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Sedotta e abbandonata - Wikipedia

Sedotta e abbandonata

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Sedotta e abbandonata

Il matrimonio riparatore
Titolo originale: Sedotta e abbandonata
Lingua originale: {{{linguaoriginale}}}
Paese: Italia
Anno: 1964
Durata: 122'
Colore: B/N
Audio: sonoro
Rapporto: 1:85
Genere: Commedia all'italiana
Regia: Pietro Germi
Soggetto: Agenore Incrocci, Furio Scarpelli, Luciano Vincenzoni, Pietro Germi
Sceneggiatura:
Produttore: Franco Cristaldi, Luigi Giacosi
Produttore esecutivo: {{{produttoreesecutivo}}}
Casa di produzione: {{{casaproduzione}}}
Distribuzione (Italia): {{{distribuzioneitalia}}}
Storyboard: {{{nomestoryboard}}}
Art director: {{{nomeartdirector}}}
Character design: {{{nomecharacterdesign}}}
Mecha design: {{{nomemechadesign}}}
Animatori: {{{nomeanimatore}}}
  • Stefania Sandrelli: Agnese Ascalone
  • Saro Urzì: Don Vincenzo Ascalone
  • Aldo Puglisi: Peppino Califano
  • Lando Buzzanca: Antonio Ascalone
  • Lola Braccini: Amalia Califano
  • Leopoldo Trieste: Barone Rizieri
  • Umberto Spadaro: Cugino di Ascalone
  • Paola Biggio: Matilde Ascalone
  • Rocco D'Assunta: Orlando Califano
  • Oreste Palella: Maresciallo dei carabinieri Polenza
  • Lina Lagalla: Francesca Ascalone
  • Gustavo D'Arpe: Ciarpetta l'avvocato
  • Rosetta Urzì: Consolata la serva di casa Ascalone
  • Roberta Narbonne: Rosaura Ascalone
  • Vincenzo Licata: Profumo
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Episodi:
Fotografia: Aiance Parolin
Montaggio: Roberto Cinquini
Effetti speciali:
Musiche: Carlo Rustichelli
Tema musicale: {{{temamusicale}}}
Scenografia: Carlo Edigi
Costumi: Angela Sammaciccia
Trucco: Raffaele Cristini
Sfondi: {{{nomesfondo}}}
Sequel: {{{nomesequel}}}
Si invita a seguire le linee guida del Progetto Film

Sedotta e abbandonata è un film commedia italiano del 1964, diretto da Pietro Germi, ed interpretato da Saro Urzì e Stefania Sandrelli.

