Livia Bianchi
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Livia Bianchi (Melara, 19 luglio 1919 – Cima Valsolda, Porlezza, 21 gennaio 1945) è stata una partigiana italiana, Medaglia d'oro al valor militare (alla memoria).
Casalinga, si sposò a soli sedici anni con un giovane di Revere (Mantova) che, chiamato alle armi e spedito al fronte durante la II guerra mondiale, cadde prigioniero degli Alleati. Rimasta sola con un figlio piccolo, senza marito e senza lavoro, sul finire del 1942 Livia raggiunse la propria famiglia, che si era frattanto trasferita a San Giacomo Vercellese. Qui trovò lavoro come bracciante in risaia, per poi trasferirsi a Torino, ove entrò in contatto con ambienti antifascisti.
In coincidenza con l’armistizio dell’8 settembre 1943 si unì alla lotta antifascista, inquadrata con il nome di battaglia di "Franca" nella formazione partigiana "Ugo Ricci", fu operativa come staffetta porta-ordini e combattente nella regione montuosa del Lago di Como. Il 21 gennaio 1945, a seguito di un violento combattimento contro le forze nazi-fasciste fu costretta con altri compagni a cercare rifugio in una casa a Cima di Porlezza. Circondato e indotto alla resa dallo scarseggiare di munizione e dalla falsa promessa di aver salva la vita, il gruppo di partigiani asserragliato nell'abitazione fu invece speditamente condotto al locale cimitero e schierato di fronte al muro di cinta per essere sommariamente passato per le armi. A Livia Bianchi fu offerta la grazia e la libertà in quanto donna, ciò che - come recita la motivazione della Medaglia d'oro al valore militare che le fu concessa alla memoria - ella rifiutò per la sua dignità di donna e di partigiana, restando unita ai compagni nel supremo sacrificio.
[modifica] Onorificenze
Medaglia d'oro al valor militare
— Cima Valsolda, settembre 1943 - gennaio 1945.