Maometto
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Maometto (arabo: محمد بن عبد الله بن عبد ﺍﻟﻤﻄﻠﺐ ﺍﻟﻬﺎﺷﻤﻲ, Muḥammad ibn ˁAbd Allāh ibn ˁAbd al-Muţţalib al-Hāshimī; Mecca, 20 aprile 570 – Medina, 8 giugno 632) fu mercante di Mecca e il profeta dell'Islam arabo, considerato dai musulmani l'ultimo e più grande "messaggero" di Dio (Allah), incaricato da Dio stesso - attraverso l'arcangelo Gabriele - di divulgare il suo verbo [1].
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[modifica] Vita
[modifica] Prima della Rivelazione
Maometto[2] nacque, secondo alcune fonti tradizionali, il 20 aprile 570 a Mecca, nella regione peninsulare araba del Hijaz, e morì il lunedì 13 rabīʿ I dell'anno 11 dell'Egira (equivalente all'8 giugno del 632) a Medina e ivi fu sepolto, all'interno della casa in cui viveva.
![In questa miniatura dell'XI secolo, tratta dall'Athār al-baqiya (Tracce dei [secoli] passati) di al-Bīrūnī (manoscritto della Bibliothèque nationale de France, Arabe 1489 fol. 5v), Maometto è invece, senza alcun problema, raffigurato senza velo sul volto](../../../../images/shared/thumb/0/0d/Maome.jpg/350px-Maome.jpg)
Appartenente a un importante clan di mercanti, quello dei Banu Hashim, componente della più vasta tribù dei Banu Quraysh di Mecca, Maometto era l'unico figlio di ʿAbd Allāh b. ʿAbd al-Muṭṭalib ibn Hāshim e di Āmina bint Wahb, figlia del sayyid del clan dei Banu Zuhra, anch'esso appartenente ai B. Quraysh.
Orfano fin dalla nascita del padre (morto a Yathrib al termine d'un viaggio di commercio che l'aveva portato nella palestinese Gaza), Maometto rimase precocemente orfano anche di sua madre che, nei suoi primissimi anni, l'aveva dato a balia a Ḥalīma bint ʿAbd Allāh, della tribù dei Banu Saʿd, che effettuava piccolo nomadismo intorno a Yathrib.
A Mecca - dove, alla morte della madre, fu portato dal suo primo tutore, il nonno paterno ‘Abd al-Muttalib ibn Hāshim, e dove poi rimase anche col secondo suo tutore, lo zio paterno Abu Tàlib - Maometto ebbe occasione di entrare in contatto sin dalla più tenera età con i ḥanīf, monoteisti che non si riferivano ad alcuna religione rivelata. Nei suoi viaggi fatti in Siria e Yemen con suo zio, Maometto conobbe poi le comunità ebraiche e quelle cristiane, e dell'incontro col monaco cristiano siriano Bahira, che avrebbe riconosciuto in un neo fra le sue scapole il segno del futuro carisma profetico, si parla già nella prima biografia (Sira) di Maometto, curata vario tempo dopo la morte da Ibn Ishāq e poi ripresa in forma più "pia" da Ibn Hishām.
Oltre alla madre e alla nutrice, due altre donne si presero cura di lui da bambino: Umm Ayman e Fatima bint ‘Abd al-Muttalib, sua zia paterna. La prima era la schiava nera della madre e che lo aveva allevato dopo il periodo in cui era stato con Halima, rimanendo con lui fino a che Maometto ne propiziò il matrimonio con il figlio adottivo del Profeta, Zayd ibn Haritha. Nella tradizione islamica Umm Ayman, che generò Usama ibn Zayd, fa parte della Gente della Casa (Ahl al-Bayt) e il Profeta nutrì sempre per lei un vivo affetto, anche per essere stata una delle prime donne a credere al messaggio coranico da lui rivelato. Altrettanto pronta a credergli fu la sua affettuosa e presente zia Fatima bint ‘Abd al-Mùttalib, che Maometto amava per il suo carattere dolce, tanto da mettere il suo nome a una delle proprie figlie e per la quale il futuro profeta pregò spesso dopo la sua morte.
