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K2 - Wikipedia

K2

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K2
La vetta del K2
La vetta del K2
Paesi bandiera Cina
bandiera Pakistan
Regione {{{regione}}}
Provincia {{{provincia}}}
Contea {{{contea}}}
Altezza 8.611 m s.l.m.
Catena Karakorum
Cratere {{{diametrocratere}}} m
Prima eruzione {{{primaeruzione}}}
Ultima eruzione {{{ultimaeruzione}}}
Coordinate 35°52′57″N 76°30′48″E / 35.882500, 76.513333
Altri nomi e significati ChogoRi (bantì)
Dapsang (bantì)
Godwin-Austen (desueto)
Data prima ascensione 31 luglio 1954
Autore/i prima ascensione Achille Compagnoni e Lino Lacedelli, della spedizione italiana guidata da Ardito Desio
K2 (Cina)
K2
K2
SOIUSA
Grande Parte: {{{grandeparte}}}
Grande Settore {{{grandesettore}}}
Sezione {{{sezione}}}
Sottosezione {{{sottosezione}}}
Supergruppo: {{{supergruppo}}} 
Gruppo {{{gruppo}}}
Sottogruppo {{{sottogruppo}}} 
Codice {{{codice}}}
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Coordinate: 35°52′57″N 76°30′48″E / 35.882500, 76.513333 Il K2, conosciuto anche come Monte Godwin-Austen, ChogoRi (lingua Bantì) o Dapsang, si trova nel gruppo del Karakorum che appartiene alla catena dell'Himalaya ed è, con i suoi 8611 metri, la seconda montagna più alta della Terra dopo l'Everest.

Si trova al confine tra la Cina e la parte del Kashmir controllata dal Pakistan

Il nome K2, che sta per Karakorum 2, cioè la seconda cima del Karakorum (il 2 nacque da un errore di misurazione dell'altezza della cima, ma per pura coincidenza corrispondeva alla posizione della montagna nella lista delle cime più alte del mondo; questo ne ha giustificato il mantenimento anche successivamente) fu creato da T.G. Montgomery, un membro del gruppo che, guidato da Henry Godwin-Austen, effettuò i primi rilevamenti nel 1856.

La cima fu raggiunta per la prima volta da una spedizione italiana il 31 luglio 1954.

Indice

[modifica] La conquista della vetta

Cinque tentativi di scalare il K2 furono fatti a partire dal 1902, ma, a parte la spedizione del 1909 guidata da Luigi Amedeo di Savoia duca degli Abruzzi, che scoprì la via di salita lungo lo sperone est della montagna (il leggendario Sperone degli Abruzzi), non ci sarebbero stati grandi risultati fino al 1954, quando il 31 luglio una spedizione italiana guidata da Ardito Desio raggiunse la vetta. La notizia giunse in Italia a mezzogiorno del 3 agosto e fu accolta con grande entusiasmo e come simbolo della rinascita del Paese nel dopoguerra: da quel momento il K2 divenne per tutti la montagna degli italiani. I due alpinisti che raggiunsero effettivamente la vetta furono Achille Compagnoni e Lino Lacedelli, anche se il merito va sicuramente all'intero gruppo, guidato con piglio di ferro da Desio (un uomo, sia detto per inciso, con enorme esperienza di spedizioni nell'Asia Centrale). L'attitudine quasi militare di questi, pur probabilmente giustificata dalla complessità dei problemi da affrontare (e dalla responsabilità di un'impresa che era stata caricata in Italia di molti significati extra-alpinistici) è tutt'ora oggetto di discussione.

La spedizione fu inizialmente segnata dalla tragedia della morte di Mario Puchoz, una guida di Courmayeur colpito da polmonite probabilmente complicata da edema polmonare (venne seppellito al campo base). L'insistenza di Desio nel far continuare immediatamente le operazioni finì per creare una significativa frattura fra il capo spedizione e il gruppo di alpinisti, soprattutto il cosiddetto "gruppo di testa", composto da Compagnoni, Lacedelli, Walter Bonatti (considerato tra il 1954 e il 1965 uno dei migliori alpinisti al mondo), Erich Abram (una guida alto atesina) e Ubaldo Rey (un'altra guida di Courmayeur). Abram, Bonatti e Rey fecero il grosso del lavoro di messa in opera delle corde fisse sulla cosiddetta Piramide Nera, la difficile zona rocciosa poco sotto i 7000 metri che contiene il famoso Camino Bill.

Il 30 luglio, il giorno prima della salita finale, si rischiò un altro dramma: Bonatti e il pachistano Mahdi, che portavano le bombole d'ossigeno al nono campo dove Compagnoni e Lacedelli, designati per conquistare la cima, li attendevano, non riuscirono a raggiungere la tenda del nono campo (da Compagnoni e Lacedelli posta più in alto di quanto concordato la sera prima per facilitare, a loro dire, la salita in vetta del giorno dopo). Al sopraggiungere dell'oscurità, Bonatti e Mahadi si trovarono così impossibilitati sia a salire sia a scendere. Essi dovettero quindi bivaccare all'aperto in condizioni climatiche proibitive, su un gradino di ghiaccio in mezzo a un ripido canalone che il vento notturno riempiva di neve, senza tenda e senza sacchi pelo, e sopravvissero solo grazie alla loro eccezionale forza fisica. Mahdi riportò un congelamento che obbligò all'amputazione di tutte le dita dei piedi.

