Roberto il Guiscardo
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Roberto d'Altavilla , detto il Guiscardo cioè l'Astuto, (Hauteville-la-Guichard, 1015 circa – Cefalonia, 17 luglio 1085) è stato un condottiero, conte e duca normanno, figlio di Tancredi d'Altavilla e della sua seconda moglie Frensenda (o Fredesenda). Fu conte di Puglia e Calabria alla morte del fratello Umfredo (1057). In seguito (1059) fu investito da papa Niccolò II del titolo di duca di Puglia, Calabria e Sicilia.
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Indice
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[modifica] La vita
[modifica] Contesto storico: l'Italia meridionale prima della venuta degli Altavilla
Dal 999 al 1042 i Normanni stanziati in Italia furono nient'altro che semplici mercenari, al servizio ora dei Bizantini ora dei Longobardi, all'epoca in lotta per il controllo del Mezzogiorno. La loro espansione politica e territoriale ebbe inizio nel 1029, quando il duca Sergio IV di Napoli infeudò il condottiero Rainulfo Drengot nella fortezza di Aversa, offrendogli così una base di partenza per la successiva opera di conquista del meridione.
La famiglia degli Altavilla comparve nel 1035 con l'arrivo dei fratelli Guglielmo e Drogone, figli di Tancredi d'Altavilla, nobile di Cotentin, in Normandia. I due presero parte ai tumulti locali attraverso cui i Longobardi tentavano di sottrarre la Puglia ai dominatori bizantini, i quali già dal 1040 cominciarono a perdere gran parte della provincia. Nel 1042 i Normanni elevarono Melfi a capitale del loro dominio, ancora esiguo per dimensioni, e nel settembre di quell'anno acclamarono conte Guglielmo Braccio di Ferro, attribuendogli il titolo, non riconosciuto dagli altri potenti, di Comes Normannorum totius Apuliae et Calabriae. Alla morte di Guglielmo, nel 1046, gli successe Drogone, il cui titolo comitale fu ufficialmente riconosciuto dal Sacro Romano Imperatore. A questi successe poi, nel 1051, il terzo fratello, Umfredo, il quale, giunto in Italia nel 1044, regnò fino alla morte, avvenuta nel 1057.
[modifica] L'arrivo di Roberto in Italia
Il 1047 fu l'anno della venuta in Italia di Roberto, sesto figlio di Tancredi e primo nato dalla seconda moglie Fresenda. Secondo la storica bizantina Anna Comnena, egli aveva lasciato la Normandia con un seguito di appena cinque cavalieri e trenta avventurieri a piedi e all'arrivo nell'antica Langobardia si era messo a capo di una compagnia errante di briganti e predoni. Anna Comnena ci offre anche una straordinaria e dettagliata descrizione fisica del personaggio:
Non si dovrebbe tuttavia accordare molta fiducia a tale descrizione: la principessa bizantina nacque intorno al 1080 e Roberto morì nel 1085. Pur volendo ammettere che la Comnena l'avesse visto in tenera età e ne avesse serbato vivo il ricordo sino in età matura, la descrizione sarebbe stata quella di un settantenne, per quanto vigoroso. In realtà la tradizione bizantina nella quale l'Alessiade di Anna Comnena si inscrive, tendeva ad esaltare virtù e qualità dei nemici per magnificare ancor di più quelle del generale che li aveva sconfitti. In questo caso tale tesi si consolida, considerando che la principessa era figlia di Alessio I Comneno, l'imperatore che fronteggiò l'avanzata del Guiscardo nei Balcani. Le citazioni prese dalla letteratura classica, l'attenzione alle proporzioni del corpo, il complesso di valori che Roberto incarna nell'Alessiade si declinano perfettamente secondo i canoni dei gusti raffinati della corte di Bisanzio, erede dello sfarzo romano e della raffinatezza ellenistica. Con un pizzico di malizia, inoltre, si potrebbe ipotizzare che, per descrivere l'adone bello e aitante che sfolgora nel passo sopracitato, Anna Comnena si fosse ispirata ad uno dei tanti mercenari normanni che ormai da tempo servivano Bisanzio. O, ancora, ad uno dei Vareghi, il corpo mercenario formato da guerrieri nordici, che dal secolo X aveva sostituito gli Excubitores, ossia la guardia personale dell'imperatore bizantino.
