Gnoseologia
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La gnoseologia (chiamata anche teoria della conoscenza) è quella branca della filosofia che si occupa dello studio della conoscenza. Il termine "gnoseologia" deriva infatti dall'unione dei vocaboli greci "γνῶσις" (conoscenza) e "λόγος" (discorso). In particolare, così come si è consolidata nell'età moderna, la gnoseologia si occupa dell'analisi dei fondamenti in generale, dei limiti e della validità della conoscenza umana, intesa essenzialmente come relazione tra soggetto conoscente e oggetto conosciuto.
È bene precisare che nell'ambito della cultura anglosassone la teoria della conoscenza viene chiamata anche epistemologia, laddove in Italia per epistemologia si intende essenzialmente una branca specifica della gnoseologia, ossia quella che si occupa dello studio conoscenza scientifica, conosciuta anche come filosofia della scienza.
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[modifica] Cenni storici
Sebbene le tematiche gnoseologiche abbiano assunto importanza soprattutto a partire dal XVII secolo, in concomitanza con la nascita della scienza moderna, la questione della conoscenza si è posta fin dalle origini della filosofia.
[modifica] Filosofia antica
Il pensiero classico ha distinto forme diverse di conoscenza, ovvero l'opinione e la scienza, discutendone il valore di verità. Per i filosofi greci, l'opinione (δόξα), essendo fondata sull'esperienza sensibile e di conseguenza ingannevole e instabile, si contrappone al vero sapere scientifico. Al contrario la scienza (ἐπιστήμη), essendo fondata sulla ragione, è il modello della conoscenza certa e incorruttibile.
Parmenide per primo svalutò la conoscenza sensoriale, affermando l'importanza di un sapere dedotto esclusivamente dalla ragione. Un tale sapere però risultava non oggettivabile, essendo senza predicato: per Parmenide infatti, dell'Essere si può dire soltanto che esso è, e nient'altro. La gnoseologia pamenidea risulta pertanto sottomessa all'ontologia (cioè alla dimensione statica dell'essere).
Fu quindi Socrate a sollevare per primo il problema gnoseologico, mettendo in discussione le basi e le fondamenta del sapere. Con Socrate ha inizio un'attività maggiormente dinamica del pensiero; egli affermò che la vera conoscenza non ci viene dall'esterno, ma nasce nell'interno dell'anima; ragion per cui non è insegnabile. Il maestro può solo aiutare l'allievo a partorirla da sé (arte della maieutica).
Platone seguì le orme di Parmenide e di Socrate, tuttavia rivalutando in parte l'esperienza sensibile. I sensi infatti, secondo Platone, servono a risvegliare in noi il ricordo delle idee, ossia di quelle forme universali con cui è stato plasmato il mondo e che ci permettono di conoscerlo. Conoscere significa dunque ricordare: la conoscenza è un processo di reminiscenza di un sapere che giace già all'interno della nostra anima, ed è perciò "innato". Per Platone, tuttavia, le idee si trovano al di là del processo logico-dialettico, e quindi (come già in Parmenide e Socrate) esse sono difficilmente oggettivabili, essendo accessibili solo per via di intuizione.
Aristotele formalizzò in maniera più precisa e sistematica il processo conoscitivo, da allora rimasto invariato fino all'Ottocento. Rispetto a Platone, Aristotele rivalutò ulteriormente l'esperienza sensibile, ma come il suo predecessore manteneva fermo il presupposto secondo cui la conoscenza nasce anzitutto dal soggetto. L'intelletto umano, infatti, non si limita infatti a recepire passivamente le impressioni sensoriali, ma svolge un ruolo attivo che gli consente di andare oltre le particolarità transitorie degli oggetti e di coglierne l'essenza in atto. Egli distinse così vari gradi del conoscere: al livello più basso c'è la sensazione, che ha per oggetto entità particolari, mentre a quello più alto c'è l'intuizione intellettuale, capace di "astrarre" l'universale dalle realtà empiriche. Conoscere significa quindi astrarre (dal latino ab + trahere, "trarre da").