La mattina dopo Compagnoni e Lacedelli scesero a prendere le bombole (che garantivano una pressurizzazione pari a 6000 metri anche alla quota di circa 8100 metri), dove Bonatti e Mahdi le avevano lasciate (a poca distanza dal nono campo) e con esse fecero la salita finale; l'ossigeno tuttavia, secondo il loro racconto, si sarebbe esaurito due ore prima (a quota 8.400) della vetta che quindi avrebbero raggiunto senza il supporto dell'ossigeno, ma portando con sé le bombole (del peso di 19 kg) per lasciare in vetta un segno della loro conquista. Al ritorno entrambi erano in condizioni psicofisiche difficili e Compagnoni, che riferì di aver ceduto in vetta i suoi guanti a Lacedelli che li aveva persi scattando le foto (la versione in seguito venne modificata), riportò gravi congelamenti alle mani, per i quali fu necessaria l'amputazione di due dita.

[modifica] Componenti della spedizione del 1954

La spedizione del 1954 al K2 era costituita da 20 componenti:

  • 5 ricercatori: Ardito Desio, anche capo spedizione, Paolo Grazioni, Antonio Marussi, Bruno Zanettin, Francesco Lombardi.
  • 1 medico: Guido Pagani
  • 2 membri pakistani: Ata Ullah (osservatore del Governo pakistano), Badshajan (aiuto topografo)

[modifica] I campi

Per la conquista della vetta (8.610 m) nel 1954 furono posti i seguenti campi (quote secondo la relazione ufficiale di Desio) [1]:

  • 4.970 m: campo base
  • 5.580 m: primo campo
  • 6.095 m: secondo campo
  • 6.378 m: terzo campo
  • 6.560 m: quarto campo
  • 6.678 m: quinto campo
  • 6.970 m: sesto campo
  • 7.345 m: settimo campo
  • 7.627 m: ottavo campo
  • 8.080 m: nono campo (la quota non è però veritiera in quanto in effetti il campo venne posto a quota di poco superiore gli 8.100 m raggiunti da Bonatti e Mahadi).

[modifica] Le polemiche

L'ossigeno terminò prima della conquista?
Stando a quanto contenuto nella relazione ufficiale, il giorno della conquista l'ossigeno sarebbe stato utilizzato da Compagnoni e Lacedelli tra la quota 8100 (bivacco di Bonatti e Mahadi) e quota 8400 (ossia tra le h. 6:15 e le 16:00): 9 ore e 45 minuti in cui il dislivello medio in salita sarebbe quindi stato intorno ai 30 metri all'ora. Finito l'ossigeno, il dislivello tra la quota 8400 e 8616 (tra le h. 16:00 e 18:00) sarebbe stato compiuto in 2 ore, pari a una progressione di circa 108 m all'ora. La cosa non pare credibile. Infatti senza ossigeno, a una quota superiore, appesantiti intilmente dai 19 kg del bastino con le tre bombole d'ossigeno i due alpinisti non potevano aver triplicato la loro velocità di ascesa proprio dopo una già lunga giornata di salita. A comprovare che il loro fisico non era in grado di progredire in salita a quelle quote senza l'ausilio dell'ossigeno (neppure all'inizio della giornata, ancora riposati) è, involontariamente, quanto Compagnoni scriverà poi nel suo libro Uomini sul K2:

"L'alba del grande giorno (31 luglio 1954) ci trovò in piedi... Decidemmo di tentare senza respiratori... Cominciammo a muoverci, traversando verso destra, ripercorrendo a ritroso il percorso della sera prima per riportarci sulla direttrice dell'ascensione che passava, senza alcuna alternativa, attraverso il canalone di ghiaccio... Fatti venti passi, forse più che meno, sentimmo che senza ossigeno non avremmo potuto proseguire: i nostri polmoni si contraevano a vuoto come branchie di un pesce fuor d'acqua, la testa ronzava, le gambe si piegavano... Riprendemmo fiato, facemmo un po' d'inventario... Decidemmo di lasciare i sacchi, al posto dei respiratori."
Se questo avveniva tra le 4:00 e le 6:15 del mattino a quota 8100, non è credibile che Compagnoni e Lacedelli abbiano poi potuto scalare gli ultimi 200 metri di dislivello senza ossigeno, addirittura triplicando la loro velocità di ascesa.

