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Celti - Wikipedia

Celti

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Il Calderone di Gundestrup, manufatto celtico della fine del II secolo a.C. conservato presso il Museo Nazionale di Copenaghen (Danimarca)
Il Calderone di Gundestrup, manufatto celtico della fine del II secolo a.C. conservato presso il Museo Nazionale di Copenaghen (Danimarca)

I Celti erano una popolazione indoeuropea che, nel suo periodo di massimo splendore (IV-III secolo a.C.), si estese in un'ampia area dell'Europa, dalle Isole britanniche fino al bacino del Danubio (oltre ad alcuni insediamenti isolati più a sud, nelle pensiole iberica, italica e anatolica). Uniti dalle origini etniche e culturali e dalla condivisione di uno stesso gruppo linguistico, rimasero sempre politicamente frazionati; tra i vari gruppi di popolazioni celtiche si distinguono i Britanni, i Galli, i Pannoni, i Celtiberi e i Galati, stanziati rispettivamente nelle Isole Britanniche, nelle Gallie, in Pannonia, in Iberia e in Anatolia.

Portatori di un'originale e articolata cultura, a partire dal II secolo a.C. furono soggetti a una crescente pressione poiltica e culturale da parte di altri due gruppi indoeuropei: i Germani, da nord, e i Romani, da sud. I Celti furono progressivamente sottomessi e assimilati, tanto che già nella tarda antichità l'uso delle loro lingue appare in netta decadenza. L'arretramento dei Celti come popolo autonomo è testimoniato proprio dalla marginalizzazione della loro lingua, presto confinate alle sole Isole britanniche. Qui emersero infatti, dopo i grandi rimescolamenti altomedievali, gli eredi storici dei Celti: le popolazioni dell'Irlanda e delle frange occidentali e settentrionali della Gran Bretagna parlanti lingue brittoniche o goideliche (le due varietà di lingue celtiche insulari).

I Celti sono menzionati dagli storici di lingua greca come χελτοί (Ecateo di Mileto ed Erodoto) o χέλται (Aristotele e Plutarco), da cui deriva il latino celtae. Dal III secolo a.C. è attestato, sempre presso i Greci, il nuovo etnonimo γαλάται, corrispondente al latino galli: di questa denominazione (a differenza di "celti", probabilmente propria di una singola tribù dell'area della colonia greca di Marsiglia poi applicata per estensione a tutte le genti affini) è stata ipotizzata una derivazione dalla radice celtica *gal- ("potere", "forza") o dalla radice indoeuropea *kelH ("essere elevato")[1]. In entrambi i casi, trattandosi di un attributo positivo, potrebbe essere stato un endoetnonimo, anche se proprio probabilmente più di un singolo gruppo che dell'intero popolo dei Celti[2].

Indice

[modifica] Storia

[modifica] Le origini

L'area originaria della Cultura di La Tène nel V secolo a.C., comunemente ritenuta la culla del popolo celtico
L'area originaria della Cultura di La Tène nel V secolo a.C., comunemente ritenuta la culla del popolo celtico[3]

Archeologi e linguisti concordano, a larga maggioranza, nell'identificare i Celti con il popolo portatore della Cultura di La Tène, sviluppatasi durante l'Età del ferro dalla precedente Cultura di Hallstatt. Tale identificazione consente di identificare la patria originaria dei Celti in un'area compresa tra l'alto Reno e le sorgenti del Danubio, tra le attuali Germania meridionale, Francia orientale e Svizzera settentrionale: qui i Celti si cristallizzarono come popolo (a volte detto "Protocelti"), con una propria lingua, evoluzione lineare di un vasto continuum indoeuropeo esteso in Europa centrale fin dall'inizio del III millennio a.C.[4]. È stata tuttavia avanzata anche l'ipotesi, sempre fondata su argomentazioni linguistiche, che i Protocelti fossero il frutto di una penetrazione secondaria di Indoeuropei in Europa centrale a partire dalle steppe a nord del Mar Nero (la probabile patria originaria del popolo comune), a metà del III millennio a.C.[5].

Nell'area di La Tène si registra una continuità nell'evoluzione culturale sin dai tempi della Cultura dei campi di urne (a partire dal XIII secolo a.C.). All'inizio dell'VIII secolo a.C. si affermò la Cultura di Hallstatt, una civiltà protoceltica che mostrava già le prime caratteristiche culturali che poi saranno proprie della cultura celtica classica. Il nome deriva da un importante sito archeologico austriaco distante una cinquantina di chilometri da Salisburgo. La Cultura di Hallstatt, dominata da una classe di guerrieri ma con base agricola, era inserita in una rete commerciale piuttosto ampia che coinvolgeva Greci, Sciti ed Etruschi. È da questa civiltà dell'Europa centro-occidentale che, intorno al V secolo a.C., si sviluppò, senza soluzione di continuità, la cultura celtica propriamente detta: nella terminologia archeologica, la Cultura di La Tène.

Per approfondire, vedi le voci Indoeuropei, Cultura di La Tène e Protocelti.

[modifica] L'ipotesi genetica: i Celti e l'aplogruppo R1b

Recenti ipotesi genetiche sul popolamento dell'Europa, in via di elaborazione, propongono una teoria alternativa sull'origine dei Celti. Osservando la frequente ricorrenza di un determinato aplogruppo del cromosoma Y tra gli eredi storici dei Celti, e constatandone invece la rarità nell'area di sviluppo della Cultura di La Tène, tale ipotesi postula un'evoluzione ininterrotta dei popoli che sarebbero storicamente emersi come Celti, fin dal Mesolitico, già stanziati nelle loro sedi storiche. In questo caso, la connessione linguistica con l'indoeuropeo e quella archeologica con La Tène sarebbero esclusivamente frutto di una contaminazione culturale.

Questa prospettiva è compatibile con la teoria della continuità proposta da Colin Renfrew, ma tuttavia viene generalmente rigettata dai linguisti. L'obiezione è imperniata sulla constatazione delle strette prossimità dialettali tra le varie lingue celtiche: se si fossero effetivamente sviluppate in un'area tanto vasta, per millenni, senza scrittura e in assenza di qualsiasi unità politica, avrebbero dovuto differenziarsi tra loro molto di più di quanto non sia storicamente verificato. La linguistica storica, al contrario, indica un periodo di separazione rispetto alla lingua protoceltica di poche centinaia di anni[6].

Per approfondire, vedi la voce Ipotesi genetiche sul popolamento dell'Europa.

