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Heinrich Johann Bellegarde - Wikipedia

Heinrich Johann Bellegarde

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(Carlo Cattaneo, Dell’insurrezione di Milano nel 1848 e della successiva guerra. Memorie, Lugano, febbraio 1849)
Il feldmaresciallo Bellegarde
Il feldmaresciallo Bellegarde

Heinrich Johann Bellegarde (Dresda29 agosto 1755 – Vienna22 luglio 1845) è stato un militare austriaco. Di origine savoiarda, feldmaresciallo di Francesco II, combatté l’intero ciclo delle guerre contro la Francia Rivoluzionaria e Napoleone, riportando alcune vittorie ed assistendo a molte decisive sconfitte, ma aumentando sempre il proprio credito verso la Casa d’Austria. Fra l’aprile 1814 e l’aprile 1816. Governatore di Milano e delle Venezie, fu il vero creatore del Regno Lombardo-Veneto e della egemonia austriaca in Italia.

Indice

[modifica] Esordi

Discendente di una delle più antiche famiglie della nobiltà savoiarda, nacque nel 1755 a Dresda, capitale del Regno di Sassonia e, per qualche tempo, fece parte dell’esercito di quel regno.

Entrato nel 1771 al servizio degli Asburgo d’Austria, si distinse come colonnello dei dragoni nelle guerra austro-turca del 1787-1791.

[modifica] La 1^ coalizione

Napoleone e i suoi generali
Napoleone e i suoi generali

Partecipò, come maggiore-generale, alla infelice campagna d’Olanda (1793-1794 che portò alla proclamazione della filo-francese Repubblica Batava), con tali meriti da essere promosso, già nel 1796, quarantuenne, luogotenente-feldmaresciallo. Nel 1796, quando l’arciduca Carlo assunse il comando in Germania gli fu accanto nello Stato maggiore. Gli Austriaci respinsero l’avanzata del Moreau e del Joubert ad Amberg ed a Würzburg.

Nel 1797 accompagnò l’arciduca nella sfortunatissima campagna d’Italia contro un nuovo e giovanissimo generale francese, tal Napoleone. Nell’aprile 1797, con il Merveldt, siglò l’armistizio di Judenburg e poi il 17 ottobre 1797 firmò con Napoleone i preliminari di pace di Campoformio (o armisitizio di Léoben), conclusi nel Congresso di Rastatt: l’Austria rinunciava a tutta Italia ma acquisiva Venezia.

[modifica] La 2^ coalizione

Nel 1799, gli fu affidato il comando del corpo di armata in Svizzera orientale, circa 25'000 uomini, incaricato di mantenere le comunicazioni fra l’esercito russo del Suvorov e quello austriaco dell’arciduca Carlo. Il 20 marzo 1799 combatté la battaglia di Finstermünz contro i francesi del Lecourbe.

Raggiunse, quindi, il russo in Italia. Condusse l’assedio della cittadella di Alessandria. Incaricato del blocco di Tortona, il 20 giugno 1799 presso Giuliano venne battuto dal francese Moreau e costretto a ritirarsi oltre la Bormida. Prese parte alla decisiva vittoria di Novi contro i francesi del Joubert, che si videro costretti ad abbandonare le repubbliche giacobine italiane.

La battaglia di Marengo
La battaglia di Marengo

Nel 1800 fu secondo del Comandante in Capo austriaco generale Melas. Incaricato della ala sinistra austriaca, combatté a Santa Giustina contro il Masséna. Sul Var venne respinto dal Suchet. Napoleone tornato dall’Egitto e divenuto primo console passò quindi le alpi ed inflisse agli austriaci ed al Bellegarde la famosa sconfitta di Marengo.