All'arrivo di Roberto le terre in Puglia scarseggiavano ed egli non poteva aspettarsi grandi concessioni da parte di Drogone, il fratello allora regnante. D'altra parte lo stesso Umfredo aveva appena ricevuto in feudo la contea di Lavello. Già nel 1048 decise dunque di unirsi al principe Pandolfo IV di Capua nelle sue incessanti guerre contro il principe Guaimario IV di Salerno, ma l'alleanza durò appena un anno: stando alle cronache di Amato di Montecassino, Pandolfo venne meno alla promessa di concedere a Roberto un castello e una figlia in sposa, al che il Normanno rispose rompendo gli accordi e abbandonando il sodalizio.
Roberto fece nuovamente richiesta di un feudo al fratello Drogone, il quale poté stavolta concedergli il comando della fortezza di Scribla, vicino Cosenza, conquistata durante la campagna di Calabria. Ma questo si rivelò ben presto un vicolo cieco, un presidio isolato dal quale non avrebbe potuto ricavare alcun concreto vantaggio. Decise perciò di spostarsi presso il castello di San Marco Argentano, in omaggio al quale, più tardi, battezzerà la fortezza di San Marco d'Alunzio, il primo castello normanno in Sicilia, sito presso l'antica Aluntium. Durante il periodo calabrese Roberto sposò la prima delle sue due mogli, Alberada di Buonalbergo, figlia di Gerardo di Buonalbergo.
[modifica] La battaglia di Civitate e l'ascesa del Guiscardo
Dopo i primi anni di opaca presenza nel sud Italia, Roberto mise di colpo in luce il proprio carattere, così diverso da quello dei suoi familiari e degli altri potenti della regione. I Longobardi, in un primo tempo vicini ai Normanni, si rivoltarono contro i loro vecchi alleati, attirandosi il favore di papa Leone IX, deciso ad espellere dalla penisola questo popolo di briganti. Lo scontro fra le armate pontificie e le truppe normanne si consumò il 18 giugno 1053 a Civitate sul Fortore, a nord di Foggia, dove l'esercito papale fu duramente sconfitto. Alla battaglia prese parte anche Umfredo, a capo di alcune truppe di Suebi, e il conte di Aversa Riccardo Drengot, che mise subito in fuga i soldati longobardi.
A Roberto fu assegnato il comando di truppe di riserva, che restarono ai margini della battaglia fino a che non fu evidente l'inefficacia degli attacchi sferrati dalle armate di Umfredo: il Guiscardo si lanciò allora nella mischia insieme ai rinforzi guidati dal suocero, distinguendosi personalmente per il particolare valore della propria offensiva. Secondo lo storico coevo Guglielmo di Puglia, il Normanno imperversò nella battaglia senza mai perdersi d'animo, disarcionato e rimontato in sella per ben tre volte. L'esito dello scontro fu per lui un vero successo.
Nel 1057 il conte Umfredo morì, lasciando i due figli minorenni Abelardo ed Ermanno sotto la tutela della moglie Gaitelgrima di Salerno, già vedova di Drogone. Forte del successo ottenuto sul campo di battaglia di Civitate, Roberto reclamò per sé la successione ed assunse il titolo comitale di Puglia e Calabria. Per non insidiare i diritti acquisiti alla propria discendenza, confiscò i possedimenti del defunto fratello, privando i due nipoti della loro legittima eredità. In alleanza col fratello minore Ruggero si lanciò alla conquista dei territori non ancora sottomessi di Puglia e Calabria, mentre Riccardo, suo cognato in quanto marito della sorella Fresenda, s'impadronì del Principato di Capua.
[modifica] L'ascesa al potere e le conquiste
Poco dopo la sua ascesa al comando supremo dei Normanni - probabilmente nel 1058 - Roberto ottenne l'annullamento del matrimonio con Alberada per sospetti di consanguineità. Questo gli consentì di sposare la potente principessa guerriera Sichelgaita di Salerno, figlia del defunto Guaimario IV e sorella del nuovo principe Gisulfo II. In cambio della mano della sorella, Gisulfo chiese a Roberto di distruggere due castelli appartenenti a Guglielmo del Principato, fratello minore del Guiscardo, che da tempo imperversava nei domini di Salerno.