Sempre nel suo libro, Compagnoni riferisce di aver trovato le bombole dell'ossigeno quasi completamente scariche. Riferendosi ai bastini (noti anche come trespoli) che contenevano ciascuno tre bombole Dräger (collegate tra loro) da 2,6 litri (solitamente caricate a una pressione di 220 atmosfere: quindi ogni bastino conteneva 3 x 2,6 x 220 = 1716 litri di ossigeno puro) Compagnoni scrive:
"Provammo a caricare le bombole e il relativo basto sulle spalle, dopo aver constatato che funzionavano. Quello che presi io conteneva 78 atmosfere, quello che prese Lacedelli 83... Su, allora. Sono le 6 e un quarto circa."
E più avanti Compagnoni scrive: "Erano circa le 16, avevamo ancora qualche ora di luce. A un tratto provai un'angosciosa sensazione di soffocamento... L'ossigeno è finito. Dieci minuti dopo sarà la volta di Lacedelli."
Nel libro ufficiale di Ardito Desio si dà invece l'impressione che l'ossigeno sia terminato contemporaneamente a entrambi: "Ci mancò il respiro facendoci piombare in una prostrazione atroce, si restò per un attimo sgomenti. Poi ci rendemmo conto: l'ossigeno era finito. Presto allora: togliersi le maschere, respirare a fondo, richiamare le superstiti energie... Siamo a quota 8400 circa..."
Considerando entrambe le versioni (Compagnoni per orari e pressione delle bombole, Desio per quota raggiunta con l'ossigeno), se fosse vero quanto scrive Compagnoni sulle bombole scariche (quindi lui era salito con 608,4 litri di ossigeno nel suo bastino e Lacedelli 647,4 litri invece dei 1716 a testa previsti se le bombole fossero state cariche), l'ossigeno non sarebbe potuto durare loro così tante ore (ben 9 ore e 45 minuti, tra le 6:15 e le 16:00 del 31 luglio 1954) ma sarebbe terminato nel giro di 3 ore e 40 minuti (i bastini carichi a 220 atmosfere erano infatti previsti per la durata di circa 10 ore con un consumo medio). Quindi, se le bombole terminarono dopo 9 ore e 45 minuti le bombole dovevano essere sicuramente cariche a 200 o 220 atmosfere, non solo a 80.

Ci si è chiesto inoltre come Compagnoni avesse potuto verificare la pressione delle bombole prima di partire da quota 8100 metri? Il manometro - strumento, all'epoca, pesante e disunito dai respiratori - era in dotazione solo del campo base: i bastini non erano quindi dotati di manometri. Al campo base erano già state verificate tutte le bombole prima della scalata, trovando che la maggior parte di esse aveva una pressione non superiore alle 200 atmosfere, con un contenuto medio per ogni bastino di 3 x 2,6 x 200 = 1560 litri di ossigeno puro (naturalmente, per l'attacco alla vetta, al campo base furono scelte le bombole più efficienti). Il che conferma che le bombole garantirono un'erogazione a intensità media di circa 10 ore, cosa che Compagnoni - sostenendo che durarono solo 9 ore e 45 minuti - conferma che avvenne. Quindi non risulta credibile l'affermazione di Compagnoni di aver trovato, al mattino, le bombole semiscariche con una pressione di circa 80 atmosfere (affermazione che fece nascere false accuse contro Bonatti - che però non aveva neppure gli erogatori necessari per usare l'ossigeno delle bombole - come se lui le avesse utilizzate per respirare l'ossigeno durante il bivacco all'addiaccio).

Alla luce di quanto sopra è ragionevole ritenere che l'ossigeno durò circa 10 ore, come previsto, che bastarono per la conquista della vetta (lo dimostrano anche le prime foto scattate dopo la conquista, con Compagnoni che ancora indossa la maschera e Lacedelli, che l'ha appena tolta, che presenta ancora il segno della condensa dell'alito), in quanto probabilmente l'inizio della salita dei due va fissato più correttamente alle 8:30 e non erroneamente alle 6:15 del mattino.

L'esatto svolgersi degli avvenimenti del 30 e 31 luglio 1954 è stato per lungo tempo controverso, soprattutto in mancanza di prove fattuali e solo discusso in funzione delle dichiarazioni delle parti. Secondo quanto riferirono Compagnoni e Lacedelli, alla cui versione si attenne la relazione di Desio (che non salì mai oltre il campo base, non essendo alpinista), essi avevano collocato il nono campo, la sera del 30, a circa 8160 metri di quota; da qui avrebbero parlato, a distanza e disturbati dal vento (ma Bonatti riferì che in quel momento il vento era assente e la conversazione era avvenuta con la massima facilità), con Bonatti e Mahdi, che si trovavano alcune decine di metri più sotto. Compagnoni riferì che essi credettero che i due, lasciate le bombole, fossero ridiscesi nella notte all'ottavo campo, posto a 7627 metri di quota; solo al mattino seguente, scendendo a prendere le bombole, videro da lontano un uomo (verosimilmente Mahdi, che fu il primo a scendere, seguito successivamente verso le h. 7 da Bonatti) che stava scendendo in quel momento, ma fino al loro ricongiungimento con i compagni non capirono cosa fosse accaduto.

