Bene (etica)
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Da un punto di vista generico, col termine di "bene" si indica tutto ciò che agli individui appare desiderabile e tale che possa essere considerato come fine ultimo da raggiungere nella propria esistenza.
Spesso il concetto di bene si identifica con quello di "azione buona", come nell'espressione "fare del bene", equivalente a "compiere buone azioni", cioè azioni che rispondano a regole morali che ci si autoimpone, come nelle morali autonome, o che vengano indicate dall'esterno come leggi da osservare, come nelle morali eteronome.
Il concetto di bene è tipicamente opposto a quello di male.
La dottrina, che si propone di stabilire criteri razionali per esprimere un giudizio di valore riguardo l'agire umano, è l'etica, ovvero la morale.
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[modifica] Il concetto nella storia della filosofia
Nella storia della filosofia il concetto di bene è stato delineato secondo due diverse concezioni:
- quella metafisico-oggettivistica;
- quella soggettivistica.
Su questa distinzione si fonda il tema , da sempre uno dei più dibattuti in ambito filosofico, religioso e politico, con risultati che, se per certi aspetti sembrano convergere verso tesi condivise, da altri portano alla creazione di teorie filosofiche, sociologiche e politiche del tutto inconciliabili ed antagoniste. I diversi contesti culturali, inoltre, possono influenzare sostanzialmente la percezione del grado di "moralità", ovvero di "accettabilità sociale" delle azioni degli individui.
Nell'ambito del soggettivismo si trova quella dottrina filosofica del relativismo che, negando alla radice la capacità umana di stabilire criteri di giudizio oggettivamente validi riferibili alla maggior parte degli atti conoscitivi umani, nega implicitamente anche le basi su cui si fonda la morale tradizionale.
Secondo il relativismo l'unico "organismo" in grado di esprimere un giudizio di valore sul grado di "bontà" di un certo comportamento umano è l'intera comunità di cui i singoli individui fanno parte. In questa logica, quanto maggiore sarà il consenso riscosso, quanto più giusto (cioè "buono") un individuo (o un comportamento) saranno "legittimamente" considerati. Le cosiddette leggi morali non potrebbero, quindi, essere valide in senso assoluto, ma dovrebbero, al pari di tutte le altre leggi, trovare la propria convalida nell'approvazione dell'intero corpo sociale, o quantomeno di una sua qualificata maggioranza.
Alla concezione metafisico-oggettivistica appartengono invece la maggior parte delle dottrine religiose che si oppongono a questo modo soggettivistico di intendere la morale, ed asseriscono che le leggi morali, o in quanto rispondenti a principi naturali universali, immanenti nella natura stessa, o perchè "dettate" da un'entità divina superiore, sono verità, in quest'ultimo caso, "rivelate", valide di per sé e vincolanti per gli individui che in queste dottrine si vogliono riconoscere. Per un credente quindi é la divinità che rappresenta l'ideale di "bene assoluto".
[modifica] La concezione oggettivistica
[modifica] Platone
La prima si trova soprattutto nel pensiero antico e medioevale.
Per Platone il Bene è come il Sole (Repubblica, VI 508 sgg.):
come il sole con la sua luce da visibilità alle cose, così il Bene dà intelligibilità alle idee, cioè rende possibile alle idee di essere capite;
e come il sole con la luce da capacità visiva all'occhio così il Bene dà intelligenza, capacità di capire all'anima.
Quindi c'è una omogeneità, una parentela tra le cose che si capiscono e l'anima che le capisce, e questa parentela è rappresentata dal Bene.
Come il sole infine, con il suo calore rende possibile la vita, così il Bene fa sì che ciascuna idea e ciascuna cosa esista.
Tutto il mondo esiste perché è bene che esista. Le cose esistono perché sono buone e le cose essendo buone sono uno strumento per arrivare al Bene. Una concezione finalistica della natura simile a quella cristiana. Dio ha creato il mondo per bontà, e ha creato gli uomini perché praticassero il bene.
[modifica] Aristotele
Aristotele entra in polemica con Platone (Ethica nicomachea, 1): il bene non può essere un'idea trascendente il mondo dove l'uomo vive ed opera, il bene è ciò che l'uomo mette in atto nel suo comportamento concreto.