[modifica] L'espansione in Europa

L'identificazione dei Celti con la cultura di Hallstatt-La Tène consente, sulla base dei ritrovamenti archeologici, di tracciare un quadro del loro processo espansivo a partire dalla ristretta area dell'Europa centro-occidentale nella quale si cristallizzarono come popolo. La penetrazione nella Penisola iberica e lungo le coste atlantiche dell'attuale Francia risale quindi all'VIII-VII secolo a.C., ancora in epoca Hallstatt. Più tardi, quando già avevano sviluppato la Cultura di La Tène, raggiunsero la Manica, la foce del Reno, l'attuale Germania nord-occidentale e le Isole britanniche; ancora successiva avvenne l'espansione verso l'Europa centro-orientale (nelle attuali Boemia, Ungheria e Austria). Contemporanei a questi ultimi movimenti furono gli insediamenti, già registrati dalle fonti storiche, in Italia settentrionale e, in parte, centrale (inizio IV secolo a.C.) e nella Penisola balcanica. Nel III secolo un gruppo, i Galati, passò dalla Tracia all'Anatolia, dove si stanziò definitivamente[7]. L'avanzata fu favorita principalmente dalla superiorità tecnica delle armi in possesso della bellicosa aristocrazia guerriera, che guidò questi popoli durante le migrazioni.

[modifica] L'apogeo (IV-III secolo a.C.)

La diffusione dei Celti in Europa all'epoca dell'apogeo della loro civiltà (III secolo a.C.)
La diffusione dei Celti in Europa all'epoca dell'apogeo della loro civiltà (III secolo a.C.[8])

I Celti toccarono il loro apogeo tra la seconda metà del IV secolo a.C. e la prima metà del III secolo a.C.). In quell'epoca, la lingua e la cultura celtica costituivano l'elemento più diffuso e caratteristico dell'intera Europa[9], occupando ininterrottamente una vasta area che andava dalle Isole Britanniche all'Italia settentrionale e dalla Penisola Iberica al bacino danubiano. Gruppi isolati, inoltre, si erano spinti ancor più a sud, come i Galli Senoni nell'Italia centrale e - soprattutto - i Galati in Anatolia.

Le varie popolazioni costituivano un'unità culturale e linguistica, ma non politica; al loro interno, già le fonti antiche individuavano diversi gruppi principali di tribù: i Britanni (Isole britanniche), i Celtiberi (Penisola iberica), i Pannoni (Pannonia), i Galati (Anatolia) e i Galli (Gallie); questi ultimi erano a loro volta ripartiti in vari gruppi, tra i quali spiccavano i Belgi (variamente mescolati con elementi germanici), gli Elvezi (a contatto con i Reti non indoeuropei) e i Lepontici dell'Italia settentrionale.

Vestigia dell'antica presenza celtica sono state rinvenute in quasi tutta Europa, in un'area quindi ancor più estesa di quella, già ampia, occupata dai Celti in epoca storica. Testimonianza della fitta rete di scambi culturali e commericali tra le antiche popolazioni europee, manufatti celtici sono stati rinvenuti tanto nelle regioni mediterranee non direttamente raggiunte dalle tribù celtiche, tanto in vaste aree dell'Europa centro-settentrionale, dalla regione baltica alla Scandinavia. Tra i toponimi che denunciano una chiara origine celtica, spiccano non solo la "Galizia" iberica e la "Galazia" anatolica, ma anche la "Galizia" sub-carpatica, oggi indicante un'area in passato al margine estremo della penetrazione celtica.

[modifica] I Celtiberi

I Celti stanziati nella Penisola iberica erano indicati, fin dall'antichità, con il nome di Celtiberi. Il termine è stato a lungo inteso come sintomo di un'ibridazione tra gruppi celtici e gruppi iberici, secondo quanto indicato nell'antichità da Diodoro Siculo, Appiano, Marziale e Strabone (che specificava come i Celti fossero il gruppo dominante) e, tra gli studiosi moderni, da Johann Kaspar Zeuss. Più recentemente, tuttavia, l'ipotesi di una popolazione mista è stata progressivamente scartata, e con il termine Celtiberi si indicano semplicemente i Celti stanziati in Iberia[10].

Il nucleo centrale dell'insediamento celtiberico corrisponde a un'area dell'odierna Spagna centrale, a cavallo tra le regioni di Castiglia, Aragona e La Rioja e compresa tra il medio bacino dell'Ebro e l'alto corso del Tago. La penetrazione in quest'area risale all'VIII-VII secolo a.C., anche se è possibile che alcune infiltrazioni fossero avvenute anche in epoche precedenti, fin dal X secolo a.C.; in un secondo momento, i Celtiberi si espansero verso sud (nell'attuale Andalusia) e verso nord-ovest, fino a toccare le coste atlantiche della penisola (Galizia). A indicare i confini esatti della penetrazione celtica nella Penisola iberica sono la toponomastica (caratteristici sono i prefissi seg- e i suffissi -samo e, soprattutto, -briga[11]) e la diffusione del corpus delle iscrizioni in celtiberico, all'interno del quale spiccano i Bronzi di Botorrita.

Nel II secolo a.C. i Celtiberi furono sottomessi da Roma attraverso una serie di campagne militari (le Guerre celtibere); la capitolazione fu segnata dalla caduta della loro ultima roccaforte, Numanzia, vinta nel 133 a.C. da Publio Cornelio Scipione Emiliano. A partire da quel momento i Celtiberi, come tutte le altre popolazioni della Penisola iberica, subirono un intenso processo di latinizzazione, dissolvendosi come popolo autonomo.

Per approfondire, vedi le voci Celtiberi e Penisola iberica.

[modifica] I Galli

Monete galliche: statere in oro rinvenuto presso Parigi (rovescio)
Monete galliche: statere in oro rinvenuto presso Parigi (rovescio)

Galli era il nome con cui i Romani indicavano i Celti che abitavano la regione della Gallia. Dall'originaria area della Cultura di La Tène i Celti si espansero verso le coste atlantiche e lungo il corso del Reno tra i secoli VIII e V a.C.; più tardi, a partire dal 400 a.C. circa, penetrarono nell'odierna Italia settentrionale. Continuarono a premere verso sud, tanto che nel 390 a.C., secondo la tradizione, la tribù dei Senoni guidata da Brenno mise a sacco la stessa Roma, per stanziarsi infine sul medio versante adriatico (Piceno)[12].

Come tutte le popolazioni celtiche, i Galli erano frazionati in numerose tribù, che solo in rari casi riuscirono a coalizzarsi per far fronte a un nemico comune. Tra le popolazioni galliche si distinguevano gli insiemi costituiti dai Belgi (stanziati tra la Manica e il Reno e variamente mescolati a elementi germanici), dagli Elvezi (collocati nell'area dell'alto Reno e dell'alto Danubio e a contatto con i Reti), gli Aquitani (tra la Garonna e i Pirenei, mescolati a popoli paleo-baschi) e i Lepontici (l'insieme delle tribù penetrate nella Gallia cisalpina, al di qua delle Alpi. Tra le popolazioni della regione centrale della Gallia, che chiama Gallia celtica, Cesare attesta che al momento delle sue campagne si distinguevano due fazioni, capeggiate rispettivamente dagli Edui e dai Sequani, presto scalzati dai Remi[13].