Nel 1964 fu pubblicato un articolo giornalistico sulla Nuova Gazzetta del Popolo che accusava Bonatti di aver quasi compromesso la spedizione per ambizione personale, tentando di raggiungere lui la cima con Mahdi, al quale aveva offerto del denaro perché lo aiutasse; in questo tentativo avrebbe usato le bombole di ossigeno, che per questo si sarebbero esaurite prima (a 8400 metri di quota, due ore prima di giungere in vetta). Bonatti fu inoltre accusato di aver abbandonato Mahdi, scendendo all'ottavo campo senza attenderlo. Ma a seguito di quell'articolo Bonatti fece causa per diffamazione contro il giornalista Nino Giglio [2], vinse la causa, donò l'indennizzo a un'associazione caritatevole, e pubblicò una versione dei fatti alquanto diversa: egli confermò di avere offerto del denaro a Mahdi, ma solo per convincerlo a salire con lui al nono campo, sostituendo Abram, che era stremato. La cattiva conoscenza dell'inglese da parte di entrambi, nonche' la diversa cultura, forse generò un fraintendimento. Bonatti inoltre sostenne che Compagnoni e Lacedelli non avevano posto il campo poco sotto quota 8000, come era stato concordato la sera del 29 Luglio, durante una animata discussione all'ottavo campo, tra lo stesso Bonatti, Lacedelli, Compagnoni e Gallotti, ma alcune centinaia di metri più in alto (poco oltre gli 8100 metri): fu per questo che lui e Mahdi non poterono raggiungerli e rischiarono la vita nel bivacco notturno, che secondo Bonatti avvenne poco oltre gli 8100 metri (invece dei 7990 indicati nella relazione ufficiale di Desio). Inoltre negò di aver abbandonato Mahdi, che al contrario era sceso prima di lui (gli altri alpinisti presenti all'ottavo campo lo confermarono) e smentì decisamente di aver usato le bombole, cosa peraltro impossibile in mancanza delle maschere e degli erogatori che erano negli zaini di Compagnoni e Lacedelli.

Per confermare la sua versione, Bonatti mise in dubbio che l'ossigeno si fosse realmente esaurito due ore prima della fine dell'ascesa. A sostegno di questo egli portò varie prove ed argomentazioni: innanzitutto le fotografie scattate sulla cima, che ritraggono i suoi compagni in vetta, ancora con le maschere sul viso e collegate alle bombole di ossigeno. Assodato cio', non e' quindi mai stato esaurientemente spiegato il motivo per cui, i due alpinisti, Compagnoni e Lacedelli, avrebbero ugualmente portato le bombole di ossigeno del peso ciascuna di ben 19 Kg. ed ormai vuote, fin sulla vetta, invece di abbandonarle immediatamente alla quota di 8400 metri, come sarebbe stato lecito supporre. Da ultimo, Bonatti dimostrò come il tempo di ascesa indicato da Compagnoni e Lacedelli, di due ore per gli ultimi 200 metri di dislivello senza l'aiuto dell'ossigeno (ma con il peso delle bombole vuote ancora sulle spalle), fosse inverosimile (100 metri di dislivello all'ora), soprattutto se comparato con il tempo di ascensione fino ad allora tenuto dai due, ma con l'aiuto dell'ossigeno, nettamente piu' lento (31 metri di dislivello all'ora). Bonatti dichiarò infine di non essere mai stato consultato da Desio per la stesura della sua relazione: questa inizialmente non menzionava neppure l'episodio del bivacco notturno, che fu inserito (ma con quota sbagliata, a 8000 metri invece che a 8100 metri) solo dopo le sue rimostranze.

Il processo diede ragione a Bonatti e l'autore dell'articolo, ammettendo davanti al giudice del Tribunale di Torino di aver trascritto quanto gli era stato riferito da Achille Compagnoni, dovette pubblicare una smentita; tuttavia la versione di Compagnoni e Lacedelli rimase quella "ufficiale" ancora a lungo e le discussioni si trascinarono, con Bonatti che insisteva affinché fossero riconosciute le sue ragioni. Alcuni sostennero che, essendosi scaricate le bombole d'ossigeno circa 200 metri sotto la cima (cosa mai provata e confutata dalle foto scattate in vetta), lo sforzo di Bonatti non sarebbe stato così fondamentale.

Ci sono possibili spiegazioni al lungo silenzio del CAI sulla vicenda. Per molti anni spiacevoli vertenze finanziarie opposero il CAI al capo spedizione Ardito Desio e a Compagnoni: vi furono anche dei processi e alla fine, per decenni, nessuno più se la sentì di riesaminare i fatti alpinistici, forse per il timore di accendere polemiche anche all'interno dell'associazione. Si giunse addirittura a impedire che nel volume del CAI Alpinismo Italiano del Mondo (1972) apparisse anche la versione di Bonatti. Dal canto loro nemmeno gli alpinisti partecipanti alla spedizione se la sentirono di rivedere la vicenda solamente tra loro e senza appoggio ufficiale (anche se comunque, due di essi - Abram e Gallotti - testimoniarono a favore di Bonatti al processo del 1964 contro un giornalista della Nuova Gazzetta del Popolo).

Soltanto nel 1994, nel quarantesimo anniversario, il CAI considerò nella loro interezza i documenti relativi alla storia del K2, pubblicando una revisione storica operata da Roberto Mantovani sul Catalogo Ufficiale del Museo Nazionale della Montagna di Torino, catalogo che accompagnava una mostra. Anche nella bibliografia vennero citate le pubblicazioni di Bonatti al riguardo.

Finalmente nel maggio 2004, con l'avvicinarsi del cinquantenario del primo successo sul K2 (una spedizione italiana era in procinto di ritornare in vetta per festeggiare la data), una commissione storiografica voluta dal CAI riconobbe ufficialmente il ruolo svolto da Bonatti. Nonostante ciò, in un libro uscito pure nel 2004, Lacedelli (pur riconoscendo che Bonatti non fu trattato in modo corretto durante la spedizione, soprattutto nell'episodio del bivacco forzato) ribadì la sua versione: la cima fu raggiunta con le bombole ormai svuotate.