Aristotele però rientra anche lui nell'ambito del finalismo platonico quando concepisce la somma perfezione, il bene come Atto puro o come motore immobile che è la premessa indispensabile che permette che ci sia il continuo realizzarsi delle cose passando dalla potenza all'atto e che spiega l'anelito di tutte le cose nel dirigersi verso la perfezione dell'Atto puro.
[modifica] Plotino
Plotino riprende la concezione platonica: il Bene è la prima caratterizzazione, ipostasi dell'Uno: le cose sono buone in quanto emanano direttamente da lui partecipando alla sua natura.
Questa concezione è nel pensiero cristiano che però la modifica in senso creazionista. Le cose sono direttamente create per volontà provvidenziale del Creatore e quindi mantengono di Lui l'essenza buona.
[modifica] Nel Medioevo
Secondo la dottrina scolastica dei trascendentali [1] essere e bene sono equivalenti: il bene si identifica con l'essere e le varie gradazioni dell'uno coincidono con l'altro: Dio è sommo Bene e sommo Essere e le creature sono buone in quanto create a sua immagine e somiglianza.
[modifica] La concezione soggettivistica
É questa nell'antichità la concezione preminente dei sofisti con la loro etica relativistica ma è soprattutto nel pensiero moderno e contemporaneo che si afferma come una teoria che definisce bene ciò che il soggetto percepisce, desidera e vuole ciò che per lui è buono.
Tale soggettività può essere di natura empirica, e in questo caso sfocia nel relativismo, come quello dei libertini o di Thomas Hobbes o, come in Kant, questa soggettività è tale da appartenere a quello che tutti gli uomini hanno in comune: l'essere dotati di ragione; una soggettività universale che si rispecchia in una legge universale e formale della volontà buona che prescinde, in un certo senso trascende le singole volontà particolari.
Nella filosofia contemporanea accesa è la polemica tra le visioni soggettivistiche e oggettivistiche del bene: aderisce a quest'ultima lo spiritualismo che intende il bene com'era nella dottrina antica e medioevale e altrettanto fa il neoidealismo che però, nella linea dell'idealismo romantico, cerca di andare oltre la visione formale kantiana ed elabora una metafisica della soggettività dove salva una visione oggettivistica del bene.
Nel pragmatismo, nel neopositivismo e nella filosofia analitica prevale la concezione soggettivistica affermata più o meno radicalmente.
Una posizione differenziata e particolare è quella tenuta dalla fenomenologia e da certi correnti del neorealismo, come quella che fa capo a George Edward Moore, che affermano l'oggettività del bene o più genericamente dei valori negando però che essa possa essere ricondotta a qualsiasi considerazione teologica com'era nel passato.
[modifica] Note
- ^ Il termine trascendentale, usato per la prima volta nella scolastica e specificatamente in S.Tommaso, vuole significare il riferimento a ciò che è massimamente universale. Esistono cioè dei concetti che hanno una loro universalità ad esempio: verità e bontà che, in un primo grado di universalità, si riferiscono a tutti gli esseri umani ma gli stessi concetti, riferiti all'intelletto e alla volontà di un essere perfetto come Dio, acquistano, per così dire, una "somma universalità" che si esprime nel termine trascendentale
[modifica] Bibliografia
- A. Bortolotti, La religione nel pensiero di Platone: dalla Repubblica agli ultimi scritti, Firenze, 1991 ISBN 88-222-3834-4
- Giovanni Reale, Guida alla lettura della «Metafisica» di Aristotele, Laterza: Roma-Bari, 2007 ISBN 88-842-0524-7
- Carbonara Cleto, La filosofia di Plotino, Ferraro, Napoli 1954
- Vincenzo Cilento, Saggi su Plotino, Mursia & Co, Milano 1973
- Giacomo Samek Lodovici, La felicità del bene. Una rilettura di Tommaso d'Aquino, Edizioni Vita e Pensiero, 2002
- Gonnelli Filippo, Guida alla lettura della “Critica della ragion pratica” di Kant,(Guide ai classici, 6), Roma; Bari: Laterza, 1999.
- O’Farrell Francis, Per leggere la Critica della Ragione pratica di Kant, Roma: PUG, 1990.
- G. Muresu, Chierico e Libertino, in «Letteratura Italiana, V. Le Questioni», Torino 1986
- G. E. Moore, Principia Ethica (1903)
[modifica] Voci correlate
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