La sottomissione dei Galli a Roma si avviò nel III secolo a.C.: una serie di iniziative militare contro i Lepontici portò alla loro completa sottomissione, attestata dalla creazione della provincia della Gallia cisalpina intorno al 90 a.C.. A quella data nel territorio un tempo dei Celti erano già numerose le presenze romane, sotto forma di municipi e, soprattutto, di colonie. La conquista della Gallia transalpina iniziò attorno al 125-121 a.C., con l'occupazione di tutta la fascia mediterranea fra le Alpi liguri e i Pirenei, costituita successivamente nella provincia della Gallia Narbonense. La Gallia settentrionale passò sotto il dominio di Roma in seguito alle campagne condotte da Cesare tra il 58 e il 50 a.C.

Grazie soprattutto alla testimonianza resa da Cesare nel suo De bello gallico, la civiltà gallica è di gran lunga la più conosciuta tra quelle sviluppate dai Celti nell'antichità, anche se le osservazioni dello statista romano sono verosimilmente estendibili - almeno nelle linee generali - a tutte le popolazioni celtiche. Cesare descrive la società gallica come articolata in gruppi famigliari e divisa in tre classi: quella dei produttori (agricoltori provvisti di diritti formali, ma politicamente sottomessi ai ceti dominanti), quella dei guerrieri (detentori dei diritti politici, ai quali era affidato l'esercizio delle funzioni militari) e quella dei druidi (sacerdoti, magistrati e custodi della cultura, delle tradizioni e dell'identità collettiva di un popolo frammentato in numerose tribù)[14].

Per approfondire, vedi le voci Galli e Gallia.

[modifica] I Britanni

Le principali tribù britanniche e gli insediamenti romani al tempo della dominazione latina
Le principali tribù britanniche e gli insediamenti romani al tempo della dominazione latina

Popolazioni celtiche raggiunsero la Gran Bretagna, superando La Manica, nell'VIII-VI secolo a.C.. Dall'attuale Inghilterra meridionale si espansero in seguito rapidamente verso nord, colonizzando l'intera Gran Bretagna (ma nell'attuale Scozia sopravvisse a lungo il popolo pre-indoeuropeo dei Pitti) e l'Irlanda[15]. Cesare attesta gli stretti legami, non solo culturali ma anche economici e politici, tra i Britanni e i Galli: i domini di Diviziaco, per esempio, si estendevano su entrambe le sponde della Manica[16] e sull'isola scampavano esuli dalla Gallia[17], che a sua volta otteneva, in caso di necessità, aiuto militare dalla Britannia[18].

Una prima spedizione romana, condotta dallo stesso Cesare nel 55 a.C., non comportò un'immediata sottomissione dei Britanni, che fu compiuta circa un secolo dopo dall'imperatore Claudio (43). I Romani occuparono l'area degli attuali Inghilterra e Galles, erigendo a nord un limes fortificato: il Vallo di Adriano (122), in seguito spostato ancora più a nord (Vallo di Antonino, 142). Al di là del limes (nell'attuale Scozia e in Irlanda) rimasero sia tribù britanniche, sia i Pitti.

La latinizzazione delle tribù celtiche soggette a Roma fu intensa, ma meno di quella subita dai Galli e dai Celtiberi: alla cessazione del controllo romano della Gran Bretagna (fine IV-inizio V secolo) l'identità etnica e linguistica dei Celti era ancora viva, e sopravvisse a lungo anche alle successive invasioni germaniche. Dalla fusione dei tre elementi celtico, latino e germanico si sarebbero formate, durante l'Alto Medioevo, le moderne popolazioni di Gran Bretagna e Irlanda (anche se la seconda delle Isole britanniche aveva subito un'influenza soltanto indiretta dell'elemento latino, questa era stata tuttavia decisiva specie in campo culturale, attraverso il processo di cristianizzazione). Gli unici popoli moderni eredi diretti degli antichi Celti sono proprio quelli delle Isole britanniche[19], che avrebbero conservato ininterrotta la tradizione linguistica dando origine alle lingue celtiche insulari, nei due rami goidelico e brittonico[20].

Per approfondire, vedi le voci Britanni e Britannia (provincia romana).

[modifica] I Pannoni

Il processio di espansione dei Celti verso est, a partire dalla culla originaria della Cultura di La Tène, è storicamente assai meno attestata di quella avvenuta verso le Gallie. Comunque, si ritiene che la penetrazione nella regione dell'Europa centrale poi individuata con il nome di Pannonia risalga agli inizi del IV secolo a.C.[21]. In quell'area, sul medio corso del Danubio, i Celti vennero a contatto con le tribù illiriche già presenti; in parte si mescolarono a essi, in parte rimasero sepratai in gruppi autonomi, etnicamente e linguisticamente omogenei.

Quello dei Pannoni è il ramo della famiglia celtica sul quale le testimonianze sono più scarse e incerte; nulla resta della loro lingua (certo una varietà delle lingue celtiche continentali), salvo forse qualche elemento isolato che funzionò da sostrato per le lingue successivamente sviluppatesi in quella regione. Tra le tribù celtiche presenti in Pannonia spicca quella dei Boi, probabilmente il ramo orientale di una tribù presente anche nelle Gallie e penetrata in Europa centrale in un secondo momento, forse nel 50 a.C. A essi si deve il toponimo "Boemia".

A partire dal 35-34 a.C. i Pannoni iniziarono a entrare nell'area di influenza romana, che la eressero in seguito a provincia (anche se una porzione significativa dei Pannoni rimase inclusa nella vicina provincia del Norico). Sottoposti a latinizzazione e, più tardi, a germanizzazione, slavizzazione e magiarizzazione, i Pannoni - sia di ceppo celtico, sia di ceppo illirco - si dissolsero come popolo autonomo fin dai primi secoli del I millennio.

Per approfondire, vedi le voci Pannoni e Pannonia.

[modifica] I Galati

Il Galata Morente, statua romana rappresentante un guerriero celtico sconfitto con il collo ornato da un torque; è conservata ai Musei Capitolini di Roma
Il Galata Morente, statua romana rappresentante un guerriero celtico sconfitto con il collo ornato da un torque; è conservata ai Musei Capitolini di Roma

La penetrazione dei Celti nella Penisola balcanica è attestata dalle fonti greche, che testimoniano di una migrazione che sommerse la Tracia nel 281 a.C.. I Greci, forse adattando un termine impiegato da quelle stesse tribù celtiche, denominarono gli invasori γαλάται (anziché χελτοί o χέλται, termine con il quale identificavano gli abitanti autoctoni delle aree grecizzate presso la colonia di Marsiglia)[22].