A far luce sull'accaduto ha comunque senz'altro contribuito, nel 1994, la scoperta da parte del dottor Robert Marshall, di Melbourne, della pubblicazione della prime foto scattata in vetta al K2 (e mai pubblicata in Italia per anni) sull'annuario svizzero "Berge der Welt" [3] del 1955 (che mostrano che le maschere dell'ossigeno erano state effettivamente utilizzate da entrambi, Compagnoni e Lacedelli, fino in vetta e l'ossigeno non era quindi finito a quota 8.400 come sostenevano le versioni ufficiali [4] [5]). Sempre del 1994 è poi la dichiarazione di Lino Lacedelli, intervistato da Roberto Mantovani per La rivista della Montagna, su dove fosse stato piazzato il nono campo e perché: "Io volevo fermarmi prima, più in basso. Però Compagnoni non ne volle sapere" e aggiunge che quella di spostarsi più su della quota concordata con Bonatti "non fu una decisione saggia" [6]. Nonostante ciò Desio non volle mai discostarsi dalla versione ufficiale scritta anni prima nella sua relazione. C'è però da ricordare che Desio non era un alpinista e quindi aveva seguito la spedizione stando al campo base limitandosi ad emettere alcuni ordini di servizio dattiloscritti (in totale 14 per tutta la durata della spedizione) che poi venivano recapitati anche ai campi più alti, sebbene con un certo ritardo[7].

Resta comunque lettera morta l'auspicio del 1956 dei dirigenti del CAI che tutti i protagonisti scrivessero insieme un libro "per la vera storia del K2" [8].

L'effetto finale di questa controversia è stato che la prima salita del K2 è ora ricordata - almeno in Italia - più per le polemiche che per il suo valore alpinistico.

[modifica] Bibliografia della spedizione

  • 1954 - Ardito Desio: La conquista del K2 - Seconda cima del mondo. 250 pp, Officine Grafiche Aldo Garzanti, Milano
  • 1958 - Achille Compagnoni: Uomini sul K2. 76 pp, Veronelli Editore, Milano
  • 1985 - Walter Bonatti: Processo al K2. 123 pp, Massimo Baldini Editore
  • 1995 - Walter Bonatti: K2 storia di un caso (ristampato nel 2003)
  • 2004 - Lino Lacedelli e Giovanni Cenacchi: K2 il prezzo della conquista. 176 pp, Mondadori, Milano
  • 2006 - Walter Bonatti: K2 La verità - storia di un caso. 282 pp, Baldini Castoldi Dalai Editore

[modifica] Percorsi e accessi

  1. Il versante pakistano - il più conosciuto:
    1. Lo sperone degli Abruzzi (o cresta sud-ovest) - è la via utilizzata per la prima ascesa e, nonostante sia considerata tra le vie più "normali", è piuttosto difficile e pericolosa.
    2. Cresta nord-est - via inaugurata da Rick Ridgeway, John Roskelly, Lou Reichardt e Jim Wickwire nel 1978.
    3. Sperone sud sud-est - variazione dello Sperone degli Abruzzi, è forse la via più "sicura".
    4. Il pilastro sud-ovest (la "linea magica") - Reinhold Messner con una sola occhiata la giudicò una via suicida; scalata nel 1986 da un gruppo di polacchi, mantiene ancora oggi la sua fama.
    5. Parete sud (la "via polacca") - non per tutti, forte pericolo di valanghe.
    6. Cresta Ovest.
  2. Il versante cinese - molto meno esplorato e frequentato, anche perché le autorità cinesi impediscono l'utilizzo di portatori locali quali gli sherpa nepalesi; esistono solo 2 percorsi esplorati:
    1. Cresta nord - inaugurata da una grande spedizione giapponese nel 1982, è forse uno dei percorsi himalayani più interessanti; da affrontare in gruppi numerosi, anche se ci sono problemi di spazio al campo 1 e al campo 4.
    2. Parete nord-ovest - inaugurata nel 1992, prevede il passaggio per la cresta nord-ovest per poi ricollegarsi al percorso precedente.

[modifica] Difficoltà

La difficoltà del K2, molto maggiore di quella dell'Everest, è testimoniata dal fatto che la seconda scalata è avvenuta solo 27 anni dopo la prima (cioè solo nel 1977) e fino al 2007 solamente 278 persone [9] (di cui 35 italiane) hanno raggiunto la vetta (contro le oltre 3000 che hanno raggiunto quella dell'Everest); inoltre 66 persone sono morte, delle quali ben 16 nel tragico 1986 e spesso nella fase di discesa. I problemi stanno soprattutto nei numerosi passaggi difficili e ripidi e nel microclima, rigido e difficilmente prevedibile, che il più delle volte con lo scatenarsi di pericolosissime tormente impedisce di raggiungere la vetta per un'intera stagione.

Il K2 ha dovuto attendere fino al 1978 per essere scalato senza ossigeno (Louis F. Reichardt, USA).