Nello stesso periodo maturò anche l'alleanza fra il nuovo capo normanno e lo Stato pontificio: il Papato, infatti, venuto ai ferri corti col Sacro Romano Imperatore e presagendo un'imminente rottura (quella che sarà la Lotta per le investiture), si risolse a riconoscere le conquiste normanne nel meridione d'Italia, assicurandosene così la fedeltà. Un rovesciamento dei precedenti assetti che ebbe la sua clamorosa celebrazione il 23 agosto 1059, quando papa Niccolò II, durante il Concordato di Melfi, investì ufficialmente il Guiscardo del titolo di Duca di Puglia, Calabria e Sicilia, mentre Riccardo Drengot fu riconosciuto nuovo principe di Capua. Roberto, dunque, fu elevato da conte a duca dell'intero Mezzogiorno e gli fu attribuita anche la signoria della Sicilia, non ancora sottratta al dominio arabo. La formula fu: per Grazia di Dio e di San Pietro duca di Puglia e Calabria e, se ancora mi assisteranno, futuro Signore della Sicilia. Egli accettò anche di versare un tributo annuo alla Santa Sede, in modo da mantenere titoli e terre e garantirsi la piena legittimità sulle future conquiste. Nei vent'anni successivi fu impegnato in una formidabile serie di conquiste e annessioni, fino a guadagnarsi il dominio sulle terre siciliane.
[modifica] La sottomissione della Calabria
La prima campagna d'espansione del Guiscardo era cominciata poco prima, nel giugno del 1059, in coincidenza con l'apertura dei lavori del concilio melfitano. Roberto si pose a capo di un esercito e marciò sulla Calabria, compiendo così il primo tentativo di sottomissione di quella provincia, ancora saldamente in mano bizantina, dai tempi della campagna di Guglielmo Braccio di Ferro e Guaimario di Salerno. Recatosi a Melfi per ricevere l'investitura ducale del Mezzogiorno, fece rapidamente ritorno in Calabria, dove le sue armate tenevano sotto assedio Cariati. Al suo arrivo la città si arrese e prima dell'inverno anche Rossano Calabro e Gerace caddero nelle sue mani.Qui nel 1073 dopo la conquista normanna, a Roberto il Guiscardo viene attribuita la fondazione di un Castello, il castello di Corigliano, faceva parte della fitta rete di fortificazioni con cui il re normanno controllava le città, intorno si sviluppò il borgo di Corigliano Calabro.Quando ormai ai Bizantini non restava che la sola Reggio, Roberto tornò in Puglia, dove cercò di rimuovere le guarnigioni greche dai castelli di Taranto e Brindisi. Di nuovo in Calabria si riunì al fratello Ruggero e si lanciò alla conquista di Reggio, caduta dopo un lungo e difficoltoso assedio al quale seguì la presa di Scilla, una cittadella fortificata in cui avevano trovato rifugio le guarnigioni reggine. A questo punto la strada verso la Sicilia era ormai spianata.
Il primo attacco all'isola fu sferrato a Messina, contro la quale il Guiscardo inviò inizialmente un piccolo contingente, subito respinto dalle difese saracene. Non disponendo ancora di un esercito d'invasione adatto all'impresa, Roberto decise di prepararsi al rientro in Puglia, messa sotto attacco da un nuovo contingente bizantino inviato dall'imperatore Costantino X. Nel gennaio del 1061 la stessa Melfi fu cinta d'assedio e Roberto in persona fu richiamato in patria. L'imponenza della sua macchina bellica mise in fuga i Bizantini e già nel maggio di quell'anno la regione fu pacificata.
[modifica] Le campagne di conquista in Sicilia
L'invasione della Sicilia ebbe inizio nel 1061 con la presa di Messina, espugnata con relativa facilità dalle forze congiunte di Roberto e Ruggero. Gli uomini del Guiscardo si appostarono nottetempo nei pressi delle guarnigioni e sorpresero le guardie saracene allo spuntare del mattino: quando le truppe di terra raggiunsero la città, la trovarono già abbandonata. Roberto pose lì il suo quartier generale e provvide ad innalzare nuove fortificazioni, mentre stringeva un'inedita alleanza con l'emiro musulmano di Siracusa Ibn al-Thumna, rivale dell'emiro di Enna Ibn al-Hawwās. Le armate di Roberto, Ruggero e del nuovo alleato musulmano marciarono verso il centro dell'isola passando per Rometta, rimasta fedele ad al-Thumna, e attraversando Frazzanò e la Piana di Maniace, dove il catapano bizantino Giorgio Maniace e i primi Altavilla si erano distinti in battaglia ventun anni prima. Gli invasori diedero l'assalto al castello di Centuripe, ma la strenua resistenza incontrata li convinse a procedere oltre. Caduta Paternò, il Guiscardo portò le sue truppe sotto le mura della potente fortezza di Enna, allora detta Castrogiovanni. I Saraceni si lanciarono impavidi contro il nemico e furono sconfitti, ma la fortezza non capitolò. Roberto decise allora di retrocedere, lasciando alcune guarnigioni nel castello di San Marco d'Alunzio, che prese il nome dalla prima roccaforte calabrese da lui ottenuta in feudo. Entro il Natale di quell'anno fece ritorno in Puglia insieme a Sichelgaita.