Incursioni galate si spinsero fin nel cuore della Grecia. Un'orda, guidata dal condottiero Brenno, attaccò Delfi, rinunciando solo all'ultimo minuto a dissacrare il tempio di Apollo: allarmato da portentosi tuoni e fulmini, rinunciò anche a riscuotere un riscatto. Sempre nel III secolo a.C., un'altra frazione del popolo, composta da tre tribù e forte di diecimila combattenti (accompagnati da donne, bambini e schiavi), mosse dalla Tracia all'Asia Minore su espresso invito di Nicomede I di Bitinia, che aveva chiesto il loro aiuto nella lotta dinastica che lo opponeva a suo fratello (278 a.C.).

I Galati si stabilirono defnitivamente in un'area compresa tra la Frigia orientale e la Cappadocia, in Anatolia centrale; in seguito al loro insediamento la regione assunse il nome di "Galazia". Sofronio Eusebio Girolamo attesta la sopravvienza della loro lingua (il galato, varietà di celtico continentale) fino al V secolo d.C.; dopodiché si completò il processo di grecizzazione dei Galati.

Per approfondire, vedi le voci Galati (popolo) e Galazia.

[modifica] Latinizzazione e germanizzazione (II secolo a.C.-V secolo d.C.)

La fase di apogeo dei popoli celtici, tra IV e III secolo a.C., sembrava preludere a una forte presenza delle loro lingue e della loro cultura nell'intero continente europeo. Invece, proprio a partire da quell'epoca ebbe inizio il loro declino, sotto la pressione combinata di altri due popoli indoeuropei: i Germani, che premevano da nord e da est, e i Romani, che premevano da sud sul vasto ma poco coeso continuum celtico, come «due macine del mulino che, stringendo in mezzo i Celti, li avrebbe fatti scomparire dal continente impadronendosi della maggior parte dei loro immensi domini» (Francisco Villar)[23].

Celtiberi e Galli furono interamente latinizzati nei primi secoli dell'era volgare; l'assimilazione dei vinti interessò sia il versante linguistico (tanto da portare alla scomparsa delle lingue celtiche continentali) sia quello socio-culturale, con l'estensione della cittadinanza romana e l'integrazione nelle strutture politiche imperiali[24]. Identica sorte toccò ai Galati, anche se nel loro caso l'agente assimilatore fu piuttosto di matrice greca.

I Pannoni e i Britanni furono invece latinizzati soltanto parzialmente e nelle regioni da loro abitate presero il sopravvento - già a partire dal III secolo - elementi germanici. Se in Pannonia l'assimilazione delle popolazioni preesistenti fu completa, anche a causa delle successive ondate migratorie slave e magiare, nelle Isole britanniche il processo seguì una strada differente.

[modifica] La ripresa altomedievale (VI-X secolo)

Una croce celtica. Questo tipo di croce, tipicamente irlandese, è uno dei simboli ripresi dall'antica cultura celtica e adattata alla religione cattolica
Una croce celtica. Questo tipo di croce, tipicamente irlandese, è uno dei simboli ripresi dall'antica cultura celtica e adattata alla religione cattolica

La latinizzzione delle Isole britanniche era stata soltanto parziale, e limitata alla (pur vasta) parte centro-meridionale della Gran Bretagna (odierni Inghilterra e Galles). La lingua e la cultura celtica pertanto sorpavvissero al ritiro romano (IV-V secolo) e poterono così confrontarsi direttamente con le nuove istanze storiche che, in età altomedievale, interessarono Gran Bretagna e Irlanda: l'arrivo di vari popoli germanici e il processo di cristianizzazione (che, specie in Irlanda, assunse caratteri specifici e peculiari).

La Gran Bretagna subì, fin dal IV secolo, un processo di re-celtizzazione da parte di gruppi provenienti dalla vicina Irlanda, mai entrata nei domini di Roma[25]. A partire dalla missione di san Patrizio in Irlanda (432), l'isola conobbe una fioritura religiosa che, attraverso lo slancio missionario, tutelò l'eredità celtica, anche se ora integrata con nuovi elementi di matrice cristiana. A questi anni risalgono le prime testimonianze delle lingue celtiche insulari, ripresa delle attestazioni delle lingue celtiche dopo l'oblio che aveva fatto seguito all'estinzione (almeno nelle testimonianze) delle lingue celtiche continentali.

La fase espansiva dei Celti irlandesi caratterizzò gli ultimi secoli del I millennio e interessò principalmente la Scozia e l'Isola di Man. Tale attività fu però esclusivamente culturale e religiosa: dal punto di vista politico, infatti, l'Irlanda fu invasa e controllata dai Vichinghi germanici dall'VIII al IX secolo.

Per approfondire, vedi la voce Cristianesimo celtico.

[modifica] Il declino definitivo (dall'XI secolo)

Nonostante la vivacità culturale, i Celti superstiti delle Isole britanniche furono - salvo rari momenti, come dopo la Battaglia di Carham (vinta nel 1018 da re Malcolm II di Scozia) - sempre soggetti a nuovi dominatori, tutti di lingua germanica: i Vichinghi prima e gli Anglosassoni poi. L'identità specifica celtica subì un forte processo di arretramento, testimoniata dalla progressiva riduzione dell'area occupata dai parlanti madrelingua delle diverse varietà delle lingue celtiche insulari[26]

Il II millennio ha registrato una costante regressione dei superstiti elementi celtici, sottoposti a un continuo processo di anglicizzazione sia linguistica, sia politica, sia culturale. Dalla fusione dell'elemento celtico e di quello germanico (vichingo e anglosassone) sono derivate, etnicamente e culturalmente, le moderne popolazioni di Gran Bretagna e Irlanda: non più quindi - e fin dal Medioevo - popolazioni celtiche in senso stretto, ma eredi moderne degli antichi Britanni, variamente ibridati - come ogni altro popolo europeo - con numerosi apporti successivi.

Per approfondire, vedi le voci Storia dell'Irlanda e Storia del Regno Unito.

[modifica] Società

La società celtica ricalcava le strutture fondamentali di quella indoeuropea, imperniata sulla "grande famiglia" patriarcale. Tale modello è stato preservato dai Celti anche in età storica; il gruppo famigliare (clan, con termine scozzese entrato nell'italiano) includeva non solo la famiglia in senso stretto, ma anche antenati, collaterali, discendenti e parenti acquisiti, comprendendo varie decine di persone. Più clan formavano una tribù (tuath in scozzese), a capo della quale era posto un re (in gallico rix). Alla famiglia - e non all'individuo - spettava anche la proprietà della terra[27].