Interessante anche il rapporto tra il K2 e le donne: le prime 5 alpiniste che hanno raggiunto la vetta hanno tutte perso la vita; infatti 3 di loro sono morte durante la discesa dal K2, mentre le altre 2 sono morte successivamente in altre scalate. Per questo c'è chi parla di una maledizione, che colpirebbe le donne che hanno conquistato questa montagna. Tale maledizione sembra essere stata interrotta dalla spagnola Edurne Pasaban che ha raggiunto la vetta il 26 luglio 2004 e successivamente dall'italiana Nives Meroi (in vetta il 26 luglio 2006) e dalla giapponese Yuka Komatsu (in vetta l' 1 agosto 2006 usando l'ossigeno).

[modifica] Il K2 oggi

Nel luglio 2004 la nutrita Spedizione celebrativa K2 1954-2004 (33 alpinisti, un numero troppo elevato secondo molti) ha tentato, portandola a termine, la scalata del K2 per festeggiare i 50 anni dall'impresa di Compagnoni e Lacedelli. Il 26 luglio - a tre anni di distanza da che l'ultimo alpinista aveva raggiunto la vetta - Silvio Mondinelli e Karl Unterkircher hanno (ri)conquistato il K2. Anche questa spedizione ha lasciato sul campo delle vittime: 5 sherpa sono affogati in territorio pakistano travolti da un'ondata di piena di un fiume che stavano guadando. Il drammatico evento è dovuto ad un cambio di percorso, fatto per raggiungere il campo base in tempi più rapidi per poter recuperare i 5 giorni persi per le nevicate precedenti. Probabilmente l'errore commesso è dovuto all'inesperienza o non conoscenza dei luoghi degli sherpa reclutati in vallate distanti. Infatti la spedizione italiana aveva molto materiale e non era riuscita a trovare nel luogo abbastanza portatori, tanto che era dovuto intervenire anche il governo per sopperire a questa mancanza.

Il 20 luglio 2007 la spedizione italiana K2 Mountain Freedom 2007 [10] raggiunge la vetta del K2 attraverso lo sperone Abruzzi e senza l'ausilio dell'ossigeno con tre dei suoi alpinisti: Daniele Nardi, capospedizione, Mario Vielmo e Stefano Zavka. Michele Fait, il quarto uomo della spedizione, si ferma a qualche centinaio di metri dalla vetta. Vielmo e Zavka raggiungono la cima della montagna molto tardi, attorno alle 18.30 (ora locale), circa 2 ore e mezzo dopo il loro compagno e dopo altri scalatori russi, coreani, canadesi e americani impegnati sul K2 in quegli stessi giorni. Le previsioni meteorologiche erano concordi nel prevedere un peggioramento delle condizioni del tempo per la serata dello stesso giorno. Vielmo e Zavka, soli, cominciano la discesa dalla vetta verso il campo 4 (ca. 8000 m) alle 19.00, ma le condizioni del tempo diventano pessime: il vento fortissimo alza una fitta neve che, assieme alla notte e alla stanchezza accumulata durante la scalata del pomeriggio (durata più di 14 ore), rende problematiche le operazioni di discesa. Stefano Zavka [11], che non aveva con sé la radio e che durante la discesa aveva ceduto il passo a Vielmo che lamentava un congelamento di mani e piedi, si perde nella tempesta [12] e non farà più ritorno al campo 4; anche Mario Vielmo, alpinista esperto con alle spalle diversi 8000, si perde nella notte, ma alla fine riesce a raggiungere le tende dei compagni, con cui comunicava via radio, grazie alle luci frontali che questi avevano posto come segnale [13]. La spedizione, seguita anche dal giornalista Marco Mazzocchi con una troupe Rai, è stata documentata nel programma TV K2: il sogno, l'incubo, andato in onda su Rai 2 nell'ottobre 2007.

Nel 2007 sono stati 29 gli scalatori che hanno raggiunto la vetta del K2: 18 il 20 luglio, 9 il 22 agosto e 2 il 2 ottobre. Dalla prima salita di Compagnoni e Lacedelli 269 uomini e 9 donne hanno raggiunto la cima della montagna. Di questi, 24 sono morti nella discesa [14].

Ancora molto resta da scoprire: i percorsi di salita attuali sono piuttosto tortuosi, il versante cinese è poco conosciuto, nessuno ha mai compiuto con successo un'ascesa invernale (più volte tentata da spedizioni polacche).

[modifica] Trasposizioni

  • Cinematografiche:
  • Fumettistiche:
    • La conquista del K2 (testo di E. Ventura, disegni di Moliterni), pubblicato sul Corriere del Piccoli nei primi anni '70.

[modifica] Citazioni

Il documento che illustra la posizione del CAI sancita dal Consiglio Centrale
il 22 gennaio 1994
Sono passati 40 anni dalla prima ascensione al K2 e il CAI festeggia la ricorrenza ricordando con gratitudine l'impegno profuso da tutti i partecipanti all'impresa nazionale di allora, che tanto impulso e prestigio ha dato all'alpinismo italiano.