I numerosi viaggi intrapresi per via dell'attività mercantile familiare - dapprima con lo zio e poi come agente della ricca e colta vedova Khadīja bt. Khuwaylid - dettero a Maometto occasione di ampliare in maniera significativa le sue conoscenze in campo religioso e sociale. Sposata nel 595 Khadìja bint Khuwàylid (che restò finché visse la sua unica moglie), egli poté dedicarsi alle sue riflessioni spirituali in modo più assiduo e, anzi, pressoché esclusivo. Khadìja fu il primo essere umano a credere nella Rivelazione di cui Maometto era portatore e lo sostenne con forte convinzione fino alla sua morte avvenuta nel 619. A lui, in una felice vita di coppia, dette quattro figlie, Ruqayya, Umm Khulthūm, Zaynab e Fatima, oltre a due figli maschi (Qàsim e ‘Abd Allah) che morirono tuttavia in tenera età.
[modifica] Rivelazione

Nel 610 Maometto, in base a una Rivelazione ricevuta, cominciò a predicare una religione monoteista basata sul culto esclusivo di Allah. In effetti il concetto di monoteismo era diffuso in Arabia da tempi più antichi e il nome Allah (che in lingua araba deriva dalla radice <ʾ-l-h>) significa semplicemente "Iddio". Gli abitanti dell'Arabia peninsulare e di Mecca - salvo pochi cristiani e zoroastriani e un assai più consistente numero di ebrei - erano per lo più dediti a culti politeistici ed adoravano un gran numero di idoli. Questi dei erano adorati anche in occasione di feste e pellegrinaggi. Particolarmente rilevante era il pellegrinaggio panarabo, detto hajj, che si svolgeva nel mese lunare di Dhu l-Hijja ("Quello del Pellegrinaggio"). In tale occasione molti devoti arrivavano nei pressi della città, nella zona di Mina, Muzdalifa e di ‘Arafa. Gli abitanti di Mecca avevano anche un loro proprio pellegrinaggio urbano (la cosiddetta umra) che svolgevano nel mese di rajab in onore del dio tribale Hubal e delle altre divinità panarabe, graziosamente ospitate dai Quraysh all'interno del santuario meccano della Ka'ba.
Maometto, secondo la tradizione, era solito ritirarsi a meditare in una grotta sul monte Hira vicino Mecca. Una notte, intorno all'anno 610, durante il mese di Ramadan, all'età di circa quarant'anni, gli apparve l'arcangelo Gabriele (in arabo Jibrīl o Jabrā'īl, ossia "potenza di Dio": da "jabr", potenza, e "Allah", Dio) che lo esortò a diventare Messaggero (rasul) di Allah con le seguenti parole:
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« Leggi, in nome del tuo Signore che ha creato, che ha creato l'uomo da un grumo di sangue. Leggi nel nome del tuo Signore il più generoso, che ha insegnato per mezzo del calamo, che ha insegnato all'uomo quello che non sapeva[3] » |
Terrorizzato da un'esperienza così anomala, Maometto credette di essere stato soggiogato dai jinn e quindi impazzito (majnūn, "impazzito", significa letteralmente "catturato dai jinn") tanto che, scosso da violenti tremori, cadde preda di un intenso sentimento di terrore.
Secondo la tradizione islamica Maometto poté in quella sua prima esperienza teopatica sentire le rocce e gli alberi che gli parlavano. Preso dal panico fuggì a precipizio dalla caverna in direzione della propria abitazione e nel girarsi vide Gabriele sovrastare con le sue ali immense l'intero orizzonte (per quel "gigantismo" che caratterizza le "realtà angeliche", anche in contesti diversi da quello islamico) e lo sentì rivelargli di essere stato prescelto da Dio come Suo messaggero.
Non gli fu facile accettare tale notizia ma a convincerlo della realtà di quanto accadutogli, provvide innanzi tutti la fede della moglie e, in seconda battuta, quella del cugino di lei, Waraqa ibn Nawfal, che alcuni indicano come cristiano ma che, più verosimilmente, era uno di quei monoteisti arabi (ḥanīf) che non si riferivano tuttavia a una specifica struttura religiosa organizzata.
Dopo un lungo e angosciante periodo in cui le sue esperienze non ebbero seguito (fatra), Gabriele tornò di nuovo a parlargli per trasmettergli altri versetti e questo proseguì per 23 anni, fino alla morte nel 632 di Maometto.