La struttura sociale, nota principalmente grazie alla testimonianza resa da Cesare nel suo De bello gallico sui Galli, prevedeva una notevole diversificazioni in classi. L'aristocrazia guerriera assolveva i compiti di difesa e di offesa ed eleggeva, secondo uno schema consueto tra gli Indoeuropei, un re dalle funzioni principalmente militari. Del popolo libero erano prerogativa le attività economiche, imperniate sull'agricoltura e l'allevamento, e si ha notizia di schiavi. Infine, i druidi erano sacerdoti, magistrati e maghi depositari delle tradizioni comunitarie, del sapere collettivo e dell'identità intertribale nella quale tutti i Celti si riconoscevano[28]. Tale identità non si limitava ai singoli sottogruppi della grande famiglia celtica, ma l'abbracciava nella sua totalità; Cesare, infatti, attesta più volte i vincoli che sentivano di avere i Galli celtici non solo tra di loro, ma anche con i vicini Elvezi, Belgi, Lepontici e Britanni[29].

La società celtica (o almeno quella gallica) si presentava quindi come nettamente articolata in tre "funzioni": quella sacrale e giuridica, quella guerriera e quella produttiva. Tale struttura ispirò, accanto ad altri elementi provenienti soprattutto dalla mitologia vedica, la teoria della tripartizione dell'intero immaginario indoeuropeo, formulata da Georges Dumézil. Secondo tale schema, la divisione in tre funzioni era rigida, discendeva direttamente dal sistema originario degli Indoeuropei e coinvolgeva tanto la sfera sociale delle tre classi, quanto quella ideale e religiosa. La teoria, sostenuta soprattutto in area francese, è stata tuttavia recentemente ridimensionata e considerata il frutto dell'idealizzazione di un insieme di fattori peculiari e specifici di alcuni gruppi indoeuropei[30].

[modifica] I druidi

I druidi svolgevano, genericamente, le funzioni sacerdotali. Essi tuttavia non si limitavano a essere il collegamento tra gli uomini e gli dei, ma erano anche responsabili del calendario e guardiani del "sacro ordine naturale", oltre che filosofi, scienzati, maestri, giudici e consiglieri del re. Un'iscrizione gallica rinvenuta in Gallia meridionale (il Piombo di Larzac) conferma l'esistenza anche di donne insignite del ruolo di druide[31]

Cesare riferisce il carattere elitario della sapienza all'interno della società celtica, che proibiva l'uso della scrittura per la registrazione dei precetti religiosi[32]. L'educazione di un druido durava circa vent'anni e comprendeva insegnamenti di astronomia (disciplina della quale possedevano una padronanza tale da stupire Cesare), scienze, nozioni sulla natura ed era dedicato in buona parte all'acquisizione mnemonica delle loro conoscenze[33].

Per approfondire, vedi la voce Druido.

[modifica] Indole e aspetto fisico

Dai loro contemporanei Greci e Romani i Celti erano descritti alti, muscolosi e robusti; gli occhi erano generalmente azzurri, la pelle chiara e i capelli biondi[34]. Dal punto di vista caratteriale, le stessi fonti descrivono i Celti come irascibili, litigiosi, valorosi, leali, grandi bevitori e amanti della musica[35].

[modifica] Religione

Cornunnos, il "dio cornuto" dei Celti
Cornunnos, il "dio cornuto" dei Celti

La principale testimonianza sulle credenze e sugli usi religiosi dei Celti è ancora una volta quella fornita da Cesare nel De bello gallico, la quale, pur essendo riferita specificamente ai Galli, attesta verosimilmente una situazione in larga parte comune all'intero gruppo celtico all'epoca dei fatti narrati (I secolo a.C.).

I Celti, politeisti, adoravano divinità legate alla natura (peculiare la valenza religiosa attribuita alla quercia) e alle virtù guerriere. Cesare riferisce anche della credenza nella trasmigrazione delle anime, che si traduceva in un'attenuazione della paura della morte tale da rafforzare il valore militare gallico[36]. È nota anche l'esistenza, sempre presso i Galli, di sacrifici umani, ai quali accadeva anche che le vittime si offrissero volontariamente; in alternativa si faceva ricorso a criminali, ma in caso di necessità si immolavano anche innocenti[37].

Nel pantheon gallico, Cesare testimonia il particolare culto attribuito al dio che assimila al romano Mercurio, forse il dio celtico Lúg[38]. Era l'inventore della arti, la guida nei viaggi e la divinità dei commerci. Altre figure di rilievo tra gli dei gallici erano "Apollo" (Belanu, il guaritore), "Marte" (Toutatis, il signore della guerra), "Giove" (Taranis, il signore del tuono) e "Minerva" (Belisama, l'iniziatrice delle arti)[39].

La religione gallica fu oggetto di dura repressione ai tempi della dominazione romana; Augusto proibì i culti druidici ai cittadini romani delle Gallie e in seguito Claudio estese il divieto all'intera popolazione[40].

Per approfondire, vedi la voce Divinità celtiche.

[modifica] Diritto

Assai scarse sono le testimonianze sul diritto celtico. Cesare testimonia, parlando dei Galli, di un diritto matrimoniale che prevedeva l'amministrazione congiunta tra gli sposi del patrimonio familiare, costituito in parti uguali al momento delle nozze[41]. La giustizia veniva amministrata dai druidi, che avevano piena discrezionalità sulla segretezza delle sentenze[42].

[modifica] Economia

Oreficeria celtica: torque gallici in bronzo conservati al Museo di Épernay
Oreficeria celtica: torque gallici in bronzo conservati al Museo di Épernay

Popolo frazionato in tribù dall'elevata mobilità, i Celti praticavano abitualmente la caccia e il saccheggio ai danni delle città e delle popolazioni sulle quali si abbattevano le loro scorrerie; tale abitudine è attestata nell'intera area occupata dai Celti nell'antichità, come testimoniano, per esempio, le incursioni galliche in Italia (sacco di Roma, 390 a.C.) e quelle galate in Grecia (sacco di Delfi, 281 a.C.).

Dove l'insediamento celtico fu maggiormente esteso e duraturo (Gallie, Isole britanniche), si sviluppò una fiorente agricoltura, che accompagnava l'allevamento e l'artigianato metallurgico, con una peculiare e raffinata oreficeria (caratteristici i torque, collane rigide in bronzo, argento od oro). A partire da queste regioni, i Celti svilupparono un'ampia rete commerciale; in particolare, lo stagno dalla Britannia veniva importato sul continente, dove era convogliato verso il Mar Mediterraneo: qui, nelle città della Gallia Narbonese (Marsiglia, Narbona) avvenivano transazioni commericali con i Cartaginesi, con i Greci e più tardi con i Romani.