Indice

[modifica] Trama

Durante il pomeriggio di una torrida estate siciliana i membri della famiglia Ascalone dormono spossati dalla controra. Nella sala da pranzo esplodono gli istinti sessuali repressi tra Peppino (Aldo Puglisi), studente laureando in legge, promesso sposo di Matilde (Paola Biggio), e la sorella di lei Agnese (Stefania Sandrelli), segretamente e follemente innamorata del giovane. Il segreto consesso carnale viene presto scoperto dalla madre di Agnese, rimasta incinta, che rivela il fatto al collerico don Vincenzo Ascalone (Saro Urzì), il pater familias intransigente custode dell'onore della famiglia, che come una tempesta, si abbatte su Peppino e i suoi stupefatti genitori ai quali impone di mantenere il silenzio e di far sposare il figlio alla disonorata Agnese. Ma Peppino non accetta di prendere come sposa una donna non più "pura" e che si è rivelata, pur cedendo alla sua stessa seduzione, una svergognata poco di buono. Per sfuggire alle minacce di Ascalone, Peppino si rifugia da uno zio prete. Ricorrendo alle sue buone amicizie politiche e mafiose, don Vincenzo non demorde e, venuto a sapere dove si nasconde l'infame seduttore, manda suo figlio Antonio (Lando Buzzanca) per riparare all'offesa all'onore degli Ascalone uccidendolo. Nel frattempo Agnese, per salvare Peppino ha informato i carabinieri che intervengono e sventano l'omicidio. Ormai il fatto per il mancato delitto d'onore è diventato di dominio pubblico e le due famiglie, nonostante i tentativi di Ascalone di mantenere il segreto, sono sulla bocca dell'intero paese che sospetta che Peppino non voglia sposare Agnese perché impotente: una colpa ridicola e la più grave per il maschio siciliano. Matilde infatti è diventata ora la fidanzata dello spiantato e sdentato barone Rizieri (Leopoldo Trieste), "acquistato" dal padre per sostituire Peppino. Ma la verità sta venendo alla luce con l'accusa a Peppino per il reato di violenza sui minori emanata dal magistrato che non crede alla versione del seduttore. Ascalone vuole far apparire ciò che è accaduto, giustificando ora il rifiuto della sua famiglia al matrimonio, come un'espressione di modernità e di rispetto per l'indipendenza di sua figlia che, giovane al passo con i tempi, sarebbe libera di scegliere chi vuole. In realtà per evitare la galera costringe Peppino ad inscenare un falso rapimento della promessa ed amata sposa. Ma le cose non vanno come previsto perché Agnese a questo punto, unica figura onorevole di tutta la vicenda, rifiuta davanti al pretore di accettare il matrimonio riparatore con il vigliacco Peppino. È troppo per il sanguigno Ascalone che non sopravvive a quest'ultimo colpo al suo onore. Il barone Rizieri per salvare il suo onore gentilizio, rinuncia a Matilde e alla dentiera pagata da Ascalone, che colpito da un infarto, riesce alla fine sul letto di morte a convincere Agnese a sposare Peppino. Mentre la festosa cerimonia si svolge e la povera e sciocca Matilde, che non ha capito nulla di tutto quanto è avvenuto, pronuncia i voti per farsi suora, il padre di famiglia muore di nascosto per non far rimandare il matrimonio dopo aver immolato la sua vita sull'altare dell'onore.

[modifica] Critica

Il film fa parte di una trilogia iniziata con "Divorzio all'italiana" (1961) e che si concluderà con "Signore e signori" (1965).

Come era già accaduto per il film precedente "Divorzio all'italiana" anche il titolo di questo: "Sedotta e abbandonata", per il grande successo di pubblico e per le valutazioni positive della maggior parte della critica, passò nell'uso comune della lingua popolare per indicare un vantaggio preso da qualcuno ma da questi ricambiato con il tradimento. In effetti l'espressione sedotta e abbandonata ricorreva e ricorre, usata ormai solo metaforicamente, nelle odierne cronache giornalistiche ed è a queste che Pietro Germi probabilmente negli anni '60 si deve essere ispirato. In quel periodo i giornali raccontavano infatti di Franca Viola, una giovane meridionale che molto coraggiosamente aveva rifiutato di accettare un matrimonio riparatore. [1] L'analisi che Germi conduce della Sicilia degli anni '60 è impietosa e dura rispetto a quella descritta nel precedente film dove si respirava un'atmosfera di comica leggerezza: qui i personaggi sono apertamente disprezzati nella loro ipocrisia e falsità:[2] gli unici che si salvano nella considerazione di Germi sono i carabinieri, paterni e comprensivi, e la magistratura intelligente ed attenta all'applicazione delle leggi. Non a caso il regista, uomo d'ordine e severo nei suoi giudizi, rinnova la sua pur limitata fiducia in queste due istituzioni così come faceva nel suo secondo film "In nome della legge" del 1949. Ed ancora una volta Germi simpatizza con la spregiudicatezza, l'intelligenza e il coraggio delle giovani donne interpretate da Stefania Sandrelli che esprime a pieno la ingenua sensualità del personaggio. Nel film non manca la connotazione critica nei confronti di una società, che in quei tempi, e forse non soltanto allora, considerava il matrimonio elemento degno per la sua stessa natura di porre rimedio a un reato che come tale andava comunque condannato.[3] Ma in vero per evitarne una - è questa la morale del regista - si assumeva una condanna più pesante come quella che si prospetta per la futura vita di Peppino, anche lui trascinato all'altare per evitare il disonore e la galera ,destinato ad una vita d'inferno assieme ad una donna che lo disprezza, condannato a vivere per sempre in un'unione che allora si poteva solo sciogliere con un "divorzio all'italiana".