Dopo Marengo e la tregua di Alessandria al Bellegarde venne affidato il comando supremo in Italia, al posto del Melas. Non seppe ottenere risultati migliori del suo predecessore: si vide conquistare Mantova, Ferrara, ed altre città. Da comandante in capo debuttò il 25 dicembre con una sconfitta a Pozzolo, inflittagli dal Dupont e dovette ripiegare dietro l'Adige. Il (16 gennaio 1801) fu costretto a concludere l’armistizio di Treviso, presto seguito dalla pace di Lunéville (che confermava le condizioni di Campoformio).

[modifica] Quattro anni di pace

Al termine della guerra, Bellegarde fu chiamato a far parte del consiglio aulico di guerra, che presiedette ad interim nel 1805 quando l’arciduca Carlo lasciò per assumere il comando in Italia.

[modifica] La 3^ coalizione

Presto, tuttavia, anche al Bellegarde venne assegnato un comando operativo e comandò la destra austriaca alla sanguinosa vittoria di Caldiero. Le cose andavano assai peggio sul fronte di Germania, con l’esercito austriaco accerchiato e costretto alla resa ad Ulma. L’arciduca Carlo prese, quindi, a ritirarsi verso l’Ungheria, per ricongiungersi con i Russi. Ma Napoleone si mosse con grande rapidità, il 2 dicembre 1805 diede battaglia ad Austerlitz e ridusse austriaci e russi in polvere.

Bellegarde non vi prese parte in quanto, dal luglio 1805, era stato nominato comandante generale del Veneto austriaco. Carica che dovette lasciare presto in quanto, con la Pace di Presburgo del 26 dicembre 1806, l’Austria cedeva al Regno d'Italia il Veneto (mentre Tirolo e Vorarlberg passavano alla Baviera).

[modifica] Altri tre anni di pace

Bellegarde, rientrato a Vienna, nel 1806 venne promosso feldmaresciallo e governatore civile e militare della Galizia. Poi “governatore” dell’erede al trono.

Dopo Presburgo l’Impero Austriaco venne retto da un nuovo governo, ove spiccava il Ministro degli Esteri Stadion, che si impegnò alla ripresa della guerra contro Napoleone. In parallelo, l’arciduca Carlo e l’arciduca Giovanni riformavano l’esercito, fra l’altro introducendo, nel 1808, il servizio di leva obbligatorio.

[modifica] La 5^ coalizione

Napoleone ad Eylau
Napoleone ad Eylau

Nel 1809 Napoleone era impegnato, per il secondo anno di fila, nella repressione della Sollevazione Spagnola: lo Stadion ritenne maturi i tempi per la riscossa e convinse l’Imperatore alla ripresa dei combattimenti: venne battezzata Sollevazione Austriaca, in chiaro riferimento alla Spagna. L’Austria era però sola, in quanto la Prussia era sotto occupazione francese, la Russia alleata della Francia, l’Inghilterra impegnata in Spagna e, comunque, lontana.

A Bellegarde venne affidata la estrema destra dell’esercito austriaco, con il 1° ed il 2° corpo, schierato sulla riva sinistra del Danubio. Quando Napoleone entrò dalla Baviera, diretto verso Vienna, il Bellegarde si scontrò con il maresciallo Davout alla battaglia di Eckmühl, presso Ratisbona. Tagliato fuori dal grosso dell’esercito con l’arciduca Carlo, Bellegarde si ritirò in Boemia, ma fu in grado di ricongiungersi all’armata prima degli scontri decisivi.

Nel maggio 1809, infatti, l’arciduca Carlo aveva portato l’intero esercito sulla riva sinistra del Danubio, lasciando che Napoleone occupasse Vienna, indifesa. Dopodiché, lì nei pressi, i Francesi passarono in forze il Danubio, ma vennero respinti alla grande battaglia di Aspern-Essling. Un secondo tentativo, nel luglio 1809, fu assai più fortunato e permise a Napoleone di conseguire una brillante vittoria a Wagram. Ad entrambe gli scontri Bellegarde partecipò alla guida del 1° corpo e seppe segnalarsi per il proprio valore.