Aristotele fu anche il padre della logica formale, che egli teorizzò nella forma deduttiva del sillogismo. Va precisato in proposito che Aristotele collocava l'intelletto al di sopra della stessa razionalità sillogistica: solo l'intelletto infatti è in grado di fornire dei principi validi e universali, da cui il sillogismo trarrà soltanto delle conclusioni coerenti con le premesse:
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« [...] principio di tutto è l'essenza: dall'essenza, infatti, partono i sillogismi. » |
(Aristotele - Metafisica VII, 9, 1034a, 30-31)
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« Colui che definisce, allora, come potrà dunque provare [...] l'essenza? [...] non si può dire che il definire qualcosa consista nello sviluppare un'induzione attraverso i singoli casi manifesti, stabilendo cioè che l'oggetto nella sua totalità deve comportarsi in un certo modo [...] Chi sviluppa un'induzione, infatti, non prova cos'è un oggetto, ma mostra che esso è, oppure che non è. In realtà, non si proverà certo l'essenza con la sensazione, né la si mostrerà con un dito [...] oltre a ciò, pare che l'essenza di un oggetto non possa venir conosciuta né mediante un'espressione definitoria, né mediante dimostrazione. » |
(Aristotele - Analitici secondi II, 7, 92a-92b)
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E pur rinnegando l'innatismo di Platone, egli afferma che
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« la sensazione in atto ha per oggetto cose particolari, mentre la scienza ha per oggetto gli universali e questi sono, in certo senso, nell'anima stessa. » |
(Aristotele - Sull'anima II, V, 417b)
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Da questi passi emerge come i princìpi primi su cui Aristotele intende fondare la conoscenza non sono ricavabili dall'esperienza, né da un ragionamento dimostrativo; da questo punto di vista sono dunque simili alle idee di Platone. L'induzione di cui egli parla (epagoghé) sembra non avere lo stesso significato che ha presso l'epistemologia contemporanea (secondo cui essa darebbe garanzia di verità per il fatto di saper formulare leggi universali partendo da singoli casi). Per Aristotele l'induzione è soltanto un grado preparatorio di avviamento verso l'intuizione intellettuale, non essendovi per lui un passaggio logico-necessario che conduca dai particolari all'universale. La logica aristotelica infatti è solo deduttiva, una "logica induttiva" sarebbe per lui una contraddizione in termini. Esclusa dunque la possibilità che Aristotele assegni all'induzione un valore conoscitivo dal carattere universale, l'intuizione intellettuale resta per lui il vertice più alto della conoscenza, essendo non solo in grado di dare un fondamento universale e oggettivo ai sillogismi, ma comportando anche un'esperienza contemplativa, tipica di un sapere fine a se stesso, che per Aristotele costituiva la quintessenza della saggezza.
Riassumendo il quadro della filosofia antica, si può dire che in Platone la gnoseologia è un ambito limitato perché si basa su un sapere interiorizzato, non trasmissibile a parole (si notino gli echi della maieutica socratica), mentre Aristotele individuava piuttosto questo limite nel fatto che la conoscenza non può prescindere dall'esperienza. In entrambi comunque la gnoseologia resta sottomessa (ora in un modo, ora in un altro) alla sfera ontologica e intuitiva.
[modifica] Filosofia medievale
Durante il Medioevo la gnoseologia platonica rimase sostanzialmente invariata; fu però accentuata la dimensione mistica e contemplativa del sapere soprattutto presso i neoplatonici. L'epistème per costoro si colloca non solo al di sopra della dimensione razionale, ma persino al di sopra di quella intuitiva: in Plotino e Agostino infatti, solo con l'estasi ci si può identificare con l'Uno che è a fondamento della realtà. Ritorna quindi la condizione di ineffabilità e impredicabilità dell'Essere che si era avuta con Parmenide.
Anche i capisaldi della gnoseologia aristotelica rimasero pressoché invariati per tutto il Medioevo, ribaditi e valorizzati in particolare da Tommaso d'Aquino. Tommaso anzi li approfondì, e affermò che la conoscenza deve basarsi sulla corrispondenza tra intelletto e realtà. Ciò significa che la verità viene raggiunta quando le strutture intellettive del soggetto si adeguano a quelle dell'oggetto.
[modifica] Filosofia moderna
Platonismo e aristotelismo, che avevano delineato i fondamenti, e al tempo stesso i limiti, della gnoseologia (il primo individuandoli nel sapere innato e introspettivo, il secondo nel sapere empirico), costituirono due filoni di pensiero che, seppur originariamente non dissimili, nell'età moderna presero a diversificarsi sempre più.