Al contrario di una "utile" tradizione che vorrebbe Maometto "analfabeta" (così da rendere del tutto impossibile l'accusa che il Corano fosse una sua personale elaborazione poetica), il profeta dell'Islam era uomo tutt'altro che ignorante, vuoi per la sua professione di commerciante che l'aveva portato in contatto con altre lingue e altre culture, vuoi per alcuni episodi della sua stessa vita (come la sua firma nel Trattato di Ḥudaybiyya). L'equivoco deriva dall'espressione a lui riferita di al-Nabī al-ummī che può voler dire in effetti "il profeta ignorante" ma anche, e più verosimilmente, "il profeta della comunità (araba)". Per altro a Istanbul, presso l'antica residenza dei sultani ottomani del Topkapi è conservato (ed è tuttora oggetto di venerazione) una lettera autografa attribuitagli nella quale intima ai cristiani copti di aderire alla sua professione di fede.
Maometto cominciò dunque a predicare la Rivelazione che gli trasmetteva Gibrīl, ma i convertiti nella sua città natale furono pochissimi per i numerosi anni che egli ancora trascorse a Mecca. Fra essi il suo amico intimo e coetaneo Abu Bakr (destinato a succedergli come califfo, guida della comunità islamica che si fondò con lenta ma sicura progressione malgrado l'assenza di precise indicazioni scritte e orali in merito) e un gruppetto assai ristretto di persone che sarebbero stati i suoi più validi collaboratori: i cosiddetti "Dieci Benedetti" (al-ʿashara mubashara).
La Rivelazione da lui espressa dunque - raccolta dopo la sua morte nel Corano, il libro sacro dell'Islam - dimostrò la validità del detto per cui "nessuno è profeta in casa sua". Maometto ripeté per ben due volte per intero il Corano nei suoi ultimi due anni di vita e molti musulmani lo memorizzarono per intero ma fu solo il terzo califfo ‘Uthmān b. ‘Affān a farlo mettere per iscritto da una commissione coordinata da Zayd b. Thābit, segretario del Profeta. Così il testo accettato del Corano poté diffondersi nel mondo a seguito delle prime conquiste che portarono gli eserciti di Medina in Africa, Asia ed Europa, rimanendo inalterato fino ad oggi, malgrado lo Sciismo vi aggiunga un capitolo (Sura) e alcuni brevi versetti (ayat).
Nel 619, l'"anno del dolore", morirono tanto suo zio Abu Talib, che gli aveva garantito affetto e protezione malgrado non si fosse convertito alla religione del nipote, quanto l'amata Khadìja. Fu solo dopo ripetute insistenze che Maometto contrasse nuove nozze, tra cui quelle con ‘A’isha bint Abi Bakr, figlia del suo più intimo amico e collaboratore, Abu Bakr.
L'ostilità dei suoi concittadini tentò di esprimersi con un prolungato boicottaggio nei confronti di Maometto e del suo clan, con il divieto di intrattenere con costoro rapporti di tipo economico commerciale ma i troppi vincoli parentali creatisi fra i clan della stessa tribù fecero fallire il progetto di ridurre a più miti consigli Maometto.
Nel 622 il crescente malumore di Quraysh nel veder danneggiati i propri interessi - a causa dell'inevitabile conflitto ideologico e spirituale che si sarebbe radicato con gli altri arabi politeisti (che con loro proficuamente commerciavano e che annualmente partecipavano ai riti della ‘umra del mese di rajab) - lo indusse a rifugiarsi con la sua settantina di correligionari, a Yathrib, duecento miglia più a nord di Mecca, che mutò presto il proprio nome in al-Madinat al-Nabi, "la Città del Profeta" (Medina). Il 622, l'anno dell'Egira (emigrazione), divenne poi sotto il califfo 'Omar ibn al-Khattàb il primo anno del calendario islamico, utile alla tenuta dei registri fiscali e dell'amministrazione in genere.
[modifica] Nascita della Umma
Inizialmente Maometto si ritenne un profeta inserito nel solco profetico antico-testamentario, ma la comunità ebraica di Medina non lo accettò come tale. Nonostante ciò, Maometto predicò a Medina per otto anni e qui, fin dal suo primo anno di permanenza, formulò un Patto (Rescritto o Statuto o Carta, in arabo Ṣaḥīfa) che fu accettato da tutte le componenti della città-oasi e che vide la nascita della Umma, la prima Comunità politica di credenti.