Una piccola parte ma che costituisce un cammeo è quella interpretata da Leopoldo Trieste, un noto caratterista del nostro cinema, che ancora una volta, come nel precedente film di Germi, rappresenta nei tratti del suo volto espressivo, la figura del siciliano estroso e bizzarro dalle movenze disarticolate e stralunate.

Su tutti giganteggia quasi fisicamente, l'interpretazione del grande Saro Urzì di Don Vincenzo Ascalone, che si dibatte attraversato da mille ansie in un frenetico e grottesco agitarsi nel trovare complicate soluzioni barocche per conservare il mitico onore siciliano della famiglia. Egli diventa il simbolo della cattiva sicilianità: quella degli "amici degli amici", dell'ipocrisia sociale, dell'egoismo del proprio "onore" in nome del quale sacrificare anche i suoi stessi figli. Su di lui s'abbatte la critica corrosiva del regista che non si ferma neppure dinanzi alla morte del personaggio, anch'essa rappresentata grottescamente [4]

[modifica] Note

  1. ^ Con Sedotta e abbandonata gli affezionati spettatori di Divorzio all’italiana si ritrovano in una Sicilia dominata da un grottesco senso dell’onore, nuovamente si muovono in un clima cupo e afoso con bagliori terrificanti, in cui scoppiano feroci contrasti familiari, e per la seconda volta s’imbattono in una Stefania Sandrelli concupita da un focoso isolano. Simile la cornice, analogo il desiderio del regista, Pietro Germi, di accusare, raccontando una storia inventata, l’ipocrisia dei costumi locali e della legislazione italiana. (Giovanni Grazzini)
  2. ^ I personaggi, infatti, i loro caratteri e persino il loro aspetto fisico, le situazioni che li hanno al centro e le soluzioni cui vengono indirizzati sono tutti immersi in un clima caricaturale alla Grosz permeato quasi soltanto di violentissima asprezza e, a volte, di una così spietata ferocia da rilevare negli autori soprattutto antipatia e disprezzo nei loro confronti e mai, invece, un minimo di pietà o di commiserazione (Gian Luigi Rondi, Da Il Tempo, 31 gennaio 1964)
  3. ^ In Sedotta e abbandonata il regista attacca un altro aspetto della nostra legislazione, cioè l’articolo che attribuisce al matrimonio il potere di cancellare ogni precedente reato dell’uomo nei confronti della donna, dalla violenza al ratto. Come nel film precedente Germi prende pretesto da uno spunto polemico per affrontare un tetro quadro d’ambiente. Da Tullio Kezich, Il cinema degli anni sessanta, 1962-1967, Edizioni Il Formichiere)
  4. ^ Il film ironizza in modo più che sardonico su quella Sicilia in cui salvare il cosiddetto "onore" è di importanza vitale, in cui sono le apparenze quelle che contano (memorabile la scena in cui il padre della ragazza costringe tutta la famiglia, appena usciti dal commissariato, a ridere per far credere alla gente che si era trattato di un malinteso), e le donne hanno l'importanza di un soprammobile. Sicilia questa che all'epoca di Germi esisteva ancora e che oggi non è del tutto scomparsa. Incantevolmente dimessa la Sandrelli e prepotentemente sanguigno il grande Saro Urzì (nella parte del padre della ragazza). Germi non è mai stato così pungente e sferzante, con un stile poi da lasciar a bocca aperta. Un capolavoro della "commedia all'italiana". (cfr. Morando Morandini, Dizionario dei film ed.2007, Zanichelli).

[modifica] Collegamenti esterni

~ Filmografia di Pietro Germi ~

Il testimone (1945) · Gioventù perduta (1947) · In nome della legge (1948) · Il cammino della speranza (1950) · La città si difende (1951) · La presidentessa (1952) · Il brigante di Tacca del Lupo (1952) · Gelosia (1953) · Amori di mezzo secolo (III episodio: Guerra 1915-1918) (1953) · Il ferroviere (1955) · L'uomo di paglia (1958) · Un maledetto imbroglio (1959) · Divorzio all'italiana (1961) · Sedotta e abbandonata (1963) · Signore e signori (1965) · L'immorale (1966) · Serafino (1968) · Le castagne sono buone (1970) · Alfredo Alfredo (1972)

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