La campagna riprese nel 1064: il Guiscardo oltrepassò Enna senza ritentare l'assalto e puntò dritto verso Palermo, andando però incontro ad un clamoroso insuccesso: l'accampamento normanno fu invaso dalle tarantole e costrinse le truppe alla fuga, facendo naufragare i disegni di Roberto. L'impresa fu ritentata solo nel 1072, quando un lungo assedio mise in ginocchio Palermo e la costrinse a capitolare, segnando la fine del dominio arabo in Sicilia.
Un'ultima disperata resistenza fu invano tentata da Benavert, che combatterà una eroica battaglia d'una guerra ormai persa, prima di cadere a Siracusa nel 1086.
La conquista del resto dell'isola fu solo questione di tempo. L'ultima città musulmana a capitolare fu Noto, nel 1091.
[modifica] La caduta di Salerno e Benevento
Prima di espugnare Palermo e insignorirsi della Sicilia, Roberto dovette combattere contro le ultime guarnigioni bizantine che ancora occupavano parte della Puglia, cuore del suo dominio. Nell'aprile del 1071, con la caduta di Bari che fu eletta nuova capitale, i Greci furono definitivamente estromessi dal sud Italia e il Guiscardo poté così rivolgere la propria attenzione ai grandi principati indipendenti di origine longobarda che ancora tenevano in mano propria vaste aree del meridione. Il primo obiettivo fu il Principato di Salerno: la città fu messa sotto assedio e cadde nel dicembre del 1076, ma il principe Gisulfo II, cognato del Guiscardo in quanto fratello di Sichelgaita, abbandonò il castello con la propria corte solo nel maggio del 1077. Al dominio totale del Mezzogiorno mancava a questo punto solo Benevento, antico e potente principato longobardo ormai in decadenza: l'attacco alla città, sferrato nel 1078, mise in allarme Gregorio VII, poiché Benevento era considerato feudo della Santa Sede. Ma il pontefice non era in condizioni di inimicarsi i Normanni, venuto com'era ai ferri corti con l'imperatore Enrico IV. Decise allora di farseli alleati e, convocato Roberto a Ceprano nel giugno del 1080, lo investì nuovamente dei suoi titoli e diritti, assicurandogli anche la signoria sugli Abruzzi meridionali e mantenendo qualche riserva solo sulla città di Salerno. Anche Benevento, da cinquecento anni indipendente, cadde sotto i colpi del Guiscardo, che ne assunse il titolo principesco.
[modifica] Le conquiste in Oriente
L'ultima grande impresa di Roberto il Guiscardo fu la campagna contro l'Impero bizantino, che rappresentò anche un importante tavolo di trattativa con i suoi vassalli ribelli. Nei disegni del Normanno c'era la conquista del trono di Bisanzio, che egli legittimava con la recente deposizione (1078) di Michele VII, il cui figlio Costantino era stato promesso a sua figlia Olimpia. Un obiettivo che però non riuscì mai a realizzare.
La spedizione partì nel maggio del 1081: Roberto salpò verso Oriente con un esercito di 16,000 uomini e nel febbraio del 1082 aveva già occupato Corfù e conquistato Durazzo, dove nell'ottobre del 1081 aveva inflitto una dura sconfitta all'imperatore Alessio (Battaglia di Durazzo).