Nello stesso tempo, con i suoi seguaci, condusse attacchi contro i traffici dei Meccani pagani e respinse i loro contrattacchi che tendevano a metter fine una volta per tutte alle azioni ostili che i musulmani portavano contro le loro carovane. Maometto, nel corso di quel confronto armato che portò alla prima vittoria di Badr, alla disfatta di Uhud e alla finale vittoria strategica di Medina (Battaglia del Fossato) contro i pagani di Mecca e i loro alleati, espulse e, nell'ultimo caso, permise che fossero trucidati tutti gli ebrei di Medina, che si erano resi colpevoli agli occhi della Umma di violazione del Patto di Medina e di tradimento dei musulmani di quella città. All'espulsione soggiacquero — in occasione dei due primi fatti d'armi — i Banu Qaynuqa e i Banū Naḍīr, mentre nell'ultimo caso, dopo la vittoria del Fossato (yawm khandaq), furono uccisi i maschi adulti dei Banū Qurayza, laddove donne e bambini furono resi schiavi e venduti sui mercati d'uomini di Siria, dove vennero quasi tutti riscattati dai loro correligionari di Khaybar, Fadak e di altre oasi arabe higiazene.
Nel 630 Maometto era ormai abbastanza forte per marciare su Mecca e conquistarla. Tornò peraltro a vivere a Medina e da qui ampliò la sua azione politica e religiosa a tutto il resto del Hijaz e, dopo la sua vittoria nel 630 a Hunayn contro l'alleanza che s'imperniava sulla tribù dei Banu Hawazin, con una serie di operazioni militari nel cosiddetto Wadi al-qura, a 150 chilometri a settentrione di Medina, conquistò o semplicemente assoggettò vari centri abitati (spesso oasi), come Khaybar e Fadak, il cui controllo aveva indubbie valenze economiche e strategiche.
Due anni dopo Maometto morì a Medina, senza indicare esplicitamente chi dovesse succedergli alla guida politica della Umma. Lasciava nove vedove - tra cui ‘A’isha bint Abi Bakr - e una sola figlia vivente, Fatima, andata sposa al cugino del profeta, Ali ibn Abi Tàlib, madre dei suoi nipoti al-Hasan ibn Ali e al-Husayn ibn Ali. Fatima, piegata dal dolore della perdita del padre e logorata da una vita di sofferenze e fatiche, morì sei mesi più tardi, diventando in breve una delle figure più rappresentative e venerate della religione islamica.
[modifica] Maometto secondo i cristiani
Secondo la visione del Cristianesimo, Maometto non è un profeta ed il Corano non gli fu divinamente dettato; alcuni ritengono che esso sia stato composto mettendo insieme tradizioni arabe preislamiche (come il culto della Pietra Nera della Mecca) con tradizioni cristiane siriache ed ebraiche.
Nell'Occidente medievale Maometto venne a lungo considerato un eretico (in questi termini Dante Alighieri lo cita nella Divina Commedia assieme ad Ali ibn Abi Tàlib), colpevole di aver creato un gravissimo scisma, disconoscendolo come fondatore di una nuova religione. Nella Basilica di San Petronio a Bologna, in un celebre affresco, Maometto è raffigurato all'inferno, con il ventre aperto.
[modifica] Famiglia
Maometto sposò le seguenti mogli:
- Sawda bt. Zama‘a b. Qays
- ʿĀʾisha bt. Abī Bakr al-Siddīq (figlia cioè del futuro primo Califfo Abu Bakr
- Hafsa bt. ‘Umar (figlia cioè del secondo futuro Califfo Umar ibn al-Khattab)
- Umm Habība bt. Abī Sufyān, il cui nome era Ramla
- Umm Salama bt. Abī Umayya b. al-Mughīra al-Makhzūmiyya, il cui nome era Hind
- Zaynab bt. Jahsh b. Ri'āb al-Asadiyya
- Maymūna bt. al-Hārith b. Hazn
- Juwayriyya bt. al-Hārith b. Abī Dirār
- Sayfa bt. Huyay b. Akhtab.
- Zaynab bt. Khuzayma b. al-Hārith, detta poi "Madre dei poveri"
Pur avendole sposate, non ebbe rapporti coniugali con Asmā' bt. al-Nu‘mān (malata di lebbra) e ‘Amra bt. Yazīd che dimostrò immediatamente tutta la sua ostilità per tale unione, ottenendo così di venir subito ripudiata e di tornare tra la sua gente (i B. Kilāb]].
La moglie più importante per Maometto fu comunque Khadīja che aveva sposato prima della "Rivelazione" e che per prima aderì alla religione islamica. Fu anche un forte sostegno economico, e ancor più morale, soprattutto di fronte alle angherie dei notabili pagani della città ostili al marito.