Proprio a partire dalle aree colonizzate dai Greci si diffuse l'uso della moneta: a partire dal III secolo a.C. i Galli utilizzarono le monete greche, per passare in seguito a quelle romane. I Celti coniarono anche proprie monete, sia in Gallia che nella Penisola Iberica (parte della cosiddetta monetazione hispanica), collegate a quelle greche e romane.

Oltre che verso il Mediterraneo, i rapporti commerciali dei Celti si svilupparono anche verso l'interno del continente europeo; manufatti di fattura celtica sono stati rinvenuti in una vasta area dell'Europa centrale, all'epoca abitata da Germani e altre popolazioni. Per esempio, uno dei più raffinati esempi della metallurgia celtica, il Calderone di Gundestrup (fine II secolo a.C.), è stato ritrovato nello Jutland (attualmente in Danimarca, e infatti è conservato presso il Museo Nazionale di Copenaghen).

[modifica] Lingua

[modifica] Il celtico comune

Tratto principale dell'identificazione dei popoli celtici è l'appartenenza a una medesima famiglia lingustica, quella delle lingue celtiche. Tale famiglia è parte del più ampio insieme indoeuropeo, dal quale si distaccò nel III millennio a.C.. Tre sono le principali ipotesi che precisano meglio il momento della separazione del celtico comune (o proto-celtico).

Secondo la prima, il proto-celtico si sarebbe sviluppato nell'area della Cultura di La Tène a partire da un più ampio "insieme europeo". Questo continuum linguistico, esteso in gran parte dell'Europa centro-orientale, si formò in seguito a una serie di penetrazioni di genti indoeuropee in Europa, giunte dalla patria originaria indoeuropea (le steppe a nord del Mar Nero, culla della Cultura kurgan); il distacco dal tronco comune di questo insieme europeo viene fatto risalire ai primi secoli del III millennio a.C., approssimativamente tra il 2900 e il 2700 a.C.[43].

Le seconda ipotesi, che comunque muove dalla medesima visione d'insieme dell'indoeuropeizzazione dell'Europa, postula una penetrazione secondaria in Europa centrale (sempre nell'area di La Tène, e sempre a partire dalle steppe kurganiche). Tale movimento di popolazione, in questo caso esclusivamente proto-celtico, sarebbe collocabile intorno al 2400 a.C.. Questa posticipazione della separazione del proto-celtico dall'indoeuropeo è motivata da considerazioni dialettologiche, che sottolineano alcune caratteristiche che le lingue celtiche condividono con le lingue indoeuropee più tarde (in particolare il greco)[44].

Le terza ipotesi muove invece da un'impostazione radicalmente differente. Si tratta di quella, avanzata da Colin Renfrew, che fa coincidere l'indoeuopeizzazione dell'Europa con la diffusione della Rivolzuione agricola del Neolitico (V millennio a.C.). Il proto-celtico sarebbe, in tal caso, l'evoluzione avvenuta in situ, nell'intera area occupata storicamente dai Celti (Isole Britanniche, Penisola iberica, Gallie, Pannonia), dell'indoeuropeo. Tale ipotesi è sostenuta in ambito archeologico (insigne archeologo è lo stesso Renfrew), ma contestata dai linguisti: l'ampiezza dell'area occupata dai Celti, l'assenza di unità politica e il lungo periodo di separazione delle diverse varietà di celtico (tremila anni dal celtico comune alle prime attestazioni storiche) sono un insieme di fattori ritenuto incompatibile con la stretta vicinanza tra le varie lingue celtiche antiche, assai simili le une alle altre[45].

Per approfondire, vedi le voci Proto-celtico e Indoeuropeo.

[modifica] Le lingue celtiche antiche

Un Bronzo di Botorrita, tra le più importanti testimonianze della lingua celtiberica e, più in generale, delle lingue celtiche continentali
Un Bronzo di Botorrita, tra le più importanti testimonianze della lingua celtiberica e, più in generale, delle lingue celtiche continentali

Le lingue celtiche attestate nell'antichità, primo e diretto frutto della frammentazione dialettale del celtico comune, sono definite lingue celtiche continentali[46], a causa dell'assenza di testimonianze delle varietà parlate dai Britanni (salvo le più antiche iscrizioni ogamiche, del IV secolo d.C.)[47]. Le lingue celtiche antiche di cui si conservano attestazioni (gallico, celtiberico, lepontico, galatico e, in misura limitatissima, paleoirlandese[48]) sono testimoniate da una serie di iscrizioni e glosse (in alfabeto greco, latino e - limitatamente al celtiberico - iberico) datate grosso modo tra il IV secolo a.C. e il IV secolo d.C.

I caratteri principali che caratterizzano tutte le lingue celtiche, e che le differenziano dalle altre famiglie linguistiche indoeuropee, sono: *p > Ø in posizione iniziale e intervocalica; *ḷ e * > /li/ e /ri/; *gʷ > /b/; > /ā/ o /ē/[49].

Per approfondire, vedi la voce Lingue celtiche continentali.

[modifica] Le lingue celtiche moderne

Le parlate dei Celti nell'Europa continentale si estinsero tutte in età romana imperiale, sotto la pressione del latino, delle lingue germaniche e, nel caso del galato, del greco. Le lingue celtiche continentali agirono da sostrato nella formazione dei nuovi idiomi, germanici o neolatini, che si svilupparono nelle regioni che ospitavano i loro parlanti.

Le lingue celtiche sopravvissero esclusivamente sulle Isole britanniche, solo in parte (Gran Bretagna) o per nulla (Irlanda) romanizzate; tali lingue, attestate a partire dall'Alto Medioevo, sono perciò chiamate lingue celtiche insulari, suddivise in goideliche (il gaelico irlandese in Irlanda, il gaelico scozzese in Scozia e il mannese sull'Isola di Man[50]) e brittoniche (gallese in Galles e bretone in Bretagna, frutto di un'emigrazione dalla Britannia nel V-VII secolo, oltre all'estinto cornico in Cornovaglia[51]).

Fin dal Basso Medioevo la pressione sulle lingue celtiche superstiti esercitata soprattutto dall'inglese (ma anche, in Bretagna, dal francese) è stata costante, portando a una lenta ma continua riduzione del numero dei parlanti e delle aree madrelingua. Attualmente tutte le lingue celtiche, nonostante gli sforzi delle istituzioni statali e locali delle regioni in cui ancora sopravvivono, sono a rischio di estinzione[52].

Per approfondire, vedi la voce Lingue celtiche insulari.

