
![]() |
0 | 1 | 0 | 16 | 1% |
![]() |
0 | 1 | 0 | 30 | 1% |
![]() |
0 | 1 | 0 | 13 | 1% |
![]() |
0 | 0 | 1 | 12 | 1% |
![]() |
0 | 0 | 1 | 13 | 1% |
![]() |
0 | 0 | 1 | 16 | 1% |
[modifica] Record del campionato italiano di calcio
[modifica] Squadre
[modifica] Maggior numero di punti a fine campionato
- Rapporto di 1,76 punti a partita usando il two-point system.
- Rapporto di 1,71 punti a partita.
- Rapporto di 1,70 punti a partita.
- Rapporto di 1,67 punti a partita usando il two-point system.
- Rapporto di 1,66 punti a partita.
[modifica] Calciatori
[modifica] Cannonieri
![]() |
Per approfondire, vedi le voci Cannonieri del campionato italiano di calcio e I centenari del gol. |
Primi 20 giocatori per numero di reti assolute in Serie A:
Silvio Piola 274
Gunnar Nordahl 225
Giuseppe Meazza 216
Josè Altafini 216
Roberto Baggio 205
Kurt Hamrin 190
Giuseppe Signori 188
Gabriel Omar Batistuta 184
Giampiero Boniperti 178
Amedeo Amadei 174
Giuseppe Savoldi 168
Guglielmo Gabetto 165
Francesco Totti 164
Roberto Boninsegna 163
Roberto Mancini 156
Luigi Riva 156
Carlo Reguzzoni 155
Luís Vinício 155
István Nyers 153
Adriano Bassetto 149
In grassetto i giocatori ancora in attività in Serie A.
[modifica] Imbattibilità del portiere
- Sebastiano Rossi, 1993-94 (Milan): 929 minuti
- Dino Zoff, 1972-73 (Juventus): 903 minuti
- Mario Da Pozzo, 1963-64 (Genoa): 791 minuti
- Ivan Pelizzoli, 2003-04 (Roma): 773 minuti
- Davide Pinato, 1997-98 (Atalanta): 757 minuti
- Luca Marchegiani,1997-98 (Lazio): 744 minuti
- Adriano Reginato,1966-67 (Cagliari): 712 minuti
- Fabio Cudicini, 1971-72 (Milan): 687 minuti
- Ivano Bordon, 1979-80 (Inter): 686 minuti
- Lido Vieri, 1970-71 (Inter): 685 minuti
[modifica] Classifica presenze in A
![]() |
Per approfondire, vedi la voce Classifica presenze nel campionato di calcio italiano. |
Primi 20 giocatori per numero di presenze assolute in Serie A:
- Paolo Maldini 612
- Gianluca Pagliuca 592
- Dino Zoff 570
- Pietro Vierchowod 562
- Roberto Mancini 541
- Silvio Piola 537
- Enrico Albertosi 532
- Gianni Rivera 527
- Giuseppe Bergomi 519
- Ciro Ferrara 500
- Giovanni Galli 496
- Tarcisio Burgnich 494
- Giancarlo De Sisti 478
- Angelo Peruzzi 478
- Giacinto Facchetti 475
- Franco Baresi 470
- Pietro Ferraris II 469
- Sergio Cervato 466
- Franco Causio 460
- José Altafini 459
In grassetto i giocatori ancora in attività
[modifica] Note
- ^ Ranking UEFA
- ^ (EN) Notizia su FIFA.com
- ^ Nel periodo infrabellico, fra il 1929 e il 1943, l'Inter partecipò alla Serie A in fusione con l'US Milanese, con il nome ufficiale di Ambrosiana-Inter.
- ^ Nel 1934 approdò in Serie A la Sampierdarenese che, nel 1937, si fuse con formazioni minori nel Liguria e, nel 1946, si unì alla rediviva Andrea Doria nella Sampdoria.
[modifica] Voci correlate
- Albo d'oro Campionato Serie A
- Campionato di calcio italiano (classifiche)
- Lista di giocatori stranieri della Serie A
- Serie B
Serie A - Classifiche |
||
1898 | 1899 | 1900 | 1901 | 1902 | 1903 | 1904 | 1905 | 1906 | 1907 | 1908 | 1909 | 1910 | 1911 | 1912 | 1913 | 1914 |
||
Calcio - Albo d'oro Campionato di Serie A |
Maschili |
||
Calcio - Albo d'oro del Campionato di Serie A, Serie B, Serie C (C1 e C2) |