Fra le mogli sposate successivamente la più importante (malgrado non gli desse figli) fu ‘Ā’isha, figlia di Abū Bakr. Secondo una notizia riportata poco meno di 60 anni dopo la morte del Profeta, in piena età omayyade da Hishām ibn ‘Urwa[4] suo padre gli avrebbe rivelato che ella era stata promessa ancora bambina al Profeta, quando questi aveva intorno ai 47-49 anni. La consumazione del matrimonio sarebbe avvenuta allorché ‘Ā’isha aveva 9-10 anni di età.
Tale differenza di età - che, secondo alcune fonti islamiche, sarebbe stato fenomeno non infrequente nel periodo preislamico - offre ad alcuni critici della cultura islamica il destro per condannare l'Islam, o quanto meno il suo fondatore, di immoralità.
Il problema che si presenta è di soluzione quanto mai ardua, specie se diamo retta all'autorevole giudizio di Ibn Hajar al-‘Asqalānī che, nel suo Tahdhīb al-tahdhīb (La correzione delle correzioni)[5], bollava le notizie di provenienza irachena di Hishām ibn ‘Urwa come generalmente poco affidabili. A fronte di ciò bisogna però dire che altri personaggi, quali Ya‘qūb ibn Shayba, erano invece molto più orientati ad accettare come veritiero quanto trasmesso da Hishām b. ‘Urwa, frequentemente additato come tradizionista di vaglia.
Un'altra considerazione potrebbe essere quanto afferma il Mīzān al-i‘tidāl fī naqd al-rijāl ("La bilancia della sobrietà nella critica della [scienza degli] uomini") di Dhahabī[6], secondo cui Hishām b. ‘Urwa, in tarda età (morì a 87 anni), ebbe qualche problema di salute e forse di memoria, cosicché non tutto quanto egli disse dovrebbe essere accettato senza qualche cautela.
Al di là di queste considerazioni, alle quali numerosi tradizionisti musulmani contrappongono comunque tesi di segno completamente opposto, confermano i 9 anni di età di ʿĀʾisha, si potrebbe ulteriormente osservare che, contrariamente a quanto normalmente viene affermato circa l'anno di nascita della futura sposa di Maometto, Tabari afferma nella sua esegesi del Corano[7]che la futura sposa del Profeta era una ragazzina (jāriya )[8] allorché fu rivelata la Sura della Luna (LIV) che, secondo i musulmani stessi, è una sura meccana[9] Se ciò fosse vero ʿĀʾisha si sarebbe quindi sposata a ben più dei 9 anni pur indicati dalla maggioranza degli storici musulmani, anche se a smentirli potrebbe bastare la circostanza che ella accompagnò i musulmani nella battaglia di Badr e che altrettanto avrebbe fatto nella battaglia di Uhud: cosa del tutto impossibile per una bimbetta di appena 9-10 anni, tanto più che numerose tradizioni ricordano come fosse stato vietato a chi avesse avuto meno di 15 anni di essere a qualsiasi titolo presente su tali campi di battaglia, tanto che vari ragazzi di età minore furono fermamente fatti tornare a Medina. ʿĀʾisha invece era verosimilmente abbastanza grande da trasmettere vari episodi della battaglia di Badr[10]
Per quanto possa sembrare paradossale mettere in dubbio quanto ama affermare la maggior parte degli stessi storici e dei tradizionisti, non pochi elementi dovrebbero richiamare a un più prudente atteggiamento, tanto più che uno degli aspetti più spiacevoli riguardante le notizie relative al primissimo Islam v'è pur sempre il fatto d'esser state redatte assai tardivamente (sia pure sulla scorta di un confortante e concordante dato mnemonico). Ciò non toglie che queste tradizioni talvolta possono apparire poco affidabili, se non addirittura poco credibili, senza contare che esse non sono certamente esenti da manipolazioni tardivamente operate a qualsiasi titolo e con qualsivoglia intendimento.
Al di là del problema dell'età di ʿĀʾisha, va detto che la tradizionale poliginia preislamica fu regolamentata e ridotta dal Corano, che impose un limite massimo di quattro mogli legittime, anche se mantenne la possibilità di avere un indefinito numero di concubine (dhāt al-yamīn, "quelle [possedute] dalla destra", ovvero le schiave, per lo più di guerra).
Maometto sostenne in una sura che gli era stato consentito da Allah di superare questo limite, ed alcuni dei suoi matrimoni furono contratti per sanzionare alleanze o conversioni di gruppi arabi pagani, dal momento che gli usi del tempo prevedevano che si contraesse un vincolo coniugale fra le parti per rafforzare un importante accordo che si intendeva concludere.