[modifica] Cultura

[modifica] Letteratura

I Celti crearono una propria letteratura eroica, della quale tuttavia scarsissime sono le testimonianze. Tale tradizione letteraria, infatti, era trasmessa solo oralmente, per opera dei bardi (e dei druidi, secondo quanto testimoniato da Cesare per i Galli). L'uso della scrittura - in alfabeto greco, latino o iberico - era riservato alle funzioni pratiche, poiché presso i Celti era ritenuta illecita la trascrizione della sapienza (poetica e religiosa); volendone preservare la segretezza, i sapienti la tramandavano esclusivamente per via orale, dedicando a questo compito molti anni di studio e l'impiego di mnemotecniche[53]. In età più tarda, tuttavia, parte del corpus poetico celtico fu comunque messo per iscritto: le testimonianze più antiche, in irlandese, risalgono al VI-VII secolo[54].

Le strutture metriche e alcuni stilemi dell'epica celtica presentano, secondo alcuni studiosi, analogie con i Veda sanscriti e con la lirica greca. In tal caso, le coincidenze costituirebbero una comune eredità da un'antica poesia orale indoeuropea[55]. Un espediente stilistico di questo genere è costituito, per esempio, dalla formula che coniuga l'affermazione di un concetto con la negazione del suo contrario: l'espressione celtica «che mi giunga la vita, che non mi giunga la morte» ha esatte corrispondenze in numerose tradizioni poetiche indoeuropee (sanscrito, avestico, persiano antico, greco e germanico)[56]. Di diretta ascendenza indoeuropea sarebbero poi altri espedienti stilistici, come la "composizione anulare", e la stessa figura del poeta orale professionista: figure analoghe al bardo celtico, infatti, si rintracciano sia nella tradizione indiana, sia in quella greca[57].

Per approfondire, vedi la voce Bardo.

[modifica] Arte

[modifica] Architettura

Murus gallicus a Bibracte (ricostruzione)
Murus gallicus a Bibracte (ricostruzione)

L'insediamento abitativo tipico dei Celti è quello comunemente indicato dagli archeologi come "fortezza di collina": si tratta di città, in genere di modeste dimensioni, costruite sulla sommità di un'altura che ne rende facile la difesa. Tale schema, tipicamente indoeuropeo, è riscontrabile in quasi tutte le aree occupate storicamente da popolazioni di tale filiazione[58]. Due erano i nomi utilizzati dai Celti per indicare le loro cittadelle. Nella Penisola iberica i Celtiberi (ma anche altri popoli, non indoeuropei, da essi influenzati) le chiamavano briga[59]; nelle Gallie, prevale il termine δοῦνον (dalle prime iscrizioni galliche, in alfabeto greco), reso in latino con dūnum[60].

La tecnica costruttiva impiegata dai Celti nelle fortificazione delle loro cittadelle era quella definita dai Romani murus gallicus. Cesare, nel De bello gallico, lo descrive come una struttura composta da un'intelaiatura lignea e riempimenti di sassi[61].

Per approfondire, vedi le voci Fortezza di collina e Murus gallicus.

[modifica] Scultura

Rari sono i manufatti celtici di età antica sopravvissuti fino ai nostri giorni. Più frequenti, invece, le operee scultoree realizzate dai popoli celtici delle Isole britanniche in età medievale, come le Croci celtiche.

[modifica] Oreficeria

Torque in argento massiccio
Torque in argento massiccio

L'oreficeria è la branca artistica degli antichi Celti della quale sono sopravvissute le maggiori testimonianze. Tipici dell'artigianato celtico, gallico in particolare, sono i torque, collane o bracciali propiziatori realizzati in oro, argento o bronzo. Altri manufatti artistici celtici conservati sono gioielli, coppe e paioli.

Per approfondire, vedi la voce Torque.

[modifica] Musica

Benché i Celti avessero sviluppato una propria produzione musicale, coltivata soprattutto dai bardi, nessuna testimonianza concreta è sopravvissuta fino ai nostri giorni. La cosiddetta musica celtica indica uno stile musicale moderno, sviluppato a partire dalla musica folklorica nei Paesi che ospitano le lingue celtiche contemporanee.

[modifica] I Celti nella cultura moderna

Assimilati principalmente da popoli di lingua latina o germanica, i Celti si dissolsero come popolo autonomo nei primi secolo dopo Cristo. La loro eredità - linguistica e culturale - entrò in piccola parte nelle nuove sintesi che si crearono nei territori da loro un tempo occupati. Un influsso più ampio si registrò soltanto nelle Isole britanniche, dove insieme alla lingua furono conservate anche alcune tradizioni popolari. Tuttavia, a partire dal Medioevo non è più possibile parlare di "Celti", quanto piuttosto di popoli, lingue e tradizioni moderne eredi di quelle celtiche, siano esse iralndesi, gallesi, bretoni o scozzesi. Oggi il termine "celtico" è comunque anche impiegato per descrivere lingue e culture di matrice celtica presenti in Irlanda, Scozia, Galles, Cornovaglia, Isola di Man, Bretagna e Galizia.

Esiste anche una forma di ripresa dell'eredità (vera o presunta) dei Celti, che può avere anche connotazioni religiose (celtismo o druidismo), nazionalistiche o semplicemente culturali (specie in campo musicale: musica celtica); tuttavia, il nesso storico con i Celti dell'antichità è spesso flebile, quando non del tutto pretestuoso[62].

Per approfondire, vedi le voci Musica celtica e Celtismo.