Ma il precipitare delle vicende italiane lo costrinse a sospendere temporaneamente la campagna: nel giugno del 1083 papa Gregorio VII, assediato in Castel Sant'Angelo dalle truppe tedesche di Enrico IV, lo chiamava in proprio soccorso. Roberto entrò in Roma con 36,000 uomini al seguito e costrinse l'imperatore alla ritirata, ma un gruppo di cittadini in rivolta guidò un violento saccheggio della città durato tre giorni (maggio 1084), al termine del quale Roberto scortò il papa fino al Vaticano.
[modifica] La morte e la successione
Durante la sua assenza dai campi di battaglia in Oriente, suo figlio Boemondo, per qualche tempo signore della Tessaglia, aveva perduto le conquiste fatte in terra greca. Il Guiscardo tornò per recuperare i territori perduti, rioccupò l'isola di Corfù e mise sotto assedio Cefalonia. Ma proprio durante quest'ultima battaglia, colto da una violenta febbre, morì il 17 luglio 1085 all'età di 70 anni. Il suo corpo fu sepolto nella Chiesa della Santissima Trinità a Venosa, dove riposano anche altri illustri membri della Casa d'Altavilla. La cittadina di Fiscardo, sull'isola di Cefalonia, prese il nome da lui.
A succedergli come Duca di Puglia e Calabria, Principe di Salerno e Signore di Sicilia fu il secondogenito Ruggero Borsa, primo dei figli avuti da Sichelgaita. Proprio a lei si deve l'estromissione del primogenito Boemondo dalla successione: nel 1073, infatti, insediata la propria corte a Bari, Sichelgaita indusse i nobili pugliesi a riconoscere suo figlio Ruggero come legittimo successore del Guiscardo in luogo di Boemondo, nato dal primo matrimonio di Roberto con Alberada di Buonalbergo. A Boemondo furono comunque destinati i possedimenti al di là dell'Adriatico, prima fra tutte la roccaforte di Durazzo. Roberto lasciò anche altri due figli maschi: Guido duca di Amalfi, e Roberto Scalio, i quali non insidiarono mai la legittimità del potere del fratello maggiore Ruggero. Il dominio sulla Sicilia, col titolo di Gran Conte, fu invece appannaggio del fratello di Roberto, Ruggero, che aveva combattuto costantemente al suo fianco.
La grandezza di Roberto il Guiscardo e i suoi innumerevoli successi sono dovuti non solo alle sue straordinarie qualità, ma anche al rapporto d'intesa col Papato. Egli istituì e fece rispettare una forte autorità ducale, che fu tuttavia minata spesso da rivolte baronali e malcontenti da parte dei feudatari minori, come ad esempio nel 1078, quando egli chiese ai suoi vassalli un sostegno economico per le nozze di sua figlia. Troppo impegnato ad espandere continuamente i suoi territori, non ebbe il tempo e la possibilità di organizzarli al proprio interno. In questo senso, la solidità del dominio fu garantita da un insieme di fattori che spesso esulano dalle sue personali abilità politiche. Nella storia del regno normanno d'Italia la figura del Guiscardo rimane sostanzialmente quella dell'eroe e del fondatore, mentre suo nipote Ruggero II rappresenta il vero statista e organizzatore dell'intera compagine.
[modifica] Letteratura
Roberto il Guiscardo compare anche nella Divina Commedia di Dante Alighieri: il Sommo Poeta immagina di scorgere lo spirito del Normanno nel Cielo di Marte, insieme ad altri famosi cavalieri crociati.
[modifica] Fonti
- Encyclopaedia Britannica 1911
- Chalandon, F. Histoire de la domination normande en Italie et en Sicile. (Parigi, 1907).
- von Heinemann, L. Geschichte der Normannen in Unteritalien (Lipsia, 1894).
- Loud, Graham. The Age of Robert Guiscard (ISBN 0-582-04529-0).
- Norwich, J. J. The Normans in the South 1016-1130. Longmans: Londra, 1967.
[modifica] Collegamenti esterni
[modifica] Voci correlate
- Altavilla
- Elenco dei monarchi di Napoli e Sicilia
- Elenco dei conti e duchi di Puglia e Calabria
- Normanni
Predecessore: | Conte di Puglia e Calabria | Successore: |
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Umfredo | 1057–1059 | - |
Predecessore: Nuovo titolo conferitogli da Niccolò II |
Duca di Puglia, Calabria e Sicilia 1059–1085 |
Successore: Ruggero Borsa |
Conte di Sicilia 1059-1085 |
Successore: Ruggero I |