Maometto ebbe sedici concubine ma solo da una sua schiava, che sposò, la copta Marya, ebbe un figlio: Ibrāhīm, morto però ancora assai piccolo, con grande dolore dello stesso Maometto che poco tempo dopo, morendo fra le braccia di ʿĀʾisha, lo raggiunse nella tomba.
[modifica] Note
- ^ Il Corano fu messo definitivamente per iscritto solamente durante il califfato di ʿUthmān b. ʿAffān
- ^ Muḥàmmad è reso in italiano col nome Maometto, in base a un'antica volgarizzazione risalente al Medioevo. Una parte del mondo musulmano, in Italia e nel resto del mondo, pretenderebbe solo l'uso dell'originale nome Muhàmmad e considera 'Maometto' e adattamenti similari come distorsioni da evitare. Essi tuttavia non tengono conto che in varie realtà islamiche non arabofone - come ad esempio, fin dall'età ottomana, il mondo turcofono - si è adattata l'onomastica araba alle specifiche realtà linguistiche del mondo islamico non arabofono, ricorrendo ad esempio al nome Mehmet, senza che questo abbia mai sollevato, per lunghi secoli, alcuna perplessità nei dotti musulmani di tutto il mondo.
- ^ Sura 96:1-5. Salvo l'imperativo iniziale, si è seguita la versione de Il Corano, introd., trad. e commento di Alessandro Bausani, Firenze, Sansoni, 1961 e succ. ediz. La traduzione bausaniana riporta "Grida", malgrado iqraʾ significhi più propriamente "recita salmodiando" pur essendo logico che per poter recitare si debba preliminarmente leggere, non essendo noto il contenuto del brano da recitare)
- ^ Figlio di ‘Urwa b. al-Zubayr, a sua volta nipote per lato materno di ‘Ā’isha. Le sue tradizioni ci sono pervenute di seconda mano, attraverso le opere di Ibn Ishāq/Ibn Hishām (al-Sīrat al-nabawiyya, ossia "La vita del Profeta", ed. a cura di Mustafā al-Saqqā, Ibrāhīm al-Abyarī e ‘Abd al-Hāfiz Shiblī, Il Cairo, Mustafā al-Bābī al-Halabī, 1955, 2 voll., II ed.) e di Tabari (Ta'rik al-rusul wa l-muluk, ossia "Storia dei profeti e dei re, ed. a cura di Muhammad Abū l-Fadl Ibrāhīm, Il Cairo, Dār al-ma‘ārif, 11 voll. 1969-77).
- ^ 12 voll., ed. di Haydarabad della Majlis al-dā’irat al-ma‘ārif al-nizāmiyya, 1350 dell'Egira, equivalente al 1931-32.
- ^ Beirut, Dār al-ma‘rifa, 4 voll n.d., IV:301-02.
- ^ Jāmi‘ al-bayān fī ta'wīl al-Qur’ān (Raccolta di dichiarazioni circa l'interpretazione del Corano), Il Cairo, Mustafā al-Bābī al-Halabī, 30 voll., 1968, II ed.
- ^ Il Vocabolario arabo-italiano di R. Traini (Roma, Istituto per l'Oriente, 1966) traduce "giovane ragazza". Per "bambina" l'arabo usa il termine sibya.
- ^ Secondo Nöldeke-Schwally (Theodor Nöldeke, Geschichte des Qorans, Lipsia, 1860 [2. Auflage bearbeitet von F. Schwally, G. Bergsträsser. O. Pretzl, Lipsia, 1938], è la prima sura del "secondo periodo" (salvo i versetti 44-46), rivelata nove anni prima dell'Egira.
- ^ Cfr. gli episodi citati a p. 62 e a p. 74 della traduzione inglese dell'opera di Tabari (vol. VII "The Foundation of the Community", transl. by M.V. McDonald, annot. by W. Montgomery Watt, in: The History of al-Tabarī, ed. by Ehsan Yar-Shater, State University of New York Press, 1987).
[modifica] Bibliografia
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- Il Corano, introd., trad. e commento di Alessandro Bausani, Firenze, Sansoni, 1961 (e successive ediz., l'ultima delle quali della Rizzoli di Milano).
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[modifica] Voci correlate
- Aisha (la terza moglie di Maometto)
- Sepoltura di Maometto a Medina
- Guerra santa
- Sufismo
- Umma
[modifica] Altri progetti
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