La sconfitta costrinse l’Imperatore a dimissionare lo Stadion (sostituito con il Metternich, un suo stretto collaboratore) e l’arciduca Carlo ed a concludere, nell’ottobre 1809, la Pace di Schönbrunn. L’Austria cedeva l'Alto Adige, Salisburgo, la Galizia occidentale con Cracovia, Tarnopol e le Province Illiriche ma, soprattutto, riduceva l’esercito alla miseria di 150'000 uomini e diveniva, sostanzialmente, vassallo della Francia.

[modifica] Gli ultimi quattro anni di pace e riorganizzazione

Dopo la Pace di Schönbrunn e sino al 1813, Bellegarde, con il grado di feldmaresciallo da campo, fu di nuovo nominato governatore di quel che rimaneva della Galizia. Ma era spesso richiamato a presiedere le riunioni del consiglio aulico di guerra, specie nel 1810 in relazione alla riorganizzazione dell’esercito austriaco.

[modifica] La 6^ coalizione

Napoleone si congeda dalla Guardia Imperiale
Napoleone si congeda dalla Guardia Imperiale
Per approfondire, vedi la voce Caduta del Regno Italico.

Nel giugno 1812 Napoleone entrò in Russia varcando il Njemen con 500'000 uomini, per rientrare il 10 dicembre con poco più di 37'000 uomini. Non tutti erano morti: ad esempio, nel dicembre 1812 la Prussia dichiarò la neutralità del proprio contingente, per poi passare, il 28 febbraio 1813 alla alleanza aperta con la Russia e l’Inghilterra. L’Austria si univa solo il 20 agosto 1813 e partecipava alla vittoriosa battaglia di Lipsia il 16-19 ottobre. dopodiché Napoleone si ritirò ordinatamente oltre il Reno. Nel 1814 il prussiano Blücher e l’austriaco Schwarzenberg passavano il Reno e, dopo una serie di nuove battaglie, il 31 marzo 1814 occupavano Parigi. Il 6 aprile 1814 Napoleone abdicava a Fontainebleau e, nel maggio 1814, veniva firmata la Pace di Parigi.

Nel frattempo, ad agosto dopo l’entrata in guerra dell’Austria, Bellegarde era divenuto di nuovo presidente del consiglio aulico di guerra. In dicembre gli venne conferito il comando dell’armata d’Italia: aveva di fronte l’esercito del Regno d'Italia, guidato dal Viceré Eugenio di Beauharnais.

Quest’ultimo era rientrato a Milano il 18 maggio 1813 e s’era subito impegnato a ricostituire l'esercito in previsione della probabile adesione dell'Austria alla coalizione antifrancese. L’8 agosto era partito per l’Isonzo. In novembre, dopo Lipsia, si era portato sulla linea dell'Adige e poi sul vicino Mincio. Giova ricordare che, a quel punto, solo Italia e Francia erano rimaste fedeli all’Napoleone.

L’esercito italiano del Beauharnais era piuttosto forte, gli Austriaci del Bellegarde non soverchianti e, oltretutto, il massimo sforzo strategico degli alleati della sesta coalizione era concentrato su Napoleone e la Francia. Gli alleati, quindi, cercarono di ottenere la neutralità dei vassalli di Napoleone in Italia: Murat col suo Regno di Napoli e, appunto, Eugenio con il Regno d'Italia, di cui era Viceré. Rispettivamente cognato e figlio adottivo dell’Imperatore dei Francesi.

Eugenio di Beauharnais
Eugenio di Beauharnais

La proposta era tutt’altro che scandalosa e il primo, in effetti, acconsentì. Eugenio, invece, pur genero del Re di Baviera, decise di rimanere fedele fino all’ultimo. Il 22 novembre 1813 rifiutò, quindi, la profferta austriaca, che gli avrebbe consentito di conservare (soprattutto per lui) il trono e (soprattutto per noi) l’indipendenza della Lombardia e del Veneto, unite all’Emilia-Romagna ed alle Marche.