[modifica] Note

  1. ^ Pierluigi Cuzzolin, Le lingue celtiche, p. 256.
  2. ^ Francisco Villar, Gli Indoeuropei e le origini dell'Europa, p. 443.
  3. ^ Villar, cit., p. 445.
  4. ^ Villar, cit., pp. 443-444.
  5. ^ Villar, cit., p.633.
  6. ^ Villar, cit., pp. 447-448.
  7. ^ Villar, cit., p. 444.
  8. ^ Villar, cit., p. 446.
  9. ^ Villar, cit., p. 444.
  10. ^ Villar, cit., p. 517.
  11. ^ Villar, cit., p. 518. Il suffisso "-briga", derivato dalla diffusa radice indoeuropea *bhrgh, indica in celtiberico lo stesso tipo di insediamento identificato in gallico con dunon/-dunum/-dun: una cittadella fortificata in un luogo elevato (fortezza di collina, nota in latino come oppidum).
  12. ^ Villar, cit., p. 443-444.
  13. ^ Cesare, De bello gallico, VI, 12.
  14. ^ Cesare, De bello gallico, VI, 13-15.
  15. ^ Villar, cit., p. 444.
  16. ^ Cesare, De bello gallico, II, 4.
  17. ^ Cesare, De bello gallico, II, 14.
  18. ^ Cesare, De bello gallico, III, 9; IV, 20.
  19. ^ Presso gli abitanti della Bretagna francese la sopravvivenza di una lingua celtica è dovuta a insediamenti secondari di elementi provenienti proprio dalla Gran Bretagna (V-VII secolo), e non da una sopravvivenza dei Galli autoctoni.
  20. ^ La divisione tra lingue celtiche continentali e lingue celtiche insulari non è, a dispetto del nome, geografica, bensì cronologica: le prime sono quelle attestate in età antica (ma non esistono testimonianze delle lingue celtiche parlate sulle Isole britanniche anteriori al IV secolo d.C.); le seconde sono quelle attestate a partire dal Medioevo (e presenti proprio ed esclusivamente sulle Isole britanniche) (Cfr. Villar, cit., p. 450). Molti tratti delle prime iscrizioni in alfabeto ogamico rinvenute in Irlanda offrono infatti tratti linguistici affini a quelli delle lingue celtiche continentali, come per esempio l'assenza della lenizione (Villar, cit., p. 458).
  21. ^ Villar, cit., p. 444.
  22. ^ Villar, cit., p. 443.
  23. ^ Villar, cit., p. 446
  24. ^ Il processo prese avvio fin dal I secolo con l'imperatore Claudio (41-54), che persuase il Senato romano ad accogliere nuovi membri di origine gallica.
  25. ^ Cuzzolin, cit., pag. 279.
  26. ^ Cuzzolin, cit., p. 279.
  27. ^ Villar, cit., p. 449.
  28. ^ Villar, cit., p. 449.
  29. ^ Cfr. ad esempio, per questi ultimi, Cesare, De bello gallico, IV, 20.
  30. ^ Villar, cit., p. 163.
  31. ^ Villar, cit., p. 453.
  32. ^ Cesare, De bello gallico, VI, 14.
  33. ^ Cesare, De bello gallico, VI, 14.
  34. ^ Villar, cit., pp. 448-449.
  35. ^ Villar, cit., p. 449.
  36. ^ Cesare, De bello gallico, VI, 14.
  37. ^ Cesare, De bello gallico, VI, 16.
  38. ^ Cesare, De bello gallico, VI, 17.
  39. ^ Cesare, De bello gallico, VI, 17.
  40. ^ Secondo quanto testimoniato da Svetonio:
    Collabora a Wikiquote (LA)
    « [Claudius] druidarum religionem apud Gallos dirae immanitatis et tantum civibus sub Augusto interdictam penitus abolevit »
    Collabora a Wikiquote (IT)
    « [Claudio] abolì completamente in Gallia la religione dei druidi, che era estremamente crudele e che Augusto aveva proibito soltanto ai cittadini »
  41. ^ Cesare, De bello gallico, VI, 19.
  42. ^ Cesare, De bello gallico, VI, 20.
  43. ^ Villar, pp. 443-444, 633.
  44. ^ Villar, cit., pp. 633-637.
  45. ^ Villar, cit., pp. 447-448.
  46. ^ Villar, cit., p. 450.
  47. ^ Indirettamente, tuttavia, è possibile ipotizzare che le differenze tra gallico e britannico non fossero particolarmente profonde: Cesare, infatti, testimonia degli stretti contatti - culturali, commerciali e politici - tra Galli e Britanni, descrivendoli come estremamente affini (anche se non parla esplicitamente della loro lingua). Cfr. Cesare, De bello gallico, II, 4; II, 14; III, 9; IV, 20.
  48. ^ Corrispondente alle glosse attestate nella Geografia di Claudio Tolomeo (II secolo) e alle iscrizioni ogamiche dei secoli IV-VII; cfr. Cuzzolin, cit., p. 280.
  49. ^ Villar, cit., p. 452, che cita altri tratti che non sono, presi singolarmente, esclusivamente celtici, ma lo è il loro insieme.
  50. ^ Estinto nel 1974, ma mantenuto in vita da cultori e dal governo dell'isola, che ne stanno reintroducendo l'uso negli atti pubblici e nelle scuole.
  51. ^ Estinto alla fine del XVII secolo. Esistono tuttavia intellettuali e cultori che si adoperano per rivitalizzarne l'uso.
  52. ^ Cuzzolin, cit., p. 332; Villar, cit., p. 459.
  53. ^ Cesare, De bello gallico, VI, 14.
  54. ^ Villar, cit., p. 449.
  55. ^ Villar, cit., p. 449.
  56. ^ Villar, cit., p. 176.
  57. ^ Villar, cit., pp. 176-177.
  58. ^ Tanto che Cesare, nel suo De bello gallico, ricorre spesso all'omologo latino oppidum.
  59. ^ Dalla radice indoeuropea *bhrgh ("alto", "elevato"); cfr. Villar, cit., p. 519.
  60. ^ Anch'esso di etimologia indoeuropea: connesso, per esempio, all'inglese antico dūn ("altura", "montagna"). Nei toponimi gallici appare spesso come suffisso (-dun); cfr. Villar, cit., p. 519.
  61. ^ Cesare, De bello gallico, VII, 23.
  62. ^ «È importante dirlo. Il druidismo è morto, definitivamente morto in quanto istituzione, in quanto religione». Jean Markale, Il druidismo, p. 260. E Gianfranco De Turris aggiunge: «Inutili sono gli sforzi delle organizzazioni neo-druidiche, specie in Francia e in Gran Bretagna, tese a farlo rivivere sul piano pratico» (ivi, Introduzione).

[modifica] Bibliografia

[modifica] Fonti primarie

[modifica] Letteratura storiografica

  • (EN) Stephen Allen; Wayne Reynolds. Celtic warrior: 300 BC-AD 100. Oxford, 2001. ISBN 1841761435
  • Peter Berresford Ellis. L'impero dei Celti. Bologna, Il Mulino, 1997. ISBN 8838440085
  • (EN) Maureen Carroll. Romans, Celts & Germans: the german provinces of Rome. Charleston, 2001. ISBN 0752419129
  • Pierluigi Cuzzolin. Le lingue celtiche, in Emanuele Banfi (a cura di) La formazione dell'Europa linguistica. Le lingue d'Europa tra la fine del I e del II millennio. Scandicci, La Nuova Italia, 1993. ISBN 882211261
  • Venceslas Kruta; Valerio Massimo Manfredi. I Celti d'Italia. Milano, Mondadori, 2000. ISBN 8804436409
  • Venceslas Kruta. I Celti. Milano, 2007. ISBN 9788895363158
  • Jean Markale. Il druidismo. Roma, Edizioni Mediterranee, 1991. A cura di Gianfranco de Turris.
  • Francisco Villar. Gli Indoeuropei e le origini dell'Europa. Bologna, Il Mulino, 1997. ISBN 8815057080

[modifica] Voci correlate

[modifica] Contesto storico generale

[modifica] Popoli celtici

[modifica] Altri progetti

[modifica] Collegamenti esterni

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