Come spedizioni nazionali di altri paesi, anche la nostra ha poi avuto qualche zona d'ombra, che oggi la distanza degli anni consente di considerare con più serenità.
Il CAI ha saputo, ancora nel corso degli anni '50, dirimere le spiacevoli vertenze sorte a proposito dell'organizzazione finanziaria e ne fanno fede i numerosi articoli pubblicati sulla Rivista Mensile tra il 1954 e il 1958 che ne chiariscono gli aspetti con grande sincerità. Queste vertenze sono messe agli atti e oggi nessuno se ne ricorda più.
Era rimasta da dirimere la discordanza interna sul resoconto delle fasi finali dell'ascensione, che il CAI aveva allora lasciato come massa da sbrogliare agli alpinisti stessi coinvolti.
Oggi ci rendiamo conto che fu un errore, anche perché se ne impadronì la stampa non specializzata creando polemiche e spingendo i protagonisti su posizioni estreme, sfociate in processi in tribunale.
In seguito il CAI, per timore di rinnovare le polemiche, non intervenne mai ufficialmente per chiarire la verità storica alpinistica, forse di poco conto per il mondo esterno, ma importante per il mondo alpinistico internazionale e per tutti i protagonisti.
Oggi, per festeggiare con piena dignità la ricorrenza, il Club Alpino Italiano vuole togliere quest'ultima ombra sulle vicende dando al suo organo di stampa ufficiale la voce anche a Walter Bonatti, in omaggio a quelle responsabilità morali che il CAI stesso si era assunto a suo tempo per la parte alpinistica della spedizione."

(Roberto De Martin, presidente del CAI, in La rivista del CAI, Mag-Giu 1994)

  • "Bonatti, come lui stesso spiega nel libro, aveva una gran voglia di arrivare su. E se ce l'avesse fatta fisicamente, non c'era motivo perché non tentasse con noi. É possibile che, nella speranza di arrivare in vetta non abbia voluto tornare indietro all'ottavo campo, come il buonsenso avrebbe consigliato, ma abbia preferito tentare il bivacco. Che, se proprio vogliamo essere sinceri, perché la verità bisogna anche dirla, non era poi tanto peggio, come situazione, di quella in cui ci trovavamo noi, nella tendina esposta alle intemperie sul crinale. In quei casi, come ben sanno gli alpinisti, forse si sta meglio in una buca..." (Achille Compagnoni, sul bivacco all'addiaccio di Bonatti a oltre 8000 m di quota, in un'intervista raccolta dalla giornalista Viviana Kasam per il Corriere della Sera dell'11 ottobre 1983)
  • "Adesso il suo racconto è anche la verità del CAI. Bonatti ha vinto. Ma quale Bonatti? Chi è oggi il ragazzo di ventiquattro anni appena compiuti che quella notte perse - è lui a dirlo - la sua fiducia negli uomini?" (Andrea Casalegno, Il Sole 24 ore, 1994)
  • "Non è problema del CAI l'imbarazzo in cui potrebbe trovarsi il capospedizione Desio e il suo fido Compagnoni, oggi ottantenne, che da Cervinia minimizza e prende Bonatti per un piantagrane." (Pietro Crivellaro, Il Sole 24 ore, 1994)
  • "Aveva ragione davvero lui, Walter Bonatti, grande, caparbio e permaloso campione dell'alpinismo italiano, su come andarono le cose quella notte tra il 30 e il 31 luglio 1954, dopo tre mesi di assedio alla montagna. L'avevano sempre negata quella ragione, l'avevano ignorata. Anzi, l'avevano confutata, addirittura accusandolo di aver tentato di tradire la fiducia dei compagni di ventura - Compagnoni e Lacedelli - che s'apprestavano al balzo finale." (Emanuele Cassarà, l'Unità, 1994)
  • "Robert Marshall scoprì la prova che fece saltare in aria la versione dei fatti resa da Compagnoni. La prima relazione di Mountain World 1955 sulla spedizione, a firma di Desio, riportava una foto della vetta (che non sarebbe più apparsa in seguito) nella quale Compagnoni appare portando sul viso la maschera per l'ossigeno mentre si alimentava dalle bombole che aveva asserito di aver esaurito due ore prima, tanto da aver dovuto gettare via la stessa maschera!" (John Thackeray, American Alpine Journal n. 76 - 2002)
  • "É buffo pensare che alla fine le loro stesse foto (di Compagnoni e Lacedelli) dovessero dare la prova più evidente per condannarli." (Robert Marshall)
  • "Non mi interessa se non è più credibile. É storia scritta!" (Lino Lacedelli, Le Monde 1994)
  • "Sono fiero di quello che ho fatto. Ancora oggi il K2 è una montagna italiana. Chi si crede di essere Bonatti per gettare fango su degli eroi?" (Achille Compagnoni, Le Monde 1994)
  • "Ebbene: per la quota del bivacco, l'ora di partenza e il consumo dell'ossigeno ci sono le ricostruzioni di dettaglio, ma per chi non ha voglia di studiare questi particolari basta lo sguardo a una fotografia. È la fotografia che mostra Compagnoni sulla vetta del K2, apparsa non sulla Rivista del CAI ma su Berge der Welt, il famoso Annuario dell'alpinismo extraeuropeo curato da Marcel Kurz. Su questa fotografia Compagnoni non solo ha vicino le bombole, ma ha ancora posta sul viso la maschera del respiratore. La versione ufficiale sostiene che le bombole vuote vennero portate fin sulla vetta per testimonianza: uno scalatore già provato dallo sforzo avrebbe perciò portato almeno 15 kg di bombole inutili per due ore fino a 8611m. Ma come faceva a respirare il poco ossigeno presente nell'aria rarefatta di quelle quotre portando una maschera collegata a bombole svuotate? Basta così. Per la revisione della storia dell'alpinismo, che consideri anche la versione di Bonatti finora ignorata, esistono i particolari, le testimonianze, le dimostrazioni. Non ha senso oggi infierire su chi può aver sbagliato, su chi non ha più saputo districarsi nell'ingarbugliata vicenda. Tuttavia al ricupero della realtà storica va aggiunta una riflessione. Come mai questa vicenda non è stata risolta prima? ... La verità, anche quella alpinistica, si può ora ricostruire ufficialmente senza riserva, con il rammarico di un ritardo, ma con la certezza che si riconosca al CAI il coraggio di una ricostruzione non postuma. Questo riconoscimento ci arriverà da molti, anche da coloro che non sono nostri soci, ma siamo grati che ci venga in primo luogo da chi per questa vicenda ha profondamente sofferto, cioè da Walter Bonatti." (Silvia Metzeltin e Alessandro Giorgetta, La rivista del CAI, Mag-Giu 1994)
  • "Non si soffoca una voce come quella di Walter Bonatti. (...) Cinquant'anni dopo, il degno e intangibile alpinista non vuole sentir parlare di prescrizione. Si aggrappa ai suoi principi, come ieri faceva sulle sue montagne (...)." (Benoît Heimerman, "Una Vita schietta" su L'Équipe Magazine, 22 settembre 2001)
  • "A cinquant'anni dalla conquista del K2 La Garzanti ha ripubblicato il libro di mio padre "La conquista del K2", una testimonianza imprescindibile per capire quello che avvenne allora." (Maria Emanuela Desio, edizione speciale supplemento a Lo scarpone n. 6 giugno 2004)
  • "Come la gran parte degli italiani non avevo ancora la televisione e fu dalla radio, la mia prima fonte di informazioni, che seppi di Compagnoni e Lacedelli. Fui felicissimo, anche se dopo aver girato l'Europa scossa dalla guerra come soldato e come prigioniero il mio nazionalismo poteva dirsi affievolito. Era una bella impresa e tanto mi bastava. Tuttavia, ripensandoci, una punta di orgoglio nazionalista era emersa in me. Finalmente gli italiani tornavano a farsi sentire! Poi ho seguito sui giornali l'altalena delle polemiche fino al recente documento dei tre saggi voluto dal CAI, e sono sinceramente contento che Bonatti abbia ottenuto quanto da tempo andava chiedendo." (Mario Rigoni Stern, edizione speciale supplemento a Lo scarpone n. 6 giugno 2004)
  • "Tutte le grandi imprese hanno avuto degli strascichi, delle piccole cose. Comunque la risposta l'avrà a metà luglio. Abbiamo scritto un libro con le risposte che lei cerca." (Lino Lacedelli, Planetmountain, 28 luglio 2004)
  • "É una storia di confusione, tradimento e spudorata ipocrisia come nessun’altra nella storia dell’alpinismo." (Rob Buchanan, redattore di Climbing, 2004).