L’11 gennaio 1814 Murat si alleò con l'Austria e, già il 31 gennaio, prese possesso della Toscana. Il 2 febbraio vennero rotte le relazioni fra Regno d'Italia e Regno di Napoli. Eugenio si trovava, adesso, minacciato di aggiramento da sud e il Bellegarde ne profittò per riprendere l’iniziativa. Ma gli andò male: l’8 febbraio attaccò Eugenio sul Mincio e ne fu respinto. Eugenio, tuttavia, non poté sfruttare la vittoria, giacché temeva l’aggiramento da parte dell'esercito napoletano da sud.

[modifica] La fine del Regno d'Italia

L’esercito del Regno d'Italia, tuttavia, era al completo ed invitto. Mentre gli eventi in Francia precipitavano, Eugenio resistette ben al di là della abdicazione di Napoleone (6 marzo), e persino oltre la stipula del Trattato di Fontainebleau (11 aprile).

Il 15 aprile, anzi, Eugenio convocò per il successivo 17 a Milano il Senato del Regno d'Italia per ottenere la nomina a Re. A tal fine, il 16 aprile guadagnò tempo stipulando la Convenzione di Schiarino-Rizzino, presso Mantova, che stabiliva lo sgombero delle truppe straniere da tutte le parti d'Italia non ancora invase dagli Austriaci. Al Senato, tuttavia, il tentativo venne tradito dalla meglio nobiltà milanese (Carlo Verri, il Confalonieri, il generale Pino, il Manzoni, il Porro Lambertenghi, fra gli altri). Il 20 aprile la folla aizzata dai traditori invadeva il Senato. Poi passava a San Fedele e massacrava il ministro Prina, che si era opposto alla congiura insieme al Melzi d'Eril. Il 21 aprile, addirittura, il Consiglio Comunale di Milano, riunitosi d'urgenza, nominò un Comitato di Reggenza Provvisoria, composta da sette membri: il fior fiore dei cospiratori. Come primo atto, il Comitato inviò delegati al Bellegarde perché mandasse truppe ad occupare la città. Il 22 aprile i Collegi elettorali, convocati dal podestà Durini, abolirono il Senato.

Il progetto di Eugenio era compromesso. L’indipendenza del Regno d'Italia finita: il 23 aprile il viceré firmò a Mantova la capitolazione. Con un esercito al completo e senza essere stato sconfitto dagli Austriaci. Bellegarde riferì che, partendo, Eugenio gli disse che “l'Italia è vile. Un solo ideale han le sue folle: non pagar tasse e starsene in panciolle”. Eugenio avrebbe lasciato Mantova il 27 aprile per Monaco di Baviera, dove, dopo una esistenza agiata a corte, si sarebbe spento il 21 febbraio 1821. Pochi giorni prima il Confalonieri, insieme al suo protetto Pellico erano stati incarcerati allo Spielberg.

Il 26 aprile 1814 il commissario austriaco Sommariva prese possesso della Lombardia a nome del Bellegarde. Il 28 aprile 17'000 austriaci entrarono in Milano da Porta Romana, al comando del generale Neipperg. L’8 maggio, infine, giunse il Bellegarde, sconfitto in guerra ma trionfatore nella politica.

[modifica] La soppressione dell’autonomia lombarda

l'imperatore d'Austria Francesco II
l'imperatore d'Austria Francesco II

L'8 maggio Bellegarde assunse i poteri nel Regno d'Italia come plenipotenziario dell’Imperatore d’Austria. Il 25 maggio confermò l'operato del Comitato di Reggenza fino a quel punto svolto, ne annunciò la cessazione dell'attività come istituto autonomo, e costituì una nuova Reggenza Provvisoria di Governo di cui si nominò presidente. Francesco II, anzi, lo nominò “commissario plenipotenziario delle province austriache in Italia". Il 12 giugno Bellegarde passò da commissario plenipotenziario a governatore generale.

