Antonio Capece Minutolo
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Antonio Capece Minutolo (Napoli, 5 marzo 1768 – Pesaro, 4 marzo 1838) è stato un nobiluomo italiano, Principe di Canosa, uomo politico e celebre polemista.
[modifica] Biografia
Nato a Napoli nel 1768 nella nobile famiglia dei Capece Minutolo (di cui ancora oggi si conserva la cappella di famiglia, splendidamente affrescata, nel Duomo di Napoli), trascorse gran parte della giovinezza a Roma, dove studiò filosofia presso i gesuiti, poi giurisprudenza, anche se abbandonò presto la pratica legale.
Gli studi romani lo mantennero relativamente distaccato dalle teorie illuministiche e dal fermento che cominciava a manifestarsi nel ceto nobiliare del Regno di Napoli. Fu tuttavia avvicinato da esponenti della Massoneria e invitato a unirsi alla setta, invito che rifiutò, mentre prendeva sempre più posizioni legittimiste e rispettose dei principi religiosi (secondo l'espressione dell'epoca, del trono e dell'altare).
Personaggio intransigente e imparziale, scese in campo già nel 1795 per difendere la religione cattolica contro i fautori della religione naturale, e poco dopo, con una dissertazione sulla Utilità della monarchia nello stato civile, non esitò a ritenere infondate le posizioni espresse dall'allora re Ferdinando IV e dal suo governo, che cercavano di accrescere le prerogative regali (secondo un disegno teso a ridurre l'autonomia dell'aristocrazia), ma pretendevano di mantenere prestazioni feudali quali il servizio militare obbligatorio per i Baroni.
All'arrivo dei Francesi nel regno di Napoli il Canosa si unì, finanziando la leva e l'armamento di truppe, alla resistenza dei Lazzari all'invasore; propugnò anche l'antico diritto della città (ovvero alle assemblee aristocratche dette sedili) di rappresentare il re, mentre il rappresentante nominato da Ferdinando, Francesco Pignatelli, principe di Strongoli, impose la linea assolutista, che priva i sedili di rappresentatività. Napoli cadde per mano dei Francesi e dei loro partigiani giacobini, che aggredirono alle spalle i Lazzari mentre questi resistevano ferocemente ai Francesi. Il Canosa venne arrestato, e scampò fortunosamente alla condanna a morte solo per la brevissima durata della Repubblica, schiacciata dalle insorgenze generalizzate in tutto il regno e dall'armata sanfedista comandata dal cardinale Fabrizio Ruffo. Appena liberato fu però arrestato dalla giunta di stato, inviata a Napoli per punire i repubblicani, che lo condannò a cinque anni di prigione per il rifiuto di ubbidire al Pignatelli. Ironicamente, venne scarcerato solo grazie all'amnistia imposta da Napoleone nei patti della Pace di Firenze (1801). Il re al ritorno sul trono provvide subito a sciogliere i sedili, cioè a eliminare l'ultimo resto di rappresentatività dell'aristocrazia.
Al momento della seconda discesa francese, rimase al fianco del re fuggitivo e questi, colpito dalla sua integrità, lo incaricò della difesa degli ultimi lembi del territorio ancora in suo possesso, le isole di Ponza, Ventotene e Capri, piccolissime isole, vicinissime al nemico e mal munite di uomini e di mezzi; nonostante la perdita di Capri, conquistata da Gioacchino Murat con enormi sforzi per motivi di prestigio, riuscì a mantenersi nelle altre isole e a arrecare continui fastidi ai Francesi rivelandosi buon guerrigliero. Alla fine del decennio francese, nel 1815, quando Ferdinando ritornò sul trono, venne invitato a far parte del governo.
Il Canosa, nominato Ministro della Polizia, si scontrò duramente con Luigi Medici, principe di Ottaviano, capo di gabinetto. Nulla avevano in comune, il Canosa difensore senza sconti dell'ancien régime, il Medici maestro nel rimanere a galla con tutti i regimi avvicendatisi in Napoli, apprezzato nelle corti estere, colluso con i Carbonari. Il Canosa cercò di opporsi alle correnti sovversive clandestine più facendo opera di propaganda che con una dura repressione, che, intuì, non serviva altro che la causa dei congiurati. Ma la sua campagna di discredito ebbe scarso successo. Infine gli scontri col Medici e la volotà di trovare dei compromessi portarono al sollevamento del Canosa dall'incarico. Nonostante le avvisaglie della rivoluzione del 1820, il re venne colto impreparato e dovette piegarsi alle richieste dei Carbonari, salvo poi ritornare con un esercito austriaco che impose un vero stato di polizia e un protettorato austriaco de facto. Richiamato al ministero (1821), il Canosa, che non riuscì ad adattarsi, venne di nuovo allontanato e lasciò il regno in volontario esilio.
[modifica] Il polemista
Nel 1820 aveva dato alle stampe la sua opera più famosa, I Piffari di montagna, un'appassionata ma parziale difesa del comportamento della regina Maria Carolina nel caotico periodo della Repubblica partenopea, con fortissima vis polemica e (contrariamente alla mentalità dell'epoca) con gran copia di documenti a sostegno della sua visione dei fatti. Da questo momento il Canosa diventò il bersaglio degli strali di tutti i liberali d'Europa, nonché di buona parte dell'aristocrazia reazionaria, da lui definita imbelle. Finalmente il Canosa aveva trovato, a quanto pare, la sua strada, quella del libello feroce, sarcastico, pungente; ma ormai irrimediabilmente fuori tempo, trovò sempre meno ascoltatori (molte delle sue opere non sono più state ripubblicate, alcune solo in tirature limitate in epoca recente).
Viaggiò a lungo in Italia e all'estero cercando di collegare fra di loro i fautori del legittimismo, con scarso successo data la loro eterogeneità. Collaborò comunque col conte Monaldo Leopardi al periodico da lui pubblicato a Pesaro, La Voce della Ragione, finché quest'ultima testata venne soppressa d'autorità nel 1835 dal governo pontificio. Data la sempre maggiore diffusione delle idee liberali, anche nelle famiglie regnanti, pochissimi sembrarono interessati al Canosa; alla fine questi si stabilisce (1830) a Modena, alla corte di Francesco IV d'Asburgo-Este, il più reazionario dei principi regnanti d'Italia, che sembrava destinato a intendersi alla perfezione col Principe.
Qui trovò modo di lottare contro il liberalismo collaborando al periodico La Voce della Verità, fino al 1834, anno in cui si ritirò a Pesaro, ormai stanco e provato dalla vita avventurosa. Ebbe però il tempo, prima di morire nel 1838, di scrivere un'altra opera di grande rilevanza storica (ovviamente ignorata in periodo risorgimentale, solo recentemete ripubblicata), l'Epistola ovvero Riflessioni critiche sulla moderna storia del Reame di Napoli del Generale Pietro Colletta (1834), un'altra apologia del suo comportamento e di quello della regina Maria Carolina, condotto punto per punto sulle tesi dell'opera pubblicata sotto il nome di Pietro Colletta, Storia del Reame di Napoli dal 1734 al 1825.