Da un lato vi fu Cartesio che, rifacendosi all'innatismo platonico, cercò di trasformarlo in un sistema gnoseologico autonomo, che mettesse in grado la ragione di dedurre da sé il vero a priori. Si può dire che la gnoseologia, mentre per Platone era un "mezzo" per elevarsi alla dimensione ontologica, con Cartesio diventa il "fine" stesso della filosofia, a cui l'Essere risulta ora sottomesso. Per Cartesio ha valore soltanto ciò che è oggettivabile e razionalizzabile in forma chiara ed evidente, a partire dall'analisi introspettiva della ragione. Egli diede vita così alla corrente del razionalismo.
D'altro lato, in Inghilterra iniziò a prodursi una corrente filosofica secondo cui invece la conoscenza deriva unicamente dall'esperienza sensibile. I principali esponenti di questa corrente, che ebbe come precursori Francesco Bacone e Thomas Hobbes, furono John Locke, George Berkeley e David Hume. I princìpi a cui essi intendevano ricondurre ogni forma di conoscenza umana erano essenzialmente due:
- La verificabilità, secondo cui ha senso conoscere soltanto ciò che è verificabile sperimentalmente. Ciò che non è verificabile non esiste o non ha valore oggettivo.
- Il meccanicismo, in base al quale ogni fenomeno (compresa la conoscenza umana) avviene secondo leggi meccaniche di causa-effetto.
Quest'ultimo punto fu fatto proprio soprattutto da Hobbes, e si connette alla convinzione degli empiristi per cui la mente umana è una tabula rasa al momento della nascita, cioè priva di idee innate. Dopo la nascita, le impressioni dei sensi prenderebbero ad agire meccanicamente sulla nostra mente, plasmandola e facendo sorgere in essa dei concetti.
L'empirismo così espresso venne criticato dapprima da Leibniz, il quale riaffermò l'innatismo delle idee, ma contestò anche Cartesio, secondo cui esistono solo quelle idee di cui si ha una conoscenza chiara e oggettiva, deducibili a priori dalla ragione: per Leibniz, invece, esistono anche pensieri di cui non si ha coscienza, e che agiscono a un livello inconscio.
In seguito anche Kant criticò l'empirismo, e affermò che la conoscenza è un processo essenzialmente critico, in cui la mente umana svolge un ruolo fortemente attivo. Operando una sorta di rivoluzione copernicana del pensiero, Kant mise in rilievo come le leggi scientifiche con cui conosciamo il mondo siano modellate dalla nostra mente anziché essere ricavate induttivamente dall'esperienza. La conoscenza per Kant da un lato è a priori, perché nasce dall'attività delle nostre categorie mentali; dall'altro però queste categorie si attivano solo quando ricevono dati empirici da trattare, ottenuti passivamente dai sensi. In tal modo egli ritenne di poter conciliare empirismo e razionalismo.
Va sottolineato che per Kant la conoscenza non è una semplice raccolta di nozioni, ma è la capacità di connettere in maniera critica e consapevole le informazioni che provengono dal mondo esterno: "conoscere" significa quindi collegare.
[modifica] Filosofia contemporanea
Dopo Kant, con la nascita dell'idealismo tedesco la gnoseologia sembrò prendere il sopravvento sull'ontologia, anche se in Fichte e Schelling queste due discipline si mantengono pur sempre su un livello paritario, poiché l'Idea da cui essi fanno scaturire il reale è coglibile ancora soltanto con un atto intuitivo (assimilabile all'Uno neoplatonico).
Sarà con Hegel che l'ontologia risulterà definitivamente assorbita dalla Gnoseologia. Hegel infatti costruì un sistema Logico che aveva la pretesa di essere anche Ontologico. Le categorie conoscitive, che in Kant erano puramente "formali", diventano insieme "forma e contenuto": sono cioè categorie logiche-ontologiche. Hegel si trova agli antipodi di Parmenide e Plotino: la conoscenza per lui non avviene a livello immediato e intuitivo, ma è il frutto di una mediazione razionale, è il risultato cioè di un processo con cui la ragione arriva a dedurre da sé tutta la realtà. Fu l'apoteosi della gnoseologia.
Solo nel Novecento Heidegger cercò di ridare la supremazia all'ontologia, affermando che l'Essere è qualcosa che non può mai essere ridotto ad oggetto, perché esso sempre ci trascende. Presumere di poterlo dedurre razionalmente, dandogli un predicato, è stato l'errore fondamentale della metafisica occidentale.
[modifica] Voci correlate
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