Suoi primi atti furono adibire a carcere parte del convento di Sant'Antonio, spostare il patibolo da Piazza Vetra al "prato della morte" fuori dai Bastioni tra Porta Ludovica e Porta Vicentina. Adibire il palazzo del defunto Senato ad ospitare uffici dell’amministrazione imperiale, fra cui della Contabilità di Stato (lo ribattezzò, infatti, “Palazzo della Contabilità”).

Subito il Bellegarde iniziò la resa dei conti con la nobiltà lombarda, che pure lo aveva tanto favorito tradendo Eugenio. In primo luogo, nel luglio 1814, istituì una “Commissione aulica di Organizzazione Centrale” che si occupasse della riorganizzazione dello Stato. Si trattava, per il feldmaresciallo, di smantellare i ministeri centrali del cessato Regno d'Italia e di impedire il ritorno (tanto desiderato dalla nobilità milanese) all’epoca di Maria Teresa, quando la Lombardia aveva goduto una marcata autonomia dall’Austria ed il patriziato di ampi poteri amministrativi.

Bellegarde impose alla Commissione una linea “più moderna”, con una amministrazione fortemente centralizzata così come era nel decaduto Regno d'Italia. Solo che, questa volta, l’accentramento non è nelle mani di un governo a Milano (ancorché sotto protettorato francese) bensì della amministrazione centrale viennese. Il Regno Lombardo-Veneto (annunciato con proclama il 7 aprile 1815), infatti, si rivelò, da subito, poco più che una finzione: le competenze del viceré (il primo sarà l’Arciduca Ranieri che era tedesco e fratello dell’Imperatore) furono meramente simboliche.

In secondo luogo, per perfezionare l’opera, la Reggenza del Bellegarde inviò al Congresso di Vienna (aperto il 1 novembre 1814) due suoi rappresentanti italiani: Mellerio e Castiglioni. Essi si fecero portavoci della linea “autonomista” della nobilità lombarda, ma non ebbero alcuno spazio (avendo tradito Eugenio e consegnato Milano senza pattuire nulla in cambio). In cambio il Mellerio si segnalò in tutta Vienna per aver “speso una fortuna” donando stecche di cioccolata a tutte le persone influenti della capitale austriaca.

Il 7 aprile 1815 veniva annunciata la costituzione degli “stati austriaci in Italia” in un nuovo Regno Lombardo-Veneto, di cui il Bellegarde venne nominato luogotenente del Viceré (ancora da nominare). Unica soddisfazione per i Lombardi: la definitiva riannessione della Valtellina, ma a fronte della perdita, definitiva, del Canton Ticino.

[modifica] La soppressione dell’esercito del Regno d'Italia

Nel frattempo Bellegarde si occupava delle cose serie: alla capitolazione di Eugenio il Regno d'Italia disponeva ancora di un esercito con 45'000 uomini, addestrato, disciplinato e , soprattutto, invitto. Il 13 giugno 1814 dava un segnale, impartendo all’esercito il divieto di indossare coccarde tricolori. Gli ufficiali francesi veniva senz’altro licenziati in massa e sostituiti da Austriaci. La repressione (nell’ottobre 1814) di un possibile pronunciamento militare, abbozzato dal generale Lechi e dall’avvocato Lattuada, fornì al Bellegarde l’occasione per liberarsi degli ufficiali italiani più anti-austriaci (curioso notare che, sino a pochi mesi prima, si fossero distinti come anti-francesi). A dicembre i reparti cominciarono ad essere trasferiti verso nuove guarnigioni al di là delle Alpi, sparse per lo sterminato Impero. L’opera venne compiuta il 30 marzo 1815 quando Bellegarde impose agli ufficiali dell’esercito del Regno d'Italia di giurare fedeltà all'Austria. Ciò che spinse, la notte del 31 marzo il Foscolo a fuggire in Svizzera e, di lì, a Londra.