[modifica] Curiosità

  • Ardito Desio, per quanto fosse capo della spedizione, non salì mai oltre la quota del campo base (4970 m) e demandò a Compagnoni il comando della spedizione in quota, limitandosi a emettere dal campo base quattordici ordini di servizio dattiloscritti[1], che venivano poi fatti recapitare, anche con notevole ritardo, ai campi più alti. Il modo autoritario con cui coordinò l'andamento della missione gli guadagnò l'appellativo ironico di ducetto.

[modifica] Altri progetti

[modifica] Note

  1. ^ I campi per la conquista della vetta
  2. ^ Le false accuse a Bonatti
  3. ^ Berge der Welt è un famoso annuario dell'alpinismo extraeuropeo, curato da Marcel Kurz e pubblicato in Svizzera.
  4. ^ Le foto in vetta al K2: la prova della maschera
  5. ^ L'ultima testimonianza: con respiratore
  6. ^ Roberto Mantovani su Rivista della Montagna 1994; Roberto Copello su La Voce 1994
  7. ^ Desio fu geologo, organizzatore, capo spedizione, ma mai alpinista. Lo ricorda così sua figlia Maria Emanuela Desio in un'intervista pubblicata su La Repubblica il 22 giugno 2004 in merito al K2: "Mio padre non è mai stato alpinista: come fa a rispondere su ciò che è accaduto a 8.000 metri?".
  8. ^ La rivista del CAI, anno 1956, pag. 168
  9. ^ AdventureStats - Elenco degli alpinisti che hanno raggiunto la vetta del K2 fino al 2007
  10. ^ K2 Freedom 2007
  11. ^ SummitPost, Stefano Zavka (a sinistra nella foto dell'alpinista Don Bowie) sopra la spalla del K2 a meno di 500 metri dalla vetta
  12. ^ Montagna.tv, Zavka, le ipotesi sulla scomparsa
  13. ^ D. Nardi, News conclusiva spedizione alpinistica K2 Freedom 2007
  14. ^ K2 AdventureStats

[modifica] Collegamenti esterni


I quattordici ottomila
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