[modifica] La fine di Gioacchino Murat

Gioacchino Murat
Gioacchino Murat

L’opera del Bellegarde, tuttavia, sarebbe stata imperfetta se egli avesse permesso la sopravvivenza dell’ultimo regno indipendente italiano non vassallo dell’Austria: il Regno di Napoli di Gioacchino Murat. L’occasione gli venne offerta il 15 marzo 1815, quando Murat dichiarò guerra all'Austria, iniziando così la guerra austro-napoletana. Il 30 marzo Murat, con circa 27.000 uomini, si portò a Rimini e vi diffuse il famoso Proclama, nel quale si dichiarava promotore e difensore dell'unità e della libertà italiane. Esso seguiva di poco più di un mese la fuga di Napoleone dall’Elba.

Il 5 aprile Bellegarde rispose con un “contro-proclama di Milano” ove affermava che “la Germania era scesa con numerose truppe a sola difesa d'Italia” e dispose lesto dell’armata austriaca in Italia (circa 50.000 uomini), costituendone una parte (circa 25.000 uomin) in corpo di spedizione (affidato al generale viennese di padre comasco Federico Bianchi, sotto l’alto comando di Johann Maria Philipp Frimont). Il 2 maggio Gioacchino Murat fu sconfitto nella battaglia di Tolentino e il 19 maggio si imbarcò per la Francia. Il 2 giugno gli Austriaci poterono far rientrare a Napoli Ferdinando IV di Borbone, sulla punta delle loro baionette. Di lì a pochi giorni, il 9 giugno si concluse il Congresso di Vienna: Napoleone venne sconfitto a Waterloo (18 giugno), abdicò e partì per l’esilio a Sant’Elena (22 giugno). Il successivo 13 ottobre la partita con Murat, sopravvissuto a sé stesso ed alla storia, si concluse con la sua fucilazione a Pizzo Calabro, dove era sbarcato il 5 ottobre precedente.

[modifica] Il perfezionamento della Restaurazione

L'Italia come disegnata dal Congresso di Vienna
L'Italia come disegnata dal Congresso di Vienna

Il compito del Bellegarde poteva dirsi assolto e, per sancirlo, si provvide ad organizzare una visita del nuovo Imperatore tedesco, Francesco II con moglie al seguito. Entrarono in Milano il 31 dicembre 1815, da Porta Orientale: Carlo Porta e Vincenzo Monti vennero prezzolati per comporre saluti benaugurati. Il 2 gennaio 1816 si provvide, quindi, a sopprimere la Reggenza Provvisoria di Governo, sostituita da un “imperiale regio governo” presieduto dal governatore, feldmaresciallo Bellegarde, secondo gli ordinamenti del Regno Lombardo-Veneto, che entravano da quel giorno in vigore. Tanto per chiarire quale grado di autonomia venisse lasciato al nuovo Regno, il giorno prima entravano in vigore i codici civile e penale austriaci.

Alla nobiltà milanese venne lasciato il governo della “Imperial Regia Congregazione Municipale”, ridotta dei comuni circostanti che vennero resi di nuovo autonomi. Attraverso di essa al patriziato milanese venivano lasciate meno che le briciole: manutenzione di edifici comunali, chiese parrocchiali e strade interne, stipendi dei propri dipendenti e polizia locale. Dell’ordine pubblico, infatti, negli anni successivi si sarebbe occupato soprattutto l’esercito imperiale. Tutto il resto (censura, amministrazione generale del censo e delle imposizioni dirette, direzione delle scuole, lavori pubblici, nomine e controllo delle amministrazioni provinciali) era nelle mani del governatore, austro-tedesco e del suo governo. Vienna agiva poi direttamente attraverso un “Magistrato camerale” (monte di Lombardia, zecca, lotto, intendenza di finanza, cassa centrale, fabbricazione di tabacchi ed esplosivi, uffici delle tasse e dei bolli, stamperia reale, ispettorato dei boschi e agenzia dei sali), l’Ufficio della Contabilità, la Direzione generale della Polizia.

Bellegarde venne quindi congedato e sostituito (il 21 aprile 1816) come governatore della Lombardia dal conte Saurau, già governatore di Milano dal 21 aprile 1815 al seguito del feldmaresciallo. Per non lasciare spazio ad equivoci, quest’ultimo, non appena arrivato, provvide ad arricchire il portale del palazzo del governo, a rifare la facciata del Palazzo di Giustizia e ad ampliare il recinto delle carceri.

Egli venne raggiunto, il 24 febbraio 1819, dal conte Giulio Strassoldo, in coppia con il nuovo Viceré, il gentile ma superfluo arciduca Ranieri entrato in Milano il 24 maggio successivo.

[modifica] La repressione politica

Su un punto, il governatore Bellegarde ebbe a distinguersi dai suoi successori: la relativa mitezza della repressione poliziesca. È significativo che le cronache richiamino pochi episodi: ad esempio alcuni giorni dopo la fuga di Napoleone dall’Elba, il 7 e 8 marzo 1815 Bellegarde fece arrestare alcuni milanesi che si erano permessi di brindare all’Imperatore dei Francesi. Anche gli artefici del progettato pronunciamento militare italiano del 1814, vennero condannati al massimo a due anni di fortezza.

Tale comportamento appare in stridente contrasto con la dura repressione poliziesca che avrebbe contraddistinto l’intera esistenza del Regno (a Milano dal 1820 circa, sino al 1859). Ed è a tale contrasto che si riferiscono le fonti austriache quando affermano che il governatore “guadagnò la stima delle popolazioni per la dolcezza della sua amministrazione” e che “amministrò la Lombardia con immutata saggezza”.

Probabilmente il Bellegarde dovette essere più prudente dei suoi successori (ad esempio lo Strassoldo) in quanto la situazione era potenzialmente instabile: la burocrazia (completamente rinnovata dai Francesi) diffidente se non ostile, la centralizzazione privava la nobiltà dell’accesso a prestigiose cariche di governo, i liberali vedevano cadere ogni prospettiva di rinnovamento politico, il debito pubblico era enorme, i disoccupati e gli sbandati numerosi, la carestia incombente (l’1-2 luglio 1815 erano stati saccheggiati a Milano alcuni forni).

Ma Bellegarde ebbe anche il vantaggio di apparire colui che portava la pace dopo decenni di guerre: nel 1815 veniva inaugurato l'arco di Porta Ticinese del Cagnola con una iscrizione dedicata alla pace (mentre Eugenio l’avrebbe dedicata a Napoleone). Lo stesso avvenne con l’Arco della Pace (che i francesi avrebbero battezzato “Arco della Vittoria”). Nel “contro-proclama del 5 aprile 1815 uno egli argomenti forti del Bellegarde era stato che Murat voleva “riaccender per tutto il fuoco devastatore della rivoluzione … col simulacro della indipendenza italiana”.

Nel primo quinquennio della restaurazione molti italiani concessero al governo imperiale perlomeno il beneficio del dubbio. I successori del Bellegarde, al contrario, dovettero affrontare l’opposizione molto più motivata della Carboneria eppoi quella, ideologizzata e spesso pronta al martirio, del Mazzini.

Come vicino di casa, infine, il Bellegarde, lui stesso di origine savoiarda, ebbe a che fare con il Regno di Sardegna di Vittorio Emanulele I: i suoi successori, al contrario, si trovarono di fronte Carlo Alberto e Cavour.

[modifica] La politica culturale nel Lombardo-Veneto

Stendhal
Stendhal

La Milano degli anni di Bellegarde era una città importante e vitale. Proprio a Milano sono attivi praticamente tutti i letterati del canone italiano di quegli anni: tale monopolio meneghino di tutti i talenti nazionali era stato permesso dalla elezione della città a capitale del Regno d'Italia. E, infatti, non si ripeté mai più.
Ovvio che gli Austriaci ne fossero informati: il Bellegarde non poteva esimersi dal tentare una qualche politica culturale. Cominciò tradizionalmente, ripristinando, il 1 agosto 1814 la Compagnia di Gesù. Più tardi (1 marzo 1816) impose l’austriaco conte di Gaisruck ad arcivescovo di Milano. Ma non poteva certo bastare. Il governo invasore, faute de legitimité, doveva almeno tentare di guadagnare alla propria causa quegli scrittori che più si erano mostrati avversi al dominio francese. Meglio, poi, se si fossero lasciati convincere delle “paterne intenzioni” dei nuovi signori tedeschi. In ogni caso si sarebbe potuto cercare di imbrigliarli in un sistema di cultura cortigiana, retta dalle sovvenzioni statali.
Ne nacque il mensile Biblioteca Italiana, affidato all'Acerbi, dalla cui crisi sarebbe sorto Il Conciliatore, massacrato dalla censura austriaca e costretto a chiudere di lì pochi mesi. La redazione e i suoi finanziatori (il meglio della nobiltà lombarda, dal Confalonieri al Lambertenghi) si sarebbe presto ritrovata nella Carboneria e, di lì, in esilio o allo Spielberg.

L’evidente fallimento della politica culturale del Bellegarde è tanto più evidente se si considera che, proprio sotto il suo governatorato, Manzoni componeva la poesia “Il proclama di Rimini” (che sarà poi diffusa solo nell'aprile 1848, assieme a “Marzo 1821”), dedicandola all’alter-ego di Eugenio, Gioacchino Murat. Il ripensamento del partito degli “Italici” che si era opposto al tentativo del Beauharnais dovette essere, poi, generale, se è vero che il 20 aprile 1816 veniva diffusa manoscritta la “Prineide”, operetta “politica” in cui compariva il fantasma del povero ministro Prina: l’autore, il Tommaso Grossi espiò con due giorni di prigione (24-26 gennaio 1817).

Per il Bellegarde poco valeva, quindi, che si spegnessero tutti i sostenitori del Beauharnais, come il Melzi d'Eril, morto il 16 gennaio 1816 e sepolto nella sua villa di Bellagio. L’ostilità del ceto dirigente lombardo non era matura, ma già appariva spessa, diffusa. E avrebbe impedito il coagularsi di un vero consenso politico attorno agli Asburgo, consentendo, alla lunga, il necessario riscatto.
In definitiva, il fallimento della politica culturale austriaca lasciava il governo imperiale a reggersi unicamente sulla propria forza militare e sulla remissività delle popolazione. Qualcosa di simile al brutale avvertimento di Francesco II, il 7 maggio 1814, agli ambasciatori milanesi del Comitato di reggenza: “voi mi appartenete per diritto di cessione e per diritto di conquista”. Non centro per legittimità o convinzione.

[modifica] Conclusioni

Bellegarde, partito da Milano, si recò a Parigi, senza missioni o cariche ufficiali. Dopo qualche tempo venne richiamato al consiglio aulico di guerra a Vienna, che presiedette, per la terza volta, dal 1820 (in sostituzione dello Schwarzenberg). Alla fine del 1817 lo raggiunse il suo sodale Saurau (chiamato anche alla Cancelleria imperiale): evidentemente, i loro servigi in Italia erano stati apprezzati.

Il feldmaresciallo, rimase presidente del consiglio aulico sino al 1825, quando la crescente debolezza alla vista l’obbligò a ritirarsi. Morì molto più tardi, il 22 luglio 1845, a Vienna.

[modifica